La Stasi siamo noi

Perché ignorare la cronaca può essere un atto profondamente umano

«Ciò che non è riuscito alla STASI decenni fa – soleva dirmi un amico originario di Berlino Est – è riuscito ai social network oggi». Quale meccanismo psicologico nella cultura di massa sia stato ribaltato o portato in corto circuito è forse ancora difficile da appurare. Ma la sensazione è quella di trovarsi dall’altra parte dello specchio, rispetto agli anni della Guerra Fredda, in uno scenario parzialmente invertito ma sostanzialmente immutato.

I tempi che viviamo stanno sancendo, probabilmente, non soltanto l’irrilevanza della cronaca ma addirittura la sua portata tossica. È infatti una grave sottovalutazione ritenere che le notizie, che oggi navigano soprattutto online, siano state semplicemente soppiantate dalla rete. Nell’ansia di colmare una distanza per sua stessa definizione irriducibile dalle varie incarnazioni dei social, il giornalismo di cronaca si è mutato in una malattia mortale per la società reale. Non esiste, infatti, una porzione di notizie che possano considerarsi fake e dunque non esiste una lotta a questi tipi di raggiri che abbia concrete possibilità di trionfare.

Le notizie sono infatti, nella loro totalità, omogeneamente ed esclusivamente fasulle nel momento stesso in cui circolano in rete, perché l’istantaneità di quanto esiste in qualunque piattaforma online ha dimostrato – e continuamente dimostra – che osservare un fenomeno senza mantenere un millimetro di distanza da esso, ma assicurandosi di essere ad esso costantemente contemporaneo, non fa altro che creare mostri nelle menti di chi legge, osserva o ascolta.

Ha scritto qualche anno fa (paradossalmente su un social) il geniale comico britannico Ricky Gervais che Twitter è straordinario: «È come poter leggere e scrivere messaggi sui muri di ogni cesso del pianeta stando comodamente seduti a casa».

Negli anni della Cortina di ferro i servizi preposti al controllo delle vite delle persone erano, per l’appunto, segreti. Quei muri e quei bagni pubblici dovevano setacciarli. Mantenevano la loro natura occulta con la giustificazione intellettuale di servire un bene supremo – la sicurezza nazionale o una terra promessa ideologica. Gli apparati governativi dovevano costringere gli individui, ad Occidente come ad Oriente, ad aderire ad una visione escatologica dell’esistenza attraverso una propaganda serrata.

I social network hanno ribaltato questo paradigma con la velocità di un giocatore delle tre carte che sosta col suo banchetto all’entrata della stazione centrale: è stata azzerata qualunque dottrina sul destino ultimo dell’universo, collassando ogni approccio fideistico alla realtà in una successione di istanti indipendenti e isolati. Allo stesso tempo, si è fatta una leva enorme sull’istinto narcisista dei singoli individui, raggirati dall’illusione della gratuità. Colui che un tempo la STASI pedinava e condannava su delazione va oggi sua sponte a cedere ogni propria informazione a uno o più sconosciuti. Uomini e donne hanno creduto di trovare nei social media l’avverarsi di un sistema in cui potessero mostrare le proprie molteplici personalità senza alcun costo per il singolo individuo; un sistema che moltissimi – politica, mondo degli affari, istituzioni culturali, informazione – hanno ritenuto conveniente ribattezzare, di volta in volta, in democrazia diretta, democrazia dal basso, trasparenza.

I servizi segreti si basavano sulla necessità strumentale di un disegno intelligente, di un avvenire vicino a compiersi che giustificasse il costo da pagare nell’oggi. I social media hanno annullato il tempo come variabile e hanno sancito che nessun costo va addebitato ai singoli. I primi ideologizzavano qualunque singola azione individuandone il costo e l’utilità collettiva nell’ottica del domani luminoso. I secondi cambiano la natura dei cittadini in utenti e quella di democrazia in insieme di servizi. Entrambi hanno mentito, ovviamente.

La storia ci dice che tra le leggi ineluttabili dell’esistenza ne esistono infatti almeno due che è bene non dimenticare. La prima stabilisce che nulla è gratuito al mondo. Men che meno una nostra scelta, tanto che non ne esiste una che non richieda il pagamento di un prezzo. La seconda è che nulla che sosti ad un palmo di naso da noi ci è chiaramente visibile. Se i giornali perdono, come è storicamente accaduto, la loro missione di racconto da remoto – nel tempo e nello spazio – allora è meglio sostare al di fuori da qualunque flusso di notizie. Il timore dell’isolamento che ne conseguirà è la vera Makarov puntata alla nostra tempia. Ma è, come ogni notizia, falsa. Sembra esistere, ma non è.

Dovendo scegliere, meglio preferire quella con la s minuscola. La stasi. Piuttosto, scovare un luogo mentale o dell’animo dal quale creare una prospettiva possibile sulle cose e le persone, prima di ripartire e cambiarla, con un po’ di calma. Con qualche ironia. Anche con qualche solitudine. Magari rileggere i classici che, come le Cariatidi dell’Eretteo, sono lontani, immobili e sorridenti. Oltre che eternamente sexy.

Immagine: Screenshot proveniente dal film Le vite degli altri – Fonte Wikipedia

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.