L’America dice addio alla cerimonia funebre: ora i funerali sono una festa

(anche per le tasche)

«Nessuno di noi ne uscirà vivo». Su questa lapalissiana certezza si fonda il business della californiana Alison Bossert, che dopo 17 anni passati nel mondo del cinema come organizzatrice di eventi, ha deciso di mettersi in proprio come “funeral planner”. «Non possiamo controllare come e quando moriamo», spiega Bossert, «ma possiamo dire come vogliamo essere ricordati». In altre parole: la morte è un dato di fatto, ma non è scontato il modo in cui ce ne andremo e come sarà il nostro ultimo saluto. La funeral planner con la sua Final Bow Productions (che suona più o meno “Produzioni Inchino Finale”) ha organizzato decine di eventi in cui si è arrivati a commemorare un caro estinto con folle di 300 persone, agghindate come allo stadio per il Super Bowl: con tanto di cappellini da baseball con stampato il motto del defunto, carrello degli hot-dog, bevande zuccherate e gli amici che si avvicendavano sul palco per orazioni più spiritose che tristi.

Come racconta l’Huffington Post, in un’America sempre più laica, la sobrietà della commemorazione della morte di stampo protestante, con il morto adagiato sul catafalco, accanto a una sua gigantografia, e per la “modica” cifra media di 9.000 dollari, è ormai considerata una «reliquia». Nuove forme di commiato stanno prendendo spazio. E non solo tra le star del cinema. Una nazione che si è sempre dimostrata tremendamente fragile davanti alla morte (come Hollywood ci ha ampiamente insegnato) ora si avvia a celebrare, proprio nel giorno finale, la vita facendo quello che le riesce meglio: festa. E quindi sì al cocktail sul campo da golf (con tanto di urna cineraria a forma di pallina) o al barbecue a bordo piscina in braghe corte e t-shirt invece che in abiti scuri. Bandite i violini e le Ave Maria di Schubert, nelle casse esplodono le note del rocker preferito dal defunto.

Alison Bossert è solo una, forse la più nota, tra coloro che hanno fiutato il business. Che non può che essere in crescita, dato il picco di morti che si avrà, stando alle previsioni, tra una decina di anni. Nel 2030, secondo l’Ufficio del censimento degli Stati Uniti, le persone con più di 65 anni saranno più numerose della popolazione infantile. Sette anni dopo, nel 2037, si prevedono 3,6 milioni di morti nei soli Stati Uniti: 1 milione in più rispetto al 2015. L’industria della morte a stelle e strisce si prepara ancora una volta a cambiare faccia. Lo aveva già fatto 40 anni fa, quando l’epidemia di Aids pose davanti alle imprese di onoranze funebri il problema di trovare un modo meno freddo e distaccato per preparare l’addio a tanti giovani in fin di vita. Una delle prime pellicole dedicate al tema dell’Aids, Che mi dici di Willy? (1989), con gli allora giovanissimi Campbell Scott e Mary-Louise Parker, cercava proprio di esorcizzare l’addio definitivo e lugubre all’amico morto con una folla festante finale, di sopravvissuti e morti. Così, ora, sempre più famiglie chiedono di sostituire i funerali, con tanto di bara aperta con il caro estinto pettinato e imbellettato, con cerimonie commemorative, senza il corpo ma con il ricordo di com’era.

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