L’Ilva di Taranto può essere riconvertita alla green economy? Disegno di Armando Tondo, dicembre 2019

L’ex ILVA potrebbe essere il primo passo del Green New Deal italiano

Puntando sul riciclo e attivando alternative economiche locali, la produzione di acciaio potrebbe diventare molto più sostenibile ed economicamente vantaggiosa

Un piano di transizione ambientale ed energetico, che comprenda economia circolare e green economy, e una diversificazione della produzione, potrebbe tutelare l’ambiente e incrementare i posti di lavoro e la sicurezza, ridurre il consumo di risorse, sanare e preservare il territorio.

Senza la pretesa di “avere in tasca le soluzioni”, ma partendo dalla consapevolezza che la situazione attuale è l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale, quello che è certo è che deve cambiare il modo di pensare l’Ilva, per definire priorità e piani di conversione, che non possono più prescindere  da questa consapevolezza.

L’Ilva, che prende il nome dall’antico appellativo dell’isola d’Elba, dove gli Etruschi fabbricavano ferro 2500 anni fa, fu costruita nei primi anni Sessanta del secolo scorso dallo Stato, nel programma di industrializzazione del Mezzogiorno. È stata poi ampliata, ha cambiato di proprietà e da anni è in crisi perché produce acciaio spesso a un costo maggiore del prezzo di mercato, e perché è fonte di inquinamenti che sollevano le proteste della popolazione della città, proprio a ridosso della fabbrica.

Secondo Guido Viale (sociologo, saggista, esperto di economia e ambiente) la prospettiva di una riconversione di tutto l’apparato produttivo dell’azienda non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo”. Piuttosto, questo impianto è oggi l’evidenza di una alternativa inevitabile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Una situazione che può portare a “inghiottire” l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie e che porta anche alla luce l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetrarsi.

E non solo per l’evidentedanno ambientale e in termini di salute, ma anche perché il mercato dell’acciaio è destinato a contrarsi. E se è vero che il mercato dell’acciaio è in contrazione si sente comunque dire che l’Italia non può fare a menodel “suo” acciaio.

«Ma quale Italia?», si domanda Guido Viale «quella che ha 1,7 auto private per abitante, ovvero il più alto tasso in Europa?». E la risposta che si dà è che tutto ciò non durerà a lungo, proprio per il ridimensionamento che avrà nel tempo la domanda di acciaio: con FCA che con PSA si va a ridimensionare, con Fincantieri che produce per la gran parte solo navi da crociera e da guerra, o con Leonardo convertito ormai alla produzione di armi.

Conversione energetica, impiantistica, bonifiche e nazionalizzazione: possibili?

La crisi climatica, ambientale ed energetica metterà secondo Viale sempre più in crisi questi “vecchi” modelli e queste produzioni e, l’industria bellica, l’unica che prospera, va invece messa in crisi comunque, lottando per garantire la pace.

Alla discussione sul futuro dell’Ilva dovrà quindi trovare spazio di primo piano questa radicale riconversione di tutto l’apparato produttivo: con la chiusura di tutti gli impiantiincompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly e della sicurezza dei lavoratori, e anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza.

Un piano che dovrà includere anche un intervento pubblico, a garanzia della riuscita della transizione, e quindi con funzioni almeno di controllo, per evitare gli errori del passato.

“Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare (o molto difficile) finché non arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa” (Albert Einstein). Quello che dobbiamo considerare secondo Guido Viale è proprio questo, ovvero che quello che può essere ritenuto impossibile, possa diventare possibile.

Lo sviluppo industriale diversificato, la nuova imprenditorialità sul territorio, che avrebbe dovuto accompagnare – già da molti progetti di conversione economica pregressi – non c’è mai stato. E anche l’idea di altre soluzioni, come la possibilità di una nazionalizzazione, per quanto più volte ipotizzata, non c’è mai stata.

È lo stesso Ministro Patuanelli ad annunciare, nel mese di novembre di quest’anno al Senato, che stanno valutando più possibilità per un eventuale intervento pubblico nell’assetto proprietario dell’ex Ilva: sia da parte di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa di proprietà del Mef, il Ministero Economia e Finanze) che di Cassa depositi e prestiti (più difficile perchè lo Statuto di Cdp non lo prevede), arrivando a riconoscere l’errore fatto con la privatizzazione del settore siderurgico che, con l’intervento pubblico, ha più possibilità di garantire una protezione ambientale e di arrivare al superamento, seppur graduale per Patuanelli, dell’uso del carbone.

Questi assi, insieme alla conversione di cui parla Viale, potranno far diventare l’azienda la prima occasione concreta di sperimentazione del Green new deal italiano? Potranno essere il modo per tenere insieme, in maniera credibile per i lavoratori e i cittadini di Taranto, l’interesse nazionale al mantenimento e la creazione di nuovi posti di lavoro (offrendo ai giovani di Taranto altre possibilità di lavoro, oltre la monocultura dell’acciaio) e le esigenze del territorio e il diritto alla salute dei suoi abitanti? È certamente urgente parlare in concretezza, ovvero come si declinano operativamente e, soprattutto, non devono essere rifatti gli errori del passato.

La produzione insostenibile passata e odierna

L’acciaio si produce da tre materie prime principali: il minerale di ferro, il carbone e il calcare. Minerale e carbone, già dallo stoccaggio venivano, e probabilmente vengono tuttora, depositati in grandi parchi all’aria aperta da cui il vento solleva polveri che ricadono sulla vicina città.

La prima fase della produzione a caldo dell’acciaio, che è quella che avviene a Taranto,  consiste nel trattare ad alta temperatura il carbone fossile, fragile, in carbone coke più resistente. La cokeria è una delle fasi più inquinanti perché nel processo si formano molti sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, contenenti sostanze tossiche e cancerogene che finiscono in parte nell’aria e su Taranto. Il carbone coke viene miscelato con il minerale di ferro e con calcare in un impianto di agglomerazione che prepara la miscela da caricare nei successivi impianti, gli altiforni. Durante l’agglomerazione si formano altre sostanze inquinanti fra cui “diossine”, tristemente note.

Negli altiforni un flusso di aria calda attraversa l’agglomerato, il carbone porta via l’ossigeno dal minerale e lo trasforma in ghisa; anche qui si formano fumi e polveri inquinanti e una scoria solida. La ghisa fusa che esce dall’altoforno è portata nei convertitori dove un flusso di ossigeno puro la trasforma in acciaio, con residuo, anche qui, di una scoria solida.

Nel complesso l’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo nella zona di Taranto è insostenibile. (Servizio ILVA emblema di uno Stato che non sa decidere_ Piazza Pulita, 7 novembre 2019)

Fino a quando si può pensare di produrre acciaio da minerali importati?

Le rocce ferrose come quelle calcaree, oltretutto, estratte vicine o lontane, sono tutte risorse costose ed esauribili. Ed è anche per questo che l’economia circolare qui assume un ruolo determinante: in questa ottica, il primo obiettivo dovrebbe essere quello di mettere in circolo l’acciaio che ora va in discarica, o nelle autodemolizioni, o altro ed utilizzare quanto più possibile fonti di energia rinnovabile per la produzione del calore. Un progetto quindi più ampio, ben illustrato in questo articolo apparso su Ecquologia.com, che miri a realizzare un’industria dell’acciaio diversificata e in buiona parte circolare, accompagnata da tante industrie green a basso impatto ambientale.

Quando si smantella una nave, per esempio, si ottengono quantità enormi di acciaio da riciclare; lo si fa in molti luoghi del mondo (India, Turchia, ecc.), ma non a Taranto. Per ottenere nuovamente acciaio dagli scarti devono essere però cambiate o “affiancate” le tecnologie: per il riciclo sono necessari moderni forni ad arco elettrico e non gli altoforni attuali. La soluzione, gli investimenti in tale direzione potrebbero “valere la pena” dunque. È certamente da approfondire, ma la domanda centrale è: che senso ha continuare ad inquinare per produrre acciaio vergine se si può invece puntare a creare un polo di riutilizzo, la cui produzione è meno costosa e non inquinante?

Oggi, a Taranto, come prima fase di lavorazione, per ottenere il carbonio necessario, come si è detto, si parte dall’utilizzo di carbon coke, che deriva da un carbone fossile estratto dai giacimenti sotterranei. Ma, anche mantenendo una produzione in linea con quella odierna, ci si domanda: oggi, ha ancora senso usarlo? Il carbonio deve essere necessariamente di origine fossile?

