Le ferite inflitte al Pianeta dalle attività umane

Il docufilm Antropocene mostra cosa non si dovrebbe fare, se si vuole salvare l’ambiente.

La crescita intesa come produzione di beni infinita è per noi insostenibile, ovvero considerando la crescita del numero degli abitanti sulla Terra (ma anche ipoteticamente rimanesse quello attuale) insieme alle attività economiche da questi prodotte infinitamente, il nostro pianeta forse non soccomberà, ma probabilmente lo farà la razza umana.

È altresì indubbio che ci sono attività e produzioni, impronte sull’ambiente così pesanti da dare a intere porzioni di territori trasformazioni così significative nel tempo da renderle irrecuperabili. Queste attività, ad oggi praticate in molti luoghi della Terra, sono di certo quelle che più velocemente porteranno alla distruzione del Pianeta.

Si tratta di attività insostenibili delle quali possiamo e dovremo fare a meno, attività mostrate anche nel documentario Antropocene-L’epoca umana (Antropocene è una nuova epoca geologica caratterizzata dall’impatto dell’umanità sulla natura e sulla Terra), che con poche parole e molte immagini, mette di fronte a un mondo fatto di deforestazione senza controllo, di estrazione mineraria massiva, di urbanizzazione sempre più diffusa, di attività chimiche e petrolchimiche perpetrate nonostante i cambiamenti climatici, di agricoltura chimica e intensiva, di opere idriche estreme.

I cambiamenti inferti dalle attività umane sull’ambiente sono sotto gli occhi di tutti e, se non lo fossero, questo documentario-film dei registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, accompagnati dal fotografo Edward Burtynsky, ce li mostra. Ci porta in un viaggio, tra luoghi vicini e molto lontani, dove si vede come l’Homo Sapiens sia l’elemento che più di ogni altro ha condizionato e condiziona gli ecosistemi: ne ha sfruttato le risorse come se fossero inesauribili, perseguendo obiettivi di “progresso” con scelte spesso miopi e di breve respiro. Ogni luogo ha un tratto comune: ciò che stiamo causando al Pianeta ha la forma di una ferita aperta su un campo di battaglia.

Il racconto di Antropocene, le ferite inferte al Pianeta

Antropocene mostra gli enormi macchinari usati per l’estrazione del carbone nelle miniere in Germania, i territori mutilati per km quadrati dalle miniere a cielo aperto, e anche ciò che c’è a Norilsk, una città di 200 mila abitanti che si trova a 400 chilometri a nord del Circolo polare artico, dove la vita ruota intorno a una sola industria: quella del nichel.

Norilsk è una cittadina nata sopra a uno dei più grandi giacimenti metalliferi al mondo, questa è l’unica attività presente e per otto mesi all’anno la città è immersa in una notte infinita. Sembra impossibile vivere lì, per noi occidentali, come ancor più difficile è immaginare la vita nelle discariche di plastica, ma come spiega in una intervista il fotografo Burtynsky: «Questa è una forma di adattamento che ha l’essere umano».

E prosegue: «È stato davvero impressionante scendere anche nel sottosuolo della Siberia, in una miniera dove si trova una delle maggiori concentrazioni di carbonato di potassio», dove sono stati intervistati minatori che lavorano in quei cunicoli tutto il giorno. «O anche a Lagos, in Nigeria, una città che sta crescendo a ritmi impressionanti»; una città infinita di cui non si vede la fine, come mostrano le immagini e le fotografie.

Oppure le discariche in Africa, dove bambini, donne e uomini di ogni età, tutti i giorni, salgono sui cumuli di rifiuti per recuperare oggetti (plastica, vetro, metalli) da rivendere a pochi dollari.

Fanno parte di queste ferite al Pianeta anche il bracconaggio e la distruzione degli habitat, che stanno portando tantissime specie animali all’estinzione: «A Nairobi, in Kenya abbiamo osservato il rogo alle zanne di 10mila elefanti. Potete immaginare l’orrore: le zanne erano quelle degli elefanti più grandi che sono riusciti ad ammazzare, perché quando i bracconieri vanno a caccia cercano sempre di colpire prima l’esemplare con le zanne più grandi perché di maggior valore economico», rivela Burtynsky.

L’esperienza del fotografo di Antropocene, la speranza e il suo messaggio

Alla domanda su come ha fatto a non cadere in depressione nella realizzazione del documentario, il fotografo di Antropocene ha così risposto: «Credo che la speranza venga dall’azione, dal chiedersi cosa possiamo fare, come possiamo cambiare i nostri comportamenti. E sotto molti aspetti è da lì che viene la spinta positiva: quando in tanti iniziamo a muoverci nella giusta direzione è lì che possiamo cambiare il mondo».

E continua con un messaggio positivo, nonostante tutto: «Penso sia possibile sostituire l’idea occidentale di soddisfazione e valore con una concezione ‘esperienziale’, le nuove generazioni lo stanno già facendo: cercano di prendere valore dalle esperienze piuttosto che dai beni materiali. Valore è conoscenza, amicizia, benessere psicologico. Spero che tutto questo possa diventare la base di un nuovo sistema di valori».

«E se riuscissimo a convincere queste persone che c’è davvero un problema, forse andrebbero a verificare cosa dice il loro rappresentante politico sul clima, forse cambierebbero il modo in cui trattano la plastica, quello che mangiano o le auto che guidano. Credo che il modo in cui il messaggio ambientalista è stato espresso finora abbia creato una polarità: oggi chi è di sinistra è ambientalista, mentre chi è di destra è anti-ambientalista. Tutto ciò è ridicolo perché quando la natura punisce non fa sconti a nessuno, destra o sinistra, credenti o atei, ricchi o poveri: ci colpisce tutti».

Immagini tratte da Focus

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Fonte immagine di copertina: Antropocene – L’epoca umana | Trailer Italiano Ufficiale – YouTube

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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