L’anarchia, la tempesta e l’impeto

Jürgen Klopp e l’amore che serve ad essere europei

“È fantastico. È ciò di cui abbiamo bisogno di questi tempi: giovani pieni di gioia, pieni di amore, pieni di amicizia, in un mondo in cui tutti noi facciamo fatica a capire quanto ci sta attorno”. È la frase che Jürgen Klopp – l’allenatore del Liverpool, tra le protagoniste in questi giorni, assieme al Barcellona, di una tra le semifinali più epiche che la Champions League ricordi – affida al giornalista di Channel4.

L’intervistatore allarga la prospettiva, sente di poterlo fare con l’uomo che ha di fronte, che pare aver quasi fatto del suo stesso eroismo sportivo un proprio tratto distintivo. Gli chiede perché egli abbia fatto sapere di ritenere la Brexit un errore e abbia appoggiato l’idea di un secondo referendum in Gran Bretagna. Klopp risponde senza sfruttare un centesimo del suo credito, forse perché lo sport ha insegnato a questa ultima incarnazione dello Sturm und Drang su prato il senso del ridicolo e della misura. “Non sono la persona adatta a rispondere, non sono la persona più informata al mondo” dice, “Ma la gente le presta ascolto” incalza il giornalista, “Forse questo è il problema” chiosa il tecnico tedesco.

Il tramonto dei classici nella nostra civiltà a favore dell’ascolto del caos più mediocre è certamente un problema, ma l’abuso delle posizioni di potere che si tramutano in pulpiti e dei blog che si trasformano in partiti è forse un pericolo ancora più grande. Jurgen ha battuto in rimonta e per quattro reti a zero la squadra del calciatore più forte al mondo. Lo ha fatto in una gara in cui ogni previsione tecnica, qualunque approccio metodico a questo sport, ciascuna opinione è stata dissolta nel presente, nella densità mitologica di un evento che diveniva classico nel suo stesso svolgimento. Klopp ha poche parole: “Cosa volete? Vivere una situazione imperfetta da soli o viverne una imperfetta da partner forti in una unione forte? È buon senso. La storia ci ha insegnato che se siamo soli siamo più deboli”.

Forse il nostro buon senso è svanito anche a causa del nostro impegno salottiero, quello che ci ha fatto derubricare a attività ludica una storia drammatica ed esaltante come la Champions League, lasciando che a raccontarcela fossero frotte di grigi ragionieri del calcio. L’allenatore tedesco ha usato la parola “amore” per descrivere i ragazzi che vi partecipano, un termine che difficilmente abbiamo ascoltato da un qualunque leader politico negli ultimi quarant’anni – bisogna tornare indietro a Errico Malatesta e ai suoi anarchici che scrivevano “noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza”. È il caso di smetterla di considerarli ventidue giovanotti in mutande che corrono dietro ad un pallone, o figli di una disciplina troppo complessa perché chiunque possa avvicinarvisi senza aver studiato milioni di pagine di moduli tattici sofisticatissimi. Jürgen Klopp non gioca solo e banalmente in Europa. Jürgen Klopp vi gioca perché questo continente, prima di tutto, lo ama.

Fonti:
Youtube.com
Channel4.com

Immagine: South China Mornin Post

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.