Le mestruazioni sono ancora un tabù. E il congedo mestruale pure

In Parlamento c’è un disegno di legge che dà tre giorni di permesso a chi soffre di dismenorrea, ma resta chiuso nei cassetti

Mestruazioni. Ciclo. Flusso mestruale. “Cose”. Mestruo. Menorrea. Assorbenti. Tamponi. Coppette mestruali. Queste parole per molti possono ancora essere motivo di imbarazzo… e qui stiamo per parlare proprio di tutto questo.

In Italia è fermo in Parlamento un disegno di legge che approverebbe il cosiddetto “congedo mestruale”, a cui in altri Paesi le donne possono già far ricorso quando i dolori si fanno insopportabili e non siamo più soltanto in presenza di un ciclo mestruale doloroso ma di una patologia invalidante – riconosciuta da un medico – che impedisce alle donne di compiere le mansioni lavorative come di consueto.

L’argomento per qualcuno ancora è un tabù e le mestruazioni sono un evento da tenere nascosto: non però in tutti i Paesi, anche se “a casa nostra” preferiamo ancora coprire l’imbarazzo con l’ironia, e convincerci che anche “in quei giorni” tutte possono andare al lavoro e persino fare la ruota con disinvoltura, senza alcun fastidio.

Il congedo mestruale è chiuso in un cassetto del Parlamento

 In Parlamento è ancora fermo un disegno di legge che potrebbe risolvere a molte donne quel problema mensile ricorrente che tecnicamente va sotto il nome di “dismenorrea” e si manifesta con una serie di dolori fisici acuti e forti che si protraggono durante tutto l’arco del ciclo e costringono spesso ad assenze dal lavoro.

Che si tratti di una patologia invalidante non c’è dubbio, almeno per le donne che ne subiscono le conseguenze ogni mese. La legge sul congedo mestruale però non vede ancora la luce.

La dismenorrea si manifesta con dolori mestruali acuti, sordi e costanti, che si manifestano sotto forma di mal di pancia, crampi, nausea, stipsi o diarrea, in alcuni casi vomito.

Sulla proposta di legge n. 3791 del 27 aprile 2016 – che porta la firma di Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato – si leggono i dati di diffusione della dismenorrea: “dal 60 per cento al 90 per cento delle donne soffre durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13 per cento al 51 per cento di assenteismo a scuola e dal 5 per cento al 15 per cento di assenteismo nel lavoro”.

Le donne finora non hanno avuto altra alternativa se non quella di restare a casa a riposo. Altrove però, nel mondo, Paesi o aziende singole particolarmente illuminate stanno iniziando a riconoscere la dismenorrea come una patologia invalidante per la quale alle donne spetta una maggiore tutela. La proposta di legge italiana prevede per le lavoratrici con contratti di lavoro subordinato o parasubordinato, a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato o determinato o a progetto, 3 giorni di permesso speciale al mese con contribuzione piena e indennità pari al 100 per cento della retribuzione giornaliera.
A certificare l’effettiva dismenorrea è chiamato il medico specialista, che dovrà emettere un documento con validità annuale da presentare all’azienda.

La proposta resta comunque ancora ferma e, arrivati ormai al 2019, ancora ci si ostina a minimizzare i “dolori da ciclo” e a ridicolizzarli. Pare che siano state anche molte donne – comprese sindacaliste e femministe dichiarate – a criticare la proposta di legge, quasi fosse una vanificazione delle lotte per la parità dei sessi.

Una riflessione sulla quale soffermarsi è invece quella di chi teme che una simile legge possa essere alla lunga dannosa per le lavoratrici italiane, che già risentono dell’eterna disparità tra uomini e donne in termini di accesso al lavoro e di salari. Quale convenienza avrebbero i datori di lavoro ad assumere donne, che già un giorno potrebbero annunciare una gravidanza, se hanno anche il diritto di assentarsi una volta al mese?

Il caso di Bristol è famoso, ma poche aziende illuminate lo imitano

Senza alcuna legge a imporlo, qualche anno fa un’azienda di Bristol, la Coexist, era diventata famosa proprio per aver concesso spontaneamente 3 giorni di permesso speciale alle donne, che così non devono dare spiegazioni per i loro cali di prestazioni, né soprattutto ricorrere ai giorni di malattia. L’idea di concedere quei giorni è nata in maniera semplice, per seguire e assecondare i ritmi biologici, con il risultato di avere al rientro donne più produttive, in grado non soltanto di recuperare il lavoro dei 3 giorni precedenti ma addirittura di raddoppiarlo. Ne avevamo parlato molto anche noi italiani, ma poi tutto si è spento.

