Lavoricidio, morti sul lavoro: una strage che nessuno racconta

Il Paese è alle prese con un’emergenza senza precedenti, ma altri gravi problemi permangono e ai rischi nei luoghi di lavoro si è aggiunto il Covid-19

Morti sul lavoro, i numeri, le possibili cause. Ed ora anche il Covid-19.

Ai rischi pre-esistenti di cui parleremo nell’articolo si aggiunge oggi il rischio virale dovuto al Covid-19. Il Governo ha definito un protocollo di misure atte a ridurre i rischi per evitare il contagio sul luogo di lavoro, perchè molte attività sono ancora aperte e i loro lavoratori, in questo momento, sono soggetti anche questo rischio.

Perché il numero dei morti o infortunati sul lavoro non diminuisce? Perché normativa, procedure e controlli non sono in grado di ridurli?

È accaduto all’alba del 6 febbraio scorso l’incidente sul lavoro che ha causato la morte di due macchinisti a seguito del deragliamento del Frecciarossa 1000 su cui si trovavano. Una vicenda che nel commento di molti giornalisti nei giorni successivi è stata accompagnata dalla frase “poteva andare peggio”. Forse. Ma sicuramente sarebbe potuta andare meglio.

Per Ferrovie dello Stato l’errore è “inspiegabile” per un normale lavoro di routine, mentre l’Unione Sindacale di Base ha ricordato in questa occasione i numerosi scioperi e le denunce riguardanti le “condizioni della manutenzione della linea ferroviaria, sull’impiego esasperato del personale, sul depotenziamento degli enti preposti al controllo (ANSF) e su una politica sempre più spudorata di appalti e subappalti nelle lavorazioni sensibili”. Perché è indubbio che per svolgere una buona attività manutentiva sia richiesto un organico adeguato, occorra che abbiano le ore di riposo giornaliere e settimanali nel rispetto del contratto collettivo, e occorra anche che si possano fare le lavorazioni con il tempo necessario per farle.

E questo è solo l’ultimo degli eventi plurimi (ovvero che hanno coinvolto più di un lavoratore) accaduti in Italia. Perché purtroppo la lista è lunga, anche solo considerando dal dicembre 2007 ad oggi. Dal 2007, ovvero dall’anno in cui è avvenuta la tragedia che ha provocato la morte di 7 operai e che ha visto un processo lungo nel quale sono state evidenziate molte mancanze da parte della Thyssen Krupp di Torino. Nella sentenza che ha condannato i sei imputati per “colpa imponente” anche per “la imponente serie di inosservanze a specifiche disposizioni infortunistiche di carattere primario e secondario…” si legge anche che lo stabilimento di Torino costituiva “una situazione di attuale e latente pericolo per la vita e per la integrità fisica dei lavoratori”. Ma purtroppo non ha insegnato, e non ha impedito altri incidenti, come si è visto negli anni successivi, fino al più recente del Frecciarossa.

Cronistoria degli eventi plurimi di morti sul lavoro negli ultimi 12 anni

Sette sono stati gli operai morti tragicamente alla Thyssen Krupp di Torino nel dicembre 2007, altri sei operai sono deceduti mentre erano impegnati nella pulizia di una vasca nel depuratore di Mineo in provincia di Catania nel giugno 2008, tre i lavoratori asfissiati da gas tossici in Sardegna nel 2009, e ancora sette persone di nazionalità cinese decedute nel rogo del laboratorio tessile di Prato nel 2013.

Nel 2015, si ricordano i due incidenti avvenuti in fabbriche di fuochi pirotecnici costati la vita nel mese di maggio a quattro lavoratori di Giugliano in Campania e nel mese di luglio a dieci lavoratori di Modugno alle porte di Bari.

Nel 2016, un’altra tragedia: lo scontro tra due treni in Puglia provocò la morte di 23 persone, di cui 8 tra macchinisti e lavoratori pendolari.

Nel 2017 nel mese di gennaio: la tragedia di Rigopiano, in cui morirono 29 persone, di cui 11 dipendenti della struttura alberghiera e quella di Campo Felice, quando un elicottero del 118, venuto in soccorso di un infortunato sulle piste da sci, precipitò causando 6 morti (5 tra piloti e soccorritori e uno lo stesso infortunato).

Nel mese di agosto 2018 altri tre incidenti stradali: due in Puglia, a Lesina e Foggia, in cui hanno perso la vita 16 braccianti, e uno a Genova con il crollo del ponte Morandi con 15 casi mortali denunciati all’Inail.

A settembre 2019, la tragica vicenda dei quattro lavoratori morti a seguito della caduta in una vasca per la raccolta dei liquami in una azienda agricola della campagna pavese che si occupa di allevamento di bovini, riportando in primo piano il problema della tutela dei lavoratori che operano nei cosiddetti “ambienti confinati”. Alla caduta del primo operaio, gli altri si sarebbero lanciati uno dopo l’altro nella vasca nel tentativo di salvare i colleghi, rimanendo poi, come risulta dalle prime ricostruzioni, tutti soffocati dalle esalazioni di gas.

Tra le prime cause di infortunio mortale, a prescindere che sia plurimo o meno, troviamo gli incidenti stradali (la metà del totale dei decessi), ossia quelli che si verificano fuori dall’azienda con coinvolgimento di un mezzo di trasporto (in occasione di lavoro e in itinere); a seguire gli schiacciamenti e le cadute dall’alto, più altre cause di frequenza inferiore tra cui ustioni, folgorazioni, soffocamento e asfissia, annegamenti, esplosioni.

I dati complessivi annuali non calano significativamente

Veniamo al dato complessivo annuale: sono in tutto 1089 i lavoratori deceduti rilevati da INAIL nel 2019, 1133 nel 2018. Più di 17.000 morti negli ultimi 10 anni, si può ben dire che il lavoro è una strage.

E i dati, peraltro, risultano sottostimati. Ci sono anche categorie qui non conteggiate. Per esempio l’Inail, cui sono iscritte le aziende ma non direttamente i lavoratori, non dispone di una banca dati incrociata con quella dell’Inps per rilevare quanti siano esattamente gli infortuni.

Non rientrano nel conto, per esempio, i rider travolti da mezzi su strada, né i ciclisti. Non sono conteggiate neanche le forze dell’ordine, al cui computo pensa la Ong “Cerchio Blu”, gestita direttamente da alcuni agenti di polizia, che da inizio anno annovera ben 40 suicidi sul posto di lavoro. E mancano anche stime per i Vigili del fuoco e gli sportivi.

E tutto ciò, anche considerando i soli dati INAIL, nonostante che le norme ci siano, nonostante che i controlli vengano fatti. Ci si chiede, perché ancora si mantengono questi numeri?

Perché non diminuiscono, come ci aspetteremmo in un Paese che fonda la propria democrazia sul lavoro, non sulla morte del lavoratore? In Italia il lavoro uccide una persona ogni otto ore, ne ferisce una ogni 50 secondi. Ogni anno ricordiamo i 262 morti di Marcinelle, più della metà minatori italiani emigrati in Belgio, ma dimentichiamo che ogni tre mesi in Italia abbiamo un numero di morti pari a quelli di Marcinelle.

Per quali ragioni non diminuiscono?

«Innanzitutto perché in Italia è molto diffuso il lavoro nero e chi è impiegato senza contratto non denuncia infortuni» spiega Sebastiano Calleri, responsabile nazionale salute e sicurezza della Cgil in un’intervista. Tra le cause principali: precariato diffuso, insufficienza di controlli, tagli alle spese per la prevenzione e la sicurezza. «Uno dei problemi principali riguarda la filiera degli appalti. Il subappalto non corretto, soggetto a ribassi eccessivi che comprimono i costi per la sicurezza, è la prima causa di infortuni e malattie professionali».

«Al Sud il dramma si lega ai lavoratori nei campi, stagionali e dunque precari, costretti ad accettare condizioni sempre più degradanti» spiega sempre Calleri. Non è un caso che lo scorso anno, su 20.025 accertamenti dell’Ispettorato nazionale del lavoro, 16.394 aziende siano risultate irregolari: è circa l’82%, con un aumento sul 2017 di quasi il 5% del tasso di irregolarità.

