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La “Pompei” dei dinosauri: gli animali estinti per l’impatto con l’asteroide

I fossili di animali ritrovati in un sito del North Dakota risalente a 66 milioni di anni fa.

Sepolti da un’onda causata dal terremoto seguito alla caduta del meteorite, pochi minuti dopo l’evento, si sono preservati fino a noi. La prova è nei “lapilli” scesi dal cielo

E’ UNA PICCOLA Pompei dell’ultima grande estinzione quella che hanno restituito i calanchi sulle colline del North Dakota, negli Stati Uniti. Fissate, congelate nel fango diventato roccia, ci sono le vittime dello tsunami che seguì all’impatto con l’asteroide, quello che spazzò via i dinosauri e una buona parte delle forme viventi sulla Terra. Dopo 66 milioni di anni i paleontologi dell’Università di Berkeley hanno trovato gli indizi per ricostruire quello che accadde subito dopo, da 10 a 20 minuti dall’impatto che cambiò per sempre il destino del Pianeta. E il nostro.

Sulle pareti della Hell Creek Formation, colline brulle formatesi durante milioni di anni, là dove al tempo dei dinosauri c’era un mare interno, una linea scura divide il prima dal dopo. È quella dell’Iridio, l’elemento chimico formatosi dall’impatto del meteorite che colpì la zona dove ora c’è lo Yucatan, e piovve in tutto il mondo. Quello strato è il marcatore del confine tra Cretaceo e Paleocene, tra il tempo dei dinosauri e quello che ha portato all’esplosione dei mammiferi.

Travolti dall’onda

Sotto quella linea c’è il cimitero degli animali, scoperto da Robert DePalma, ricercatore dell’Università californiana, sei anni fa. Già nel 2013, quando iniziò lo studio, si faceva strada in lui il sospetto che davanti a sé ci fosse qualcosa di unico. Ed è quello che è emerso: lì ammassati ci sono fossili di pesci, un mosasauro (rettile marino ‘cugino’ dei dinosauri), insetti, la carcassa parziale di un triceratopo, microrganismi marini e ammoniti, mischiati con alberi bruciati e rami di conifere.

La morte ha sorpreso tutti, sotto forma di un’onda gigantesca, scaturita dal terremoto innescato dall’impatto del meteorite, migliaia di chilometri più a sud: “Gli tsunami dall’impatto sono ben documentati – spiega DePalma – ma nessuno sa quanto distante qualcosa del genere sarebbe arrivato in un mare interno. Ma abbiamo Mark Richards ha constatato che le onde sismiche sarebbero arrivate circa allo stesso momento dei materiali proiettati in atmosfera. Quella è stata la nostra grande scoperta”. Non sarebbe dunque lo tsunami generato direttamente dall’impatto ad arrivare fin qui, ma lo scuotimento, un sisma di magnitudo 10-11 secondo gli scienziati, a far “ribollire” l’acqua sollevandola fino a diversi metri.

Le prime vittime

La ricostruzione dei paleontologi riavvolge il nastro fino a 66 milioni di anni fa circa. Al momento dell’impatto. Il meteorite (probabilmente un asteroide del diametro di una decina di chilometri) entra in atmosfera e colpisce la zona dell’attuale Yucatan. Un’onda sismica si genera e scuote zone molto distanti. Anche quella del mare interno americano. Da lì si solleva l’onda che vomita a riva migliaia di creature marine. Da dieci a venti minuti dopo, inizia a scendere dal cielo la pioggia infuocata di vetro incandescente. Sono i ‘lapilli’ generati dall’impatto dell’asteroide, proiettili a temperature altissime con velocità superiori anche a 300 chilometri all’ora.

Tracce di queste sferule di “tectite” sono state trovate proprio accanto ai resti degli animali, secondo i ricercatori è la prima volta che un ritrovamento ha entrambi questi elementi. La prova che è avvenuto tutto in quei pochi minuti: “Le onde sismiche cominciano a manifestarsi entro nove o dieci minuti dall’impatto, così hanno avuto la possibilità di scuotere l’acqua prima che tutte le sferule piovessero dal cielo – spiega Mark Richards, professore emerito di Scienze terrestri e planetarie a Berkeley – queste, arrivando, hanno creato crateri sulla superficie, come imbuti (si vedono gli strati deformati in quello che era fango soffice)”. Una seconda onda segue la prima e copre tutto quanto con detriti, sigillando tutto per 66 milioni di anni. Fino all’arrivo del team guidato da DePalma.

Lo studio del team guidato da DePalma uscirà nei prossimi giorni su Proceedings of the National Academy of Sciences e promette di essere una pietra miliare nella comprensione di quello che successe durante l’ultima, grande, “sliding door” della storia geologica e dell’evoluzione: “È importante perché non abbiamo trovato nulla di simile in nessun altro posto del mondo: un giacimento di fossili di animali morti proprio nel giorno in cui è caduto l’asteroide – sottolinea Federico Fanti, professore di Paleontologia dell’Università di Bologna, che non ha partecipato allo studio – è una foto scattata nel momento del disastro e ci dice cosa è successo a migliaia di chilometri dal luogo dell’impatto. Perché assieme ai fossili troviamo anche le prove della caduta del meteorite. Di solito o ci sono gli uni o le altre”.

L’intuizione dell’Iridio ‘nata’ in Italia

Oltre quarant’anni fa Walter Alvarez, all’epoca professore proprio a Berkeley, propose la teoria dell’impatto con un meteorite per spiegare l’estinzione planetaria del Cretaceo. E la ricerca dell’Iridio come “marcatore” per riconoscere l’evento: “È una storia nata in Italia – continua Fanti – perché Alvarez, padre e figlio, si trovavano a Gubbio quando notarono su una parete di roccia una riga nera di Iridio. La datarono e scoprirono che era antica di circa 65 milioni di anni. Così proposero la teoria del meteorite per spiegare la grande estinzione”.

L’iridio è infatti un elemento raro sulla Terra ma molto presente negli asteroidi. Alvarez ora ha 79 anni e questo studio, che porta anche la sua firma, è una nuova conferma alla sua teoria: “Quando abbiamo proposto l’ipotesi dell’impatto per spiegare la grande estinzione, era basato solo sul trovare una concentrazione anomala di Iridio (l’impronta digitale di un asteroide o cometa) – ricorda Alvarez – da allora questa teoria è stata gradualmente verificata. Ma non mi sarei mai aspettato di trovare un ‘letto di morte’ simile”.

FONTE: REPUBBLICA.IT

Redazione People For Planet

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