Ricchi di carbonio sono gli scarti organici che spesso vanno in discarica, così come ricco di carbonio è anche il carbone vegetale che possiamo ottenere da questi scarti o da piantagioni adatte (una tra le tante, la canapa). Potrebbe essere valutata in questa prospettiva la vocazione agricola delle aree contigue all’ILVA per produrre queste coltivazioni, così come si potrebbero utilizzate tutti gli scarti organici disponibili (per esempio umido delle raccolte differenziate) per produrre il carbone vegetale necessario? Anche queste sono valutazioni da fare.

Ulteriori prospettive concrete, meno inquinanti più sostenibili

Una volta ottenuto acciaio da acciaio e/o acciaio da carbonio non fossile, si potrebbe e si dovrebbe puntare a far crescere tutte le attività di valorizzazione, quali ad esempio le officine specializzate, anche per dare ossigeno al lavoro di filiera. Vicino a Taranto si costruiscono le più grandi pali eoliche sul mercato. Si potrebbe allora puntare a far crescere questo settore dedicato all’energia rinnovabile? Ma non solo pale eoliche. Anche energiada pannelli fotovoltaici.

Sarebbe necessario un parco fotovoltaico di 14 milioni di mq; in pratica un’area quadrata di 3,5 km di lato, sempre dalle stime ipotetiche fatte su Equologia.com per garantire un’altra importante quota parte di calore. Quest’area, piuttosto estesa, potrebbe essere individuata nell’area ILVA e nelle aree portuali e anche, in parte, utilizzando gli specchi acquei del Mar Piccolo?

Un progetto quindi più ampio, che miri a realizzare un’industria dell’acciaio diversificata, e preceduta e seguita da tante industrie green a basso impatto ambientale. Dobbiamo cominciare a ragionare in questi termini: cosa significherebbe investire per realizzare questi progetti? Dallo smontaggio delle navi fino alla realizzazione dei parchi fotovoltaici su superfici non coltivate. E quanta ricaduta occupazionale ed economica determinerebbero?

Da queste risposte, supportate da numeri e investimenti, potrebbe davvero avere inizio il Green New Deal italiano. Una considerazione, seppure generale, relativamente agli investimenti, è già questa: oggi l’ex ILVA fattura 3,5 miliardi di euro. Per la sola produzione di un parco fotovoltaico di 2 GW occorrerebbe 1 miliardo di euro. Il valore dell’energia prodotta si potrebbe quantificare in circa 250 milioni di euro annui. Tutte risorse che resterebbero sul territorio, continuando a produrre acciai a minor costo di produzione, riducendo l’inquinamento prodotto e senza consumare materie prime non rinnovabili.

E per quanto riguarda la parte energetica? Il calore è necessario, anche nel caso di una produzione che usa carbonio di origine naturale, ma oggi può essere prodotto utilizzando combustibili di origine biologica (per esempio il biometano) senza dover necessariamente continuare a utilizzare combustibili di origine fossile. Come dai parchi fotovoltaici o dalle pale eoliche, o comunque da soluzioni energetiche che derivino da fonte rinnovabile.

Con modifiche degli altoforni esistenti, con gli investimenti nella “giusta direzione” si potrebbe già cominciare a eliminare, nella produzione della ghisa per come viene realizzata oggi, carbone minerale e combustibili fossili, utilizzando carbonio di origine naturale e combustibili rinnovabili. Sono alcune soluzioni solo tracciate e ipotizzate, da accompagnare da altre che abbiano questa strada però come faro direzionale, da valutare tutte precisamente, ed ovviamente, in termini tecnologici ed economici, ma che potrebbero  davvero essere la strada corretta e nuova per portare  a Taranto quello che è più che mai necessario: immediati benefici ambientali ed occupazionali.

Altre fonti:

http://www.greenreport.it/rubriche/come-funziona-lilva-di-taranto-e-i-suoi-impatti/

https://www.ecquologia.com/terra/inquinamento/3879-ilva-la-riconversione-e-possibile

https://www.ilsole24ore.com/art/tornare-iri-se-serve-si-soluzione-patuanelli-l-ex-ilva-e-alitalia-ACSEXW1

Copertina: disegno di Armando Tondo, dicembre 2019

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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