«Purtroppo si procede troppo lentamente e con poche risorse» chiarisce Zoello Forni, presidente dell’Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro). «Tanto che, anziché salire, il numero delle ispezioni effettuate nel primo semestre 2019 è diminuito del 9% rispetto allo stesso periodo del 2018». Neanche il precariato aiuta: «Se sei un lavoratore a tempo, accetti condizioni al ribasso pur di non perdere il posto» ragiona Calleri. Ma in definitiva quello che manca, secondo Forni, «è una cultura diffusa della prevenzione. Per inculcarne l’importanza occorre cominciare a scuola: l’Anmil da tempo porta avanti progetti, dalle elementari alle università, incontrando centinaia di migliaia di studenti, però c’è tanto ancora da fare».

Gli infortuni non diminuiscono perché vi è la possibilità di sfuggire alle norme sulla prevenzione o forse perché sono diminuiti anche gli ispettori delle Asl, sono sempre troppi gli organi di vigilanza che non riescono a coordinarsi, e ogni Regione ha una propria politica di prevenzione, con diverse sensibilità rispetto alle imprese? Venti diverse politiche, mutevoli in base al quadro politico, oltre quella statale articolata a sua volta in diversi enti, anche queste sono possibili ragioni. E infine, sulla vicenda ultima del Frecciarossa, viene il dubbio che queste possano essere vittime di una modernità che vuole tutto più veloce, sempre di più ma che non investa a sufficienza nella sicurezza. Ovvero spendere le migliori conoscenze tecniche, scientifiche, innovative, amministrative e produrre un’energica politica preventiva. Di questa maggiore “cultura” si avvantaggerebbero soprattutto le imprese sane, senza dover subire anche la concorrenza sleale di chi opera nell’illegalità.

Il parere di Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, in quanto a cause e possibili misure si sintetizza in questo: «Necessità di una politica preventiva, applicazione puntuale delle norme, lotta al lavoro nero, incremento della cultura sulla sicurezza”.

Di seguito il parere per esteso, tratto da un articolo pubblicato su Avvenire.it:

«Uno Stato che vuole garantire sicurezza deve raccogliere e spendere le migliori conoscenze tecniche, investigative, scientifiche, amministrative e produrre un’energica politica preventiva. Di questa si avvantaggerebbero soprattutto le imprese sane, che altrimenti subiscono la concorrenza sleale di chi opera nell’illegalità del lavoro. Anche l’apparato giudiziario ha responsabilità: molti processi iniziano male e finiscono peggio, per l’errata identificazione dei soggetti realmente responsabili e per l’individuazione delle cause.

Ma anche per la sostanziale ultradecennale disapplicazione del decreto 231 del 2001 sulla responsabilità delle imprese, e soprattutto per i tempi della risposta giudiziaria rispetto alle attese di giustizia. I processi sono più veloci quando nascono da buone indagini per fare le quali occorre una polizia dedicata, specializzata, competente. La concentrazione delle conoscenze, almeno a livello distrettuale, agevolerebbe efficacemente competenze, qualità e tempi della risposta di giustizia.

Dovremmo, poi, anche chiederci non solo perché, ma anche chi muore di lavoro.

Il lavoro uccide e ferisce più uomini che donne, più al Sud che al Nord, più in agricoltura ed edilizia che in fabbrica; chi è addetto a macchine e impianti più che in uffici; colpisce i lavoratori in nero e quelli in grigio, fittiziamente regolari, chi ha un datore di lavoro attento più al profitto che alla persona, chi ha paura a rivendicare il proprio diritto alla salute, alla vita, alla dignità. Quindi i più deboli.

Guardando la curva degli infortuni sul lavoro negli ultimi trent’anni si osserva che non v’è alcuna relazione diretta con l’indice di disoccupazione o con l’andamento dell’economia, non è vero che diminuendo il lavoro, cala il numero degli infortuni, e viceversa. Gli incidenti sul lavoro non sono, quindi, il prezzo della crescita o il frutto della decrescita economica. Ogni infortunio pesa sul Pil, grava sul sistema sanitario, previdenziale, assicurativo, amministrativo e giudiziario, ferisce l’economia sana, lo stato sociale, tutti noi. La legalità è il potere dei senza potere, la legalità del lavoro è l’unico potere dei più deboli».

Immagine di Armando Tondo

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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