Lignina da competizione

Era considerata solo uno scarto del legno. Ora è una materia prima utilissima

Non è una sostanza che utilizziamo a nostra insaputa ma uno scarto di lavorazione che deriva dalla produzione di alcune tra le cose che usiamo di più: la carta in tutte le sue forme, l’ovatta, gli imballaggi a base di cellulosa e gli assorbenti. Stiamo parlando della lignina che è, o meglio era fino a oggi, uno scarto della lavorazione del legno, e che oggi una delle più grandi imprese del mondo attive nell’estrazione della polpa di cellulosa – alla base di tutti i prodotti ai quali abbiamo accennato – ha deciso di nobilitare, attraverso un processo dell’economia circolare chiamato upcycling, a materia prima a tutti gli effetti.

Per vedere tutto ciò siamo andati in Svezia, dove ha sede il gruppo svedese-finlandese Stora Enso (nel 2016 ha fatturato 9,8 miliardi di euro, con 25 mila dipendenti in 35 paesi) che ha deciso di trasformarsi in un’azienda che utilizza materie prime rinnovabili di seconda generazione. Ossia non in competizione con gli alimenti destinati a noi umani. Stora Enso ha come materia prima gli alberi, utilizzati in maniera molto sostenibile, visto che per ogni pianta abbattuta se ne piantano tre. Il che è nella logica delle cose, visto il tipo di attività dell’impresa. «Il nostro business è e rimane nelle foreste – ci dice Andreas Birmoser, vicepresidente per il business e le strategie del settore biomateriali di Stora Enso – Siamo convinti che già oggi sia possibile fare con gli alberi tutto ciò che facciamo con il petrolio». Frase che riprende una famosa intervista di Henry Ford, convinto assertore della validità dei biocarburanti, rilasciata nel 1925 al New York Times.

Dal 2012 l’azienda ha creato la divisione dei biomateriali innovativi e da allora ha intrapreso un percorso per utilizzarli al meglio, producendone inoltre diversi in sostituzione di quelli di derivazione fossile. «Oltre due terzi della nostra attività undici anni fa erano legati alla carta» prosegue Birmoser, illustrandoci presso il laboratorio di ricerca sui biomateriali di Stoccolma, la nuova strategia industriale. «Oggi è poco meno di un terzo. E i biomateriali innovativi ora rappresentano il 14% della nostra attività».

Vediamo il processo nel dettaglio.
Nel processo di estrazione della polpa di cellulosa si utilizza meno del 50% della massa legnosa degli alberi, con un 35-45% di cellulosa, mentre il restante 50% è rappresentato da un 20-30% di lignina e un 25-35% di emicellulosa, sostanze il cui destino fino a ieri era “insostenibile” sul fronte dei materiali, anche se è neutro sul fronte della emissione di CO2: l’incenerimento a scopi energetici. Uno spreco destinare all’incenerimento un materiale nobile come quello che proviene da alberi che hanno un’età media di 80 anni.

Dal 2015, nello stabilimento di Sunila in Finlandia, Stora Enso produce 50.000 tonnellate di lignina all’anno, attraverso il processo kraft, utilizzato normalmente per la conversione del legno in polpa di legno; e così l’azienda è diventata il più grande produttore di lignina al mondo e ha lanciato, di recente, un nuovo prodotto, chiamato Lineo, in grado di sostituire in tutto per tutto il fenolo di origine fossile.

I materiali fenolici a base di petrolio che vengono utilizzati nelle resine per il compensato, per i pannelli a scaglie orientati (OSB), il legno laminato multistrato (LVL), la laminazione di carta e il materiale isolante, possono essere infatti sostituiti in tutto e per tutto dal nuovo materiale a base di lignina. E la Lignina, rispetto al fenolo, oltre ad avere un impatto ambientale molto minore, è più facile da lavorare e da conservare, visto che è essiccata. Ma ha anche un’altra caratteristica che la rende molto appetibile per il mondo delle imprese: la stabilità del prezzo. I biomateriali non risentono delle crisi geopolitiche che affliggono l’energia fossile e la loro stabilità di quotazione nel tempo consente una programmazione industriale migliore. Tutte caratteristiche, queste, che rendono la lignina più economica del fenolo, a parità di prestazioni.

L’azienda non si ferma alla lignina ed è convinta che si possa fare di più. «Siamo attenti alla tecnologia» prosegue Birmoser. «E siamo convinti che l’inserimento delle nuove filiere nelle strutture esistenti sia anche un elemento per abbassare il rischio degli investimenti». E oltre a intervenire sulle filiere esistenti l’impresa sta investendo anche su ricerca e sviluppo su questi materiali. Stora Enso, infatti, ha completato la realizzazione di un centro di ricerca a Stoccolma dedicato ai biomateriali di 4.900 metri quadrati, dei quali 1.600 sono di laboratori dove lavorano oltre settanta ricercatori, che sono quasi il 50% degli addetti alla ricerca e sviluppo dell’impresa, a livello mondiale.

Una delle linee di prodotto che si sta studiando ora nel centro di ricerca, per esempio, è quella relativa alle possibili metodologie di fabbricazione per la fibra di carbonio partendo alla combinazione tra la lignina e la cellulosa. Oltre a trovare un nuovo materiale, l’intenzione è quella di smentire la credenza che i biomateriali siano prodotti dai quali non è possibile ottenere prodotti d’alto livello qualitativo, vista la loro origine organica.

Immaginatevi in un futuro la prossima autovettura da competizione vincitrice della Formula E – quella elettrica – che taglia il traguardo rivestita in una fibra di derivazione vegetale.

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet