Le emissioni ci stanno uccidendo: la Superpianta mangia-CO2 ci salverà?

Piante più efficienti per arginare i cambiamenti climatici

La maggior parte delle strategie volte ad arginare i cambiamenti climatici e a diminuire le emissioni nocive sottintende una modifica dei comportamenti umani che li renda più sostenibili e rispettosi del Pianeta. Secondo i ricercatori del Salk Institute for Biological Studies (California) è possibile però farci dare un aiuto anche dalla stessa natura che stiamo distruggendo. In particolare, una Superpianta con una particolare efficacia di assorbimento della Co2 potrebbe essere un formidabile asso nella manica.

Effettivamente è un paradosso: l’essere umano genera CO2, distrugge foreste millenarie, devasta interi ecosistemi, pone a rischio la sua stessa specie e poi cerca un supporto nelle piante per rimediare! Al Salk Institute la chiamano “Ideal Plant” e la sua azione andrebbe comunque a sommarsi alle altre strategie di mitigazione che intanto dovremo necessariamente mettere in atto. Insomma, non basterà certo una Superpianta a rimediare a decenni di danni…
I ricercatori sono partiti dal fatto che le piante assorbono CO2 e la immagazzinano; una parte finisce nel terreno, dove resta per millenni. Ma ormai la quantità di Co2 che riversiamo nell’atmosfera è troppa perché ci sia una compensazione, la Terra è satura. Perché allora non immaginare piante in grado di assorbire più CO2 e di immagazzinarla per altri secoli?

Dal Salk Institute, il biologo Wolfgang Busch spiega così quella che potrebbe sembrare una forzatura: «Non stiamo provando a far fare alla piante qualcosa che già non fanno, stiamo solo tentando di migliorarne l’efficienza per poterle utilizzare allo scopo di arginare i cambiamenti climatici».

Così è nata la Harnessing Plants Initiative, che ha come scopo quello di creare “ideal plants” che hanno bisogno di meno fertilizzanti, producono frutti per sfamare il mondo e intanto ci aiutano a immagazzinare la CO2 nel profondo del terreno.

Significa anche un cambiamento nel settore agricolo «dove sarà importante non soltanto cercare un terreno coltivabile al massimo ma anche capire quali varietà possano trasferire al suolo una quantità maggiore di carbonio», dice Christer Jansson del Department of Energy’s Environmental Molecular Sciences Laboratory, membro di un team internazionale che ha sviluppato un tipo di riso che emette una piccolissima quantità di metano mentre cresce (si tratta solitamente di una delle attività umane che generano più metano). Lo stesso Jansson studia la rizosfera – l’area di terreno dove si trovano le radici e che può essere considerata come una sorta di mini-ecosistema – perché la presenza di alcuni batteri “manipolati” potrebbe rivelarsi utile a far sì che più carbonio sia imprigionato nel suolo, oltre che a rendere i raccolti più abbondanti.
Com’è prevedibile, occorrerebbero molti investimenti perché questi studi diventassero realtà e, in più, il tempo non è a favore di questi scienziati tanto sensibili al problema dei cambiamenti climatici, a cui dedicano gran parte della loro vita.

Per fortuna arriva almeno qualche riconoscimento. Joanne Chory, scienziata del Salk Institute e biologa di fama mondiale, da tempo è impegnata proprio nella ricerca di soluzioni che possano risolvere la questione del surriscaldamento globale grazie alle piante. Ormai è una star. Nel 2018 ha ricevuto un Gruber Genetics Prize e ha devoluto i 500 mila dollari ricevuti con il California Institute of Technology; ha inoltre vinto il Breakthrough Prize in Life Sciences, che vede tra i giurati anche il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg.

Fonti: https://www.salk.edu/harnessing-plants-initiative/
https://ensia.com/articles/plants-co2/

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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