L’importanza della «tradizione idrica»

Arrivano dal passato gli insegnamenti per la gestione delle acque

Cambiamenti climatici. Due parole che possono rappresentare una mutazione negli stili di vita ai quali siamo abituati. Anche quelli più elementari come l’uso delle risorse idriche.

In un prossimo futuro, infatti, con il maggiore calore, la desertificazione potrebbe riguardare anche l’Italia. Secondo le analisi del Cnr, infatti, è a rischio desertificazione ben il 21% del territorio italiano, il 41% del quale è localizzato nel Sud del Paese. «Sono numeri impressionanti che raccontano di un problema drammatico di cui si parla pochissimo», dice Mauro Centritto, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche. E l’analisi delle regioni interessate al fenomeno è netta. Sarà interessato dalla desertificazione, durante questo secolo, il 70% del suolo siciliano, il 57% di quello pugliese, il 58% del Molise e il 55% della Basilicata, mentre Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania hanno una percentuale che oscilla “solo” tra il 30 e il 50%. In questa chiave appare chiaro che la corretta gestione delle risorse idriche sarà un punto di volta per preservare le risorse agricole dei nostri territori e che la soluzione non potrà essere l’utilizzo di risorse fossili per la gestione agricola, come spesso si fa oggi, ma un insieme di tecnologie: da quelle rinnovabili a quelle tradizionali. E proprio queste ultime potrebbero essere una delle carte vincenti, specialmente per quanto riguarda l’area del Mar Mediterraneo, che in passato ha fatto un grande uso di tecniche tradizionali per la gestione idrica.

Foggare per l’acqua

Un sistema tradizionale ma efficace è quello usato per secoli sulle sponde del Mar Mediterraneo per avere acque nelle zone aride: le foggare. Si tratta di sistemi drenanti sotterranei che creano un flusso idrico sotterraneo in grado di convogliare sia l’acqua delle piogge, sia l’umidità della notte. A Gourara, una regione sahariana del Touat, i tunnel sotterranei sono migliaia e consentono il rifornimento idrico a quasi 300mila persone; lo stesso sistema è usato in Iran sugli altopiani dove l’80% dell’acqua disponibile si ottiene con questi sistemi. La foggara di Gravina in Puglia, lunga tre chilometri, è stata messa a punto più volte durante i secoli ed era in “produzione” fino alla fine del ‘700. Si tratta di un sistema, quello delle foggare, alternativo ai pozzi e che al contrario di questi ultimi non danneggia le falde acquifere forandole.

L’utilizzo di tecniche tradizionali non è una semplificazione della complessità ma al contrario si tratta di una presa d’atto della complessità e della sua gestione. Reticoli di sentieri su zone aride altro non sono che canalizzazioni in grado di captare il massimo dell’acqua durante le rare piogge convogliando l’acqua verso cisterne sotterranee, mentre i terrazzamenti, usati per la risicoltura in Asia, altro non sono che sistemi per ottimizzare la gestione dell’acqua senza doverla risollevare.

Oasi: non solo per l’acqua

Il modello più efficiente è quello dell’oasi, nella quale si formano dinamiche favorevoli alla creazione di un micro sistema biologico nel quale l’acqua, ma spesso anche solo l’umidità, sono l’innesco per la creazione di un ambiente accogliente grazie a un ciclo virtuoso. Basta una singola palma piantata in una depressione con pochi rami alla base per innescare un processo biologico nel quale si condensa il vapore acqueo, si attirano insetti e si produce materiale biologico. Da qui si può determinare un effetto moltiplicatore che aumenta l’estensione dell’oasi. Ed è un processo che può essere anche innescato dagli esseri umani, realizzando “effetti oasi” anche in aree non desertiche e creando isole di migliore vivibilità. «L’oasi è un insediamento umano in situazioni geografiche inclementi che utilizza risorse rare, disponibili localmente, per innescare un’amplificazione crescente di interazioni positive e realizzare una nicchia ambientale fertile e auto sostenibile le cui caratteristiche contrastano l’intorno sfavorevole»: sono parole di Pietro Laureano, uno dei massimi studiosi in materia di tecniche idriche tradizionali, pronunciate ancora nel 1988.

La scelta di Matera

Le scelte devono essere integrate e un esempio di ciò è rappresentato dai Sassi di Matera, dove da un lato si è lavorato per rimuovere la patina di negatività che li ricopriva, specialmente per chi conservava la memoria storica dell’abitarci nel secolo scorso, dall’altro per ottimizzare le risorse e recuperarne gli utilizzi tradizionali. Il lavoro sulla negatività è iniziato presentando la candidatura dei Sassi, poi accettata, come Patrimonio dell’Umanità Unesco, mentre sull’altro fronte si è lavorato sulla ristrutturazione del patrimonio edilizio in sintonia con il passato.

«Ho presentato i Sassi di Matera come un paesaggio culturale organizzato in base alla scarsità di risorse, alla necessità di un uso appropriato e collettivo e al costante riciclo di esse, al risparmio di terra e acqua, al controllo del calore e dell’energia solare. Essi rappresentano la persistenza di un paesaggio preistorico ancora presente nei labirinti cavernosi sottostanti le strutture costruite. Si tratta di un brillante sistema di gestione delle risorse idriche ed energetiche, dell’organizzazione sociale della comunità, dello spazio abitativo e del modello urbano: un modo di vivere lento, verde e salutare, un modello di sostenibilità – afferma Piero Laureano. – Così Matera, basando il suo futuro sulla cultura e le tradizioni, è diventata un’attrazione nazionale e internazionale e con questa strategia ha vinto la competizione, a livello di tutte le città d’Italia, per divenire Capitale Europea della Cultura per il 2019. È la dimostrazione della resilienza degli insediamenti storici e che l’architettura popolare e le tecniche tradizionali non sono qualcosa di superato, ma un sistema di conoscenza geniale che dal lontano passato indica le soluzioni future».

L’adattamento al clima che cambia – perché è certo che dovremo adattarci – non passerà solo attraverso tecnologie innovative ma anche usando tecniche tradizionali e antiche, a bassa intensità energetica, sulle quali innestare anche sistemi di controllo digitali, magari da satellite.

Immagine: Armando Tondo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet