La vicenda di Silvia, rapita in Kenia. Parliamo con altri volontari come lei

Cosa pensa chi vive un’esperienza di volontariato?

Cosa spinge una persona a partire e cosa succede una volta fatta questa scelta?

Poche ore fa il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto alla Farnesina il vicepresidente del Kenya, William Ruto, al quale ha ribadito che l’Italia si aspetta la rapida liberazione di Silvia Costanza Romano, volontaria italiana rapita proprio in questo Paese.

Sulla vicenda della giovane volontaria si è discusso molto, anche troppo. Ed è giusto rispettare il silenzio della famiglia che aspetta il suo ritorno.

Possiamo però analizzare il tema dei tanti volontari che partono con gruppo piccoli o grandi. Così tanti, anche in Italia, che è difficile contarli. Cosa pensa chi ha in passato vissuto un’esperienza di volontariato? Cosa spinge una persona a partire? Cosa succede una volta fatta questa scelta? E’ tutto così semplice come traspare dai tanti commenti di coloro che hanno deciso di avere un’opinione netta in materia oppure è una questione molto complessa?

Abbiamo provato a fare alcune di queste domande a Emanuele Pini, insegnante di Latino a Como, che è stato negli ultimi anni molto spesso in Africa, in Uganda e in Congo dove è rimasto un anno.

Cosa pensi della vicenda di Silvia, se l’hai seguita, e dei tanti commenti che sono stati fatti in Italia?

“Beh, si potrebbero dire una marea di cose… la prima che mi viene in mente è legata a questa ondata di sdegno, di offese nei confronti di una persona che non ha fatto nulla di male, se non cercare di aiutare qualcuno. La generosità non si dovrebbe mai condannare. Il delitto è suo o dei sequestratori? Non credo che i volontari siano eroi, ma fanno piccoli grandi sacrifici (lasciare casa, perderci tempo, soldi, affetti), anche se poi vengono totalmente ripagati. Non so neppure quanto quella gente, piena di rabbia verso una ragazza, abbia mai avuto il coraggio di un atto inutile di generosità.

Certo, aiutare non è un gesto folle e incosciente, ma poi penso: ma quella zona era a rischio? Era sotto qualche minaccia? La verità è che è facile dirlo a posteriori. Non conosco quella zona, non ci sono mai stato, quindi non posso dare una mia opinione e non la do, per rispetto. So però che spesso i rischi di un territorio li puoi capire e conoscere solo in loco, sul campo. Io ho vissuto un anno in Congo, in un villaggio nel nord est dell’Ituri: qualche centinaio di km a Sud vi era (e vi è) un continuo scontro tra ribelli, mercenari per il controllo delle miniere del Kivu, eppure non ho mai avuto una sensazione di pericolo. Sembra quasi che su Silvia si sia abbattuta una tempesta di rabbia che però abbia le sue radici altrove, lontano, nella nostra piccola Italia di ogni giorno”.

Hai letto i commenti e gli articoli recenti? Anche la diatriba sul Caffè di Gramellini?

“Non so se volontariamente o meno, ma ha dipinto una persona come una sorta di avventuriera ingenua. Il volontariato è una realtà lontana da tutto ciò: ci sono incontri di formazione, confronti, progettazioni coi locali, rinvii e progetti interrotti per la priorità della sicurezza. Guardo nel mio piccolo alla situazione “di frontiera” che sta vivendo in questi anni Como e pare lampante come il volontariato sia stato e sia ad ora una risorsa importante (se non quella principale): è folle per una Paese problematico, fragile e impoverito (anche culturalmente) come l’Italia rigettare queste energie che in realtà la stanno tenendo a galla in varie situazioni. I valori sono i medesimi dall’Africa alla protezione civile, dagli alpini ai piedibus nei piccoli paesi, dagli oratori ai servizi per i senza tetto: nessun uomo è un’isola, nessuno può ritenersi ricco senza l’altro”.

E cosa penseresti se ti dicessi che c’è tanto da fare anche qui?

“Per prima cosa questa opposizione aiutare là/aiutare qui mi sembra un’antitesi innaturale e quantomeno propagandistica: se un uomo è abituato a porgere la mano, è abituato a farlo dovunque, qui, là o chissà dove. Nulla vieta ad aiutare a casa propria e a volere anche vedere un mondo “altro” da questo: non credo sia un reato, anzi piuttosto è la chiusura che fa degenerare progressivamente alcuni atteggiamenti umani. Nel mio specifico io, sì, vorrei tornare in Congo e ci tornerò, perché mi sono innamorato di questo mondo “altro” e dei valori che esso esprime. Questo non vuol dire rinnegare nulla della mia patria, della mia storia, di quanto io sia italiano, ma aprirmi all’altro, condividere con l’altro le nostre storie. Questo mi ha insegnato la cultura classica, la cultura cristiana, la cultura italiana fino a qualche anno fa: becero, gretto è invece fomentare, far vincere questa paura dell’altro, solleticando alla pancia l’egoismo più meschino. Qui o altrove”.

Tu hai scelto di andare a fare il volontario “da grande”, interrompendo il lavoro. Non è stata una scelta facile immagino, cosa ti ha spinto?

