La nazionalità come aggravante

Quando si attribuisce così tanta importanza alla nazionalità o al colore della pelle, il senso della notizia può cambiare molto.

Un uomo nato in Francia, di cittadinanza italiana, ha sequestrato e ha dato fuoco a uno scuolabus con a bordo 51 bambini. Un italiano di origine senegalese ha incendiato un autobus con a bordo una scolaresca a San Donato Milanese. Un autista con precedenti penali ha sequestrato un gruppo di studenti. Un uomo di origine straniera ha minacciato di uccidere una scolaresca in cui c’erano molti ragazzini stranieri.

È la stessa notizia, ma quando si attribuisce così tanta importanza alla nazionalità o al colore della pelle, il senso può cambiare molto. Il ministro dell’interno Matteo Salvini, sbagliando, ha definito l’attentatore “un senegalese con la cittadinanza italiana” e ha promesso di fargli togliere la cittadinanza grazie al decreto sicurezza (se sarà condannato per terrorismo).

In effetti il decreto che porta la firma del ministro, e che è entrato in vigore nell’ottobre scorso, per la prima volta ha introdotto in Italia la possibilità di revocare la cittadinanza (solo ai cittadini che l’hanno acquisita) per reati legati al terrorismo. Questo punto legittima un principio: sarebbe stato meno grave se la tentata strage di San Donato Milanese fosse stata compiuta da un italiano, figlio di cittadini italiani.

È l’idea secondo cui i reati compiuti da stranieri o da italiani di origine straniera sono più gravi di quelli compiuti da italiani di origine italiana, un principio che permea l’intero impianto della legge su immigrazione, asilo e cittadinanza chiamata decreto Salvini. Molti esperti hanno suggerito che proprio questa parte della legge, quella sulla revoca della cittadinanza, è incostituzionale, vìola diverse convenzioni, ma soprattutto l’articolo 3 della nostra costituzione, quello che stabilisce l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Eppure l’idea di una legge differenziale, che vale in modo diverso in base alla categoria a cui si appartiene, fa sempre più breccia nel dibattito pubblico e si ripropone a ogni caso di cronaca nera.

C’è l’idea secondo cui gli stranieri e i discendenti di stranieri debbano “meritare” di appartenere alla società in cui vivono

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Foto: L’autobus incendiato a San Donato Milanese, il 20 marzo 2019. (Mourad Balti Touati, Lapresse)

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