La musica in streaming inquina più di vecchi vinili, cassette e cd

Si risparmiano copie fisiche, plastiche, supporti, trasporti. In fondo, il buon senso vorrebbe che il consumo di musica digitale – la “musica liquida” che ci portiamo in tasca, 30 milioni di brani pronti in un tocco su piattaforme come Spotify o Apple Music – sia qualcosa di buono per l’ambiente. Non è esattamente così. Lo sostiene uno studio delle università di Oslo e Glasgow, emblematicamente intitolato “The cost of music”, secondo il quale il consumo digitale avrebbe condotto a un “involontario” ma significativo impatto ambientale ed economico.
 
Appena pubblicata, la ricerca – che verrà presentata nei prossimi mesi in una serie di eventi dedicati al settore ma è stata diffusa in vista del “Record Store Day” del 13 aprile – ha dunque scoperto che nonostante un clamoroso e scontato calo nell’uso della plastica nella produzione dei supporti musicali negli ultimi vent’anni, la memorizzazione e distribuzione dei brani digitalizzati ha condotto a un aumento nelle emissioni di gas serra da parte del comparto, se considerato nel suo complesso e in relazione agli Stati Uniti. Insomma, sfornare meno supporti fisici è servito ma fino a un certo punto.

Riferendosi alle statistiche che testimoniano il decremento nell’uso delle plastiche nel settore a partire dal 2000 Kyle Devine, professore associato al dipartimento di musicologia a Oslo e principale autore della ricerca, spiega che “queste scoperte sembrano confermare il concetto, molto diffuso, che la musica digitalizzata sia musica smaterializzata”. Il punto, dice il ricercatore, è dunque che “questi numeri potrebbero anche suggerire che la crescita nel download e nello streaming abbia reso la musica più rispettosa dell’ambiente”. Invece le cose non stanno in questo modo: “Un quadro molto diverso emerge quando prendiamo in considerazione l’energia utilizzata per tenere in piedi l’ascolto in streaming online – ha spiegato Devine – memorizzare e processare musica in rete significa infatti sfruttare un’enorme quantità di risorse che hanno un impatto elevato sull’ambiente”.

Per afferrare a fondo la questione bisogna passare appunto ai numeri. Per esempio, l’uso annuale della plastica da parte dell’industria discografica statunitense è passato dai 61 milioni di chili a 8 fra 2000 e 2016. Ottima notizia. Peccato che in termini di emissioni di gas serra si sia passati all’equivalente di 140 milioni di chili del 1977 ai 136 del 1988, fino ai 157 del 2000. Per il 2016 si parla di una stima fra 200 e 350 milioni di chilogrammi, molti di più per il 2020. E stiamo parlando solo degli Stati Uniti, che sono comunque l’epicentro delle “server factory” nel mondo dove quei milioni di brani vengono memorizzati, offerti a milioni di utenti e miliardi di ascolti quotidiani. Si tratta di cifre che gli esperti hanno ottenuto “traducendo la produzione di plastiche e il fabbisogno di elettricità per memorizzare e trasmettere file audio digitali in equivalenti milioni di chilogrammi di gas serra”. In sostanza, il risultato dice che a conti fatti scaricare e riprodurre in streaming i brani online consuma più energia di quanta ne fosse un tempo fosse necessaria per produrre dischi in vinile, musicassette e compact disc.

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