L’idea della Coexist ha alcuni precedenti: la Nike ha inserito il congedo mestruale nel proprio codice di condotta sin dal 2007 e in Giappone alcune aziende avevano adottato il «seirikyuuka», cioè il congedo, addirittura nel 1947 e un anno dopo la stessa pratica era stata introdotta in Indonesia. Più recentemente, il congedo per le donne che soffrono di dismenorrea è stato adottato anche in Sud Corea (nel 2001) e a Taiwan (nel 2013). In Oriente esiste infatti la credenza che se le donne non si riposano nei giorni del ciclo avranno poi numerose difficoltà durante il parto: il permesso, dunque, è vissuto come una forma di protezione della natività.

L’Italia potrebbe essere all’avanguardia in questo, forse davvero temiamo che si riveli un’arma a doppio taglio per le donne, oppure le mestruazioni sono ancora un tabù e ci convinciamo che basti un assorbente della marca giusta a far sentire “Libera e felice… come una farfalla!”. Come se nulla fosse, insomma. Come se le mestruazioni scomparissero.

Ne discutiamo molto noi donne, tra di noi, anche in luoghi pubblici, ma poi ci passiamo gli assorbenti nel momento del bisogno come fossero dosi di cocaina, con sguardi di complicità e sempre con l’intento di restare al riparo da occhi indiscreti. Anche noi a volte ci imbarazziamo come se ancora fosse un peccato da nascondere.

E i maschietti che fanno? L’ironia dilagante sull’argomento ci mostra una tendenza piuttosto diffusa degli uomini ad ignorare la questione così come la differenza tra assorbenti, assorbenti interni e coppette mestruali. La Tampax ci ha basato uno spot intero.

In Italia ha fatto clamore l’ammissione di Federica Pellegrini dopo la sciagurata finale di Rio 2016, quando diede la colpa alla pillola e a un errore nel calcolo dell’arrivo del ciclo. In quell’occasione “Federicadiceva il presidente del Coni Giovanni Malagòha sdoganato un tema che per le donne, a livelli elevatissimi di prestazione e agonismo, qualcuna non considera oppure sottovaluta, ma esiste“.

Insomma, ammettiamo che il ciclo fa perdere le finali, ma al lavoro ancora si fa finta che la dismenorrea non sia invalidante e la legge non aiuta le donne.

Contro i dolori mestruali sono nati persino assorbenti alla marijuana, venduti dall’azienda Foria in California e Colorado. Sfruttare le proprietà antidolorifiche e rilassanti della cannabis per avere sollievo è un’idea antica. Serve però una prescrizione medica che autorizzi all’acquisto della marijuana terapeutica.

Riduzione dell’iva o Tampon Tax anti-inquinamento?

In molti Paesi del mondo le donne hanno iniziato a chiedere un taglio ai costi degli assorbenti, che di fatto sono una tassa mensile alla quale si può rimediare soltanto scegliendo soluzioni come la coppetta mestruale o simili. Non beni di lusso, ma beni di consumo: questo chiedono le donne. Nel 2016 l’Onorevole Pippo Civati ha depositato una proposta di legge mai discussa per ridurre l’aliquota sugli assorbenti (la cosiddetta “Tampon Tax) dal 22% al 4%.

Sui social network è scattata anche una protesta più estrema, calco di quelle hippy che rivendicavano la libertà femminile. Si chiama “Freebleeding” e consiste semplicemente nel non utilizzare assorbenti, senza preoccupazioni per vestiti sporchi e critiche. Paladina di questa battaglia, la maratoneta Usa Kiran Gandhi, che ha corso la maratona di Londra nei suoi “giorni no” senza alcun assorbente, cercando non tanto il clamore sui social quanto di ricordare come in certi Paesi il ciclo sia ancora visto come una malattia e le donne non siano affatto informate a dovere.

Ma c’è un altro problema: gli assorbenti inquinano molto. Le donne potrebbero scegliere le coppette mestruali o biancheria intima assorbente, ma il costo iniziale è elevato e queste alternative presentano – soprattutto per le donne che passano gran parte della giornata fuori casa – anche una praticità ridotta per via del lavaggio o della sostituzione dopo un certo numero di ore. I due interessi sembrano dunque confliggere. Intanto la Commissione Ue, che ha varato da poco la nuova normativa per il bando della plastica monouso, ha inserito gli assorbenti igienici tra i prodotti che necessiteranno di “un’etichetta chiara e standardizzata che indica come devono essere smaltiti, il loro impatto negativo sull’ambiente e la presenza di plastica”.

In copertina: Immagine di Armando Tondo

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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