“Io ho conosciuto l’Africa per caso, a 32 anni, per un primo mese di volontariato in Uganda… è stata l’intensità di questa esperienza, la voglia di continuare questa ricerca che mi ha spinto a scegliere di mettermi in gioco, di mettere in gioco la mia vita per andare a conoscere quest’altro mondo che non solo è possibile, ma che c’è. Sai una cosa? Ci pensavo in questi giorni… in tutti quei mesi, a 10000 km di casa, l’unico bianco di tutta l’area, ne ho vissute un po’ di tutte i colori… una volta la polizia congolese (che non è certo famosa per la benevolenza, visto che si autofinanzia con multe, furti e violenze) mi ha sequestrato il cellulare. Ecco in questi momenti, nei momenti più duri e difficili giuro che non mi sono mai, MAI, preoccupato per me stesso, ma ho solo avuto paura che i miei cari, i miei parenti, i miei amici, potessero preoccuparsi per me. Sembra una follia, ma è tutto così umano”.

Qualcuno potrebbe non capire questo concetto di umanità: è una follia rischiare e mettere in pensiero i propri cari. Spiegami meglio perchè dici “è una follia ma è tutto così umano”.

“No, non è una follia andare, anche perché, parlando del mio caso specifico, ovviamente procediamo con la massima cautela: i rischi devono essere ridotti allo zero e non lo dico solo per me quanto anche per coloro che mi ospitano. È quasi una follia invece questa natura dell’animo umano capace di essere più in pensiero per le persone care che per le proprie giornate”.

Ma non ti è mai capitato di “pensare male”? …di pensare “arrangiatevi”?

“Qualche momento di frustrazione sì, ma mai stanchezza, mai voler tornare indietro. Dopo del tempo è come se divenissero un po’ il tuo mondo. L’Africa offre, a chi la conosce, una netta differenza rispetto all’Europa: qui abbiamo migliaia di problemi che, ne sono convinto, se lottassimo uniti e concordi, con fatica e impegno supereremmo. In Africa ci sono problemi, anzi tragedie, spesso portate esclusivamente dall’arrivo della colonizzazione, spesso di cui noi siamo inconsapevolmente i responsabili “a distanza”, che sembrano davvero insormontabili. Lavorare in un piccolo ospedale nella savana in cui alcuni giorni morivano anche tre bambini di malnutrizione, le ondate di violenze fomentate da interessi economici europei, lo schiavismo nelle miniere, la prostituzione e la pedofilia nelle grandi città: a volte sono così poveri che non hanno che la speranza, talvolta neppure questa”.

Tu dove sei stato e con che organizzazione? Hai detto che eri il solo bianco, ma c’erano altri volontari? Come li hai conosciuti e cosa facevate? 

“Sono stato col VOICA (volontariato internazionale canossiano, molto diffuso nella zona di Brescia) per alcune esperienze in Uganda a Bethlehem di Kyotera e poi più di un anno (e ci torno appena posso) ad Ariwara, nella regione dell’Ituri, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo.

In Uganda ero sempre in gruppo, in Congo sono partito inizialmente con un gruppo che è rientrato dopo 3 settimane e poi sono rimasto l’unico volontario e l’unico europeo, perché poi c’era una suora argentina, ma non ho mai avuto paura. Ho conosciuto le suore canossiane perché lavoravo proprio in un loro istituto, a Como. In Congo hanno un piccolo ospedale e io, pur non avendo competenze nel campo sanitario, ho dato una mano dappertutto, dall’amministrazione, dalla contabilità alla farmacia, dal segretariato alla cassa, soprattutto per i supporti informatici. Ho veramente fatto di tutto ma, alla fine, quello che forse contava, ora che posso rileggere il passato, non era tanto quel poco che ho fatto, ma l’esserci stato, fisicamente, mostrare come il mondo non si gira da un’altra parte ma è presente con gli ultimi degli ultimi.

Mi dici un motivo per fare il volontario e un motivo per non farlo?

“Potrei dire che è un’esperienza che apre, attraverso un fare semplice, pratico, a tante conoscenze, e anche a una conoscenza più profonda di sé, ma credo che non ci sia una regola per fare il volontario. Non deve essere vissuto come un dovere: meglio concentrarsi su fare bene quello che si fa, con un animo accogliente e aperto agli altri. A quel punto buttarsi per piccoli gesti sarà totalmente naturale”.

Adesso cosa fai? Stai insegnando?

“Ora da un annetto sono tornato a insegnare latino e italiano al liceo, ma tengo fitti rapporti coi miei amici “di là”, ho creato anche una pagina solo in lingala (la lingua bantu parlata in Congo) per poter essere “presente”. Poi torno ogni estate, aiuto a organizzare progetti e aiuti nel mio piccolo. La scorsa pasqua con una vendita di uova abbiamo aiutato questo piccolo ospedale per l’ECG. Questo Natale, grazie anche agli altri volontari e a chi aderisce a tante piccole iniziative, riusciremo a fornire una piccola unità dentistica mobile. I problemi sono tanti, le tragedie ancora più grandi, ma cerchiamo di essere prossimi nel nostro piccolo”.

Racconti mai della tua esperienza ai tuoi alunni?

“Beh, parlare di Africa in una lezione di latino forse potrebbe spiazzare anche me, ma ogni tanto nelle lezioni qualche dettaglio emerge, perché fa parte di me e delle mie esperienze. talvolta mi capita invece di fare incontri ai miei alunni o ad altre scuole per informare sul Congo, il gigante dell’Africa, che muore a causa della sua grande ricchezza, e in quei momenti devo ammettere sono attenti come in nessun’altra”.

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Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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