L’Educazione come insegnamento all’amore, alla bellezza, alla fragilità

«Il primo requisito per rendere possibile l’educazione è far scoprire la vita e la sua bellezza»: parole dello psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli

Che aggiunge: «L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse; un buon educatore deve essere fragile, la fragilità è la forza della relazione, l’ammissione della fragilità, l’accettare sconfitte e frustrazioni. Perché nella relazione coi bambini si deve sentire che c’è interesse per l’altro, si deve usare l’amore: come si misura l’amore di un padre per il figlio? Dal desiderio di stare con lui

E dunque si tratta di fondare relazioni affettive sul rispetto delle preferenze individuali, sulla generosità, e sulla cortesia, e anche di trasmettere il nostro amore per la vita, la nostra ricerca per la bellezza, la passione, la creatività e l’ottimismo. E non aver paura di essere visti come fragili.

Andreoli si sofferma spesso sul tema dell’unicità dell’uomo, che non può essere ridotto ad una sequenza di sintomi (in psichiatria), comportamenti o linee di sviluppo. In un’educazione che si basi sulla trasmissione del nostro amore per la vita, della nostra ricerca per la bellezza, questi elementi verranno fatti propri dai bambini e a loro volta modificati, a volte anche stravolti da come li intendevamo. Eppure, se i genitori saranno riusciti a trasmettere la “passione” il loro sforzo sarà produttivo.

Passione e stimolo della creatività, in particolare quest’ultima, secondo Ken Robinson, educatore e scrittore britannico, sono tanto importanti quanto l’alfabetizzazione e dovrebbero essere trattati nello stesso modo. Alla creatività si associa un pensiero fuori dagli schemi, il desiderio di innovare, di esplorare nuovi percorsi, di realizzare sogni. Creatività è una rielaborazione delle informazioni di base per dargli una funzione nuova e originale.

 “Se non sei preparato a sbagliare non ti verrà mai in mente qualcosa di originale”, asserisce sempre Robinson; i piccoli vi riescono naturalmente perché si buttano, non temono di sbagliare, mentre nei ragazzi va stimolata perché nel crescere queste capacità non coltivate si perdono.

“Educare alla creatività significa educare alla vita” per citare il pensiero di Erich Fromm.

La scoperta di una passione avviene quando, da bambini, si comincia a sapere di essere diversi dai propri genitori, indipendenti, ma anche simili. Le passioni allora vengono a galla, come bolle d’aria in un liquido, risalgono in superficie.

Una passione va offerta come un dono ai figli anche semplicemente fornendo “occasioni” di scoperta nella piena libertà della scelta: come preparare una torta e lasciarla lì, perché possano assaggiarla, se vogliono, senza pretendere che lo facciano e che scelgano proprio quella. Perché si deve fornire l’occasione e lo stimolo sempre, ma non si può imporre né la fame né il desiderio. Molte persone famose raccontano di aver iniziato fin da piccoli a praticare la passione che li ha portati al successo. Mozart compose la sua prima opera a cinque anni. Senza pretendere di avere figli geni, aiutarli a coltivare una passione fin da piccoli è davvero un grande regalo per il loro futuro.

A questo punto l’educazione diventa una crescita, perché educazioneè prima di tutto “facilitare, accompagnare la parte emotiva” dei figli, vedere le differenze delle intelligenze tra loro, dare prova di tenere in considerazione le loro preferenze, lasciar emergere le loro passioni, dandogli tutti gli strumenti e le occasioni per farlo. Perché è in famiglia che si impara il valore delle emozioni e la reciprocità: tolleranza, uguaglianza, rispetto, armonia. Se questo tipo di educazione non avviene, non c’è crescita, si sviluppa solo il livello impulsivo della coscienza, quelle che sono le reazioni di pancia e quindi il litigio e l’intolleranza.

Ma anche il valore delle diversità, che non è accettare le disuguaglianze, ma valorizzare specificità, originalità e particolarità che ci fanno unici, che come tali vanno incoraggiate e sostenute, perché se non c’è diversità si è deboli, disuniti e omologhi. E oggigiorno il rischio dell’omologazione, del “fare massa”, c’è e va tenuto ben presente perché è un grande problema sociale.

Si può coltivare anche l’ottimismo, anzi si deve, ricorda Robinson, perché proprio l’ottimismo si impara con “l’aria che si respira” in famiglia e fin da piccoli, con l’atteggiamento che trasmettiamo, ed è poi quando si esce dal nido che viene messo alla prova. È un altro dono bellissimo l’ottimismo, che è ancor più dell’entusiasmo per le cose nuove; un bambino ottimista è un bimbo che non ha paura di esplorare perché sa che la sua mamma e il suo babbo non si arrabbieranno se si sporcherà la tuta giocando con il fango o si bagnerà un po’ ‘tuffandosi’ in una pozzanghera. Se il grido “Attento stai per cadere!”, diventa “Forza mantieni l’equilibrio!” crescerà percependo la vita come una scoperta e non come un pericolo.

Sono aspetti importanti tutti, tanto quanto le “buone maniere”, da cui non si può prescindere. L’importanza di dire sempre grazie, di chiedere per favore o di dire buongiorno o buonasera va oltre la semplice cortesia perché si va a investire sulle emozioni, sui valori sociali e, soprattutto, sulla reciprocità. Per creare una società basata sul mutuo rispetto, nella quale l’essere civili e la considerazione segni la differenza, è necessario dare importanza anche a queste abitudini sociali. Perché la convivenza si basa sull’armonia, sulle interazioni di qualità fondate sulla tolleranza, delle quali ogni bambino dovrebbe fare esperienza fin dalla più piccola età.

Grazie, per favore e buongiorno, scusa se necessario. È interessante sapere che il “cervello sociale” di un bambino è molto ricettivo a qualsiasi stimolo, al tono di voce e anche alle espressioni facciali dei propri genitori, per cui è possibile far sperimentare a un bambino certi valori anche quando ancora non parla. Un bambino trattato con rispetto e che fin da piccolo viene abituato ad ascoltare la parola “grazie”, capirà velocemente che si tratta di un potente rinforzo positivo e, poco a poco, lo svilupperà a sua volta.

Nell’età compresa tra i 2 e i 7 anni, quella che Jean Piaget (psicologo, biologo, pedagogista e filosofo svizzero) denominava “stadio dell’intelligenza intuitiva”, i più piccoli, nonostante non comprendano il mondo degli adulti, risvegliano progressivamente il loro senso del rispetto, intuiscono quell’universo che va oltre le proprie necessità, per scoprire l’empatia, il senso della giustizia e della reciprocità.

Quando un bambino ascolta nel suo contesto che le cose vengono sempre chieste “per favore” e accolte con un “grazie”, niente è più uguale. Come impara la sua lingua madre, così imparerà il linguaggio dell’affettività.

È una cultura, una scelta di vita che lo accompagnerà per sempre, perché trattare gli altri con rispetto significa anche rispettare se stessi, agire d’accordo ai valori e ad un senso di convivenza basato sul pilastro sociale della reciprocità.

Sarà poi verso i 7 anni che i bambini scopriranno appieno tutti i valori che conformano la loro intelligenza sociale, cominciando a dare più importanza all’amicizia, a sapere ciò che implica questa responsabilità affettiva, a capire e a godere della collaborazione, a far fronte alle necessità degli altri e vivere insieme agli altri, non contro.

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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