L’acqua sarà quotata in borsa come il petrolio e l’oro

L’acqua diventerà una commodity e dipenderà dalla speculazione finanziaria. Il capitalismo predatorio non conosce confini.

Ben 159 milioni di persone si abbeverano da acque di superficie non sicure o contaminate, come pozze e ruscelli, e più di 700 bambini sotto i 5 anni di età muoiono di diarrea causata dall’uso di acqua non pulita, ogni giorno. È in questo quadro mondiale che si apprende la notizia dell’ingresso dell’acqua in borsa: l’acqua diventerà una commodity e dipenderà dalla speculazione finanziaria, proprio come l’oro e il petrolio. Solo che a differenza dei due, è un un bene primario per l’umanità e costituisce la principale fonte di approvvigionamento alimentare per tutti gli esseri umani e per gran parte degli esseri viventi.

L’operazione è made in U.S.A. ed è a firma di Cme Group – la più grande piazza finanziaria dei contratti a termine del mondo – e il contratto dovrebbe esordire nel quarto trimestre dell’anno prossimo, sulla piattaforma di negoziazioni per via elettronica Globex, sempre proprietà di Cme, impiegando come sottostante il Nasdaq Veles California Water Index, che rispecchia il prezzo dei diritti sull’acqua in California, un mercato che oggi, riferisce Agi.it, vale 1,1 miliardi di dollari, ma che è destinato a decuplicare in poco tempo, tanto più che il business dell’acqua in America vanta un lungo corso, iniziato con la privatizzazione e proseguito con la quotazione delle aziende d’acqua, per lo più società per azioni e multinazionali, veri e propri colossi, come l’American Water Works, la più importante perché la più diversificata nei servizi (su territorio nazionale e all’estero, nei paesi sprovvisti di infrastrutture proprie): fornisce acqua potabile, servizi di trattamento dei liquami e altri servizi correlati a più di 14 milioni di persone in 46 Stati. Se però la quotazione in borsa delle aziende d’acqua non stupisce in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, tra i primi al mondo ad avere privatizzato l’acqua, la quotazione della materia prima, l’acqua, senza mediazioni, solleva più di un dubbio circa la possibilità che la principale risorsa del pianeta divenga negoziabile proprio ora che la sua disponibilità è messa a rischio dai cambiamenti climatici.

Dalla Cme assicurano che non cambierà nulla, che la scelta nasce per tutelare gli allevatori e i coltivatori, sempre più danneggiati dalle siccità improvvise, i quali potranno così chiedere risarcimenti. Sì, ma a quale prezzo? E a scapito di chi? Perché con ogni evidenza il Cme punta a sfruttare il cambiamento climatico, l’inquinamento e la crescita demografica per far salire il valore dell’investimento, tutto questo, però, non può che peggiorare le condizioni delle popolazioni che già da anni migrano a causa dei problemi idrici e ambientali della terra in cui vivono.

Dal 2008 al 2015 circa 203 milioni di persone sono sfollate a causa di disastri ambientali, con una media di 25,4 milioni all’anno, e solo nel 2017, 18,8 milioni di persone si sono viste costrette ad abbandonare la propria terra per cause ambientali (Fonte UNHCR). Se finora l’acqua era tra i principali “driver” delle migrazioni umane, dall’anno prossimo potrebbe diventarlo ancora di più, sulla spinta di un capitalismo predatorio che è riuscito a mettere mano sull’acqua, e domani, chissà, sull’aria.

Cosa potrebbe esserci di più catastrofico che scommettere sull’approvvigionamento alimentare mondiale?“, si è chiesto Frederick Kaufman, professore della Graduate School of Journalism della City University of New York alla notizia dell’ingresso dell’acqua in borsa. Nulla, non c’è nulla. C’è solo uno scenario, terribile, per cui già prima della notizia, si stimava che nei prossimi 15 anni ci sarà un aumento della domanda idrica del 55% potendo però contare su disponibilità idriche che copriranno solo il 60% della domanda. Non solo: circa 4 miliardi di persone – quasi 2 terzi della popolazione mondiale – vive una situazione di severa scarsità d’acqua per almeno un mese l’anno e si prevede che a fronte di un ulteriore stress ambientale, dovuto a fattori quali la crescita della popolazione, il sottosviluppo di determinate aree, la debolezza dei governi, i conflitti armati, la riduzione della percentuale di acqua rinnovabile e l’insufficiente pianificazione urbana a margine dell’espandersi delle città, entro il 2030, 700 milioni di persone potrebbero abbandonare la propria casa a causa del peggioramento della situazione di scarsità idrica (fonti ONU).

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

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Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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