L’inferno del Congo e le nostre responsabilità

L’instabilità violenta è legata a doppio filo all’Occidente

Torna in mente Hearth of Darkness, Cuore di Tenebra, quando si parla di Congo. Un Paese talmente infernale da risultare affascinante, anche per l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, probabilmente, che ne avevano fatto una causa di vita e di morte. Un vile attentato vicino Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, li ha uccisi brutalmente ieri assieme all’autista congolese, Mustapha Milambo.

Il Congo e il suo destino

Joseph Conrad nel suo libro del 1899 raccontava la risalita del fiume Congo agli amici londinesi, mentre si trovavano a bordo della sua imbarcazione ancorata in un’ansa del Tamigi. L’ambientazione serve a sottolineare il parallelo che sta alla base del romanzo: Londra e l’Africa, gli evoluti e i selvaggi, sono a ben vedere entrambi luoghi d’oscurità. Il terribile commerciante di avorio Kurtz è lo strumento di Conrad per sostenere la tesi che ci sia poca differenza tra i popoli cosiddetti civilizzati e quelli cosiddetti selvaggi, avanzando questioni polemiche sull’imperialismo e il razzismo.

122 anni dopo

La guerra in Congo porta un bilancio tremendo, che conta oltre 6 milioni di vittime, prodotte da macro e micro attacchi di forze indipendentiste o terroriste e che si alimenta con le tante ricchezze che paradossalmente fanno la disgrazia di questo Paese. Coltan, avorio, oro, diamanti, cacao, olio di palma sono nell’ordine solo alcuni degli interessi economici alla base di guerre tra bande armate sotto le quali si celano a volte forze occidentali, come la storia ci ha spesso insegnato. Specialmente se ci focalizziamo sull’avorio.

La vergogna del WWF

Come racconta qui il Guardian, Josi Emerson, presidente del villaggio pigmeo Baka di Seh, nella foresta pluviale congolese, stava lavorando nel suo campo nel giugno 2018 quando ha sentito delle grida e il rumore di alcuni veicoli. Le guardie forestali, note anche come guardie ecologiche, vestite con uniformi paramilitari, e armate, si stavano facendo largo nel villaggio a bordo di alcune jeep.

Le guardie, impiegate dal governo congolese per fermare il bracconaggio e sostenute dal gruppo internazionale di conservazione del WWF, scesero dalle auto e, di capanna in capanna, strattonarono le persone accusandole di aver ucciso un elefante.

“Hanno picchiato mio fratello con un machete e gli hanno tagliato la schiena fino all’osso. Hanno picchiato mia madre con un pezzo di legno. Hanno picchiato tutti. Mi hanno fatto sdraiare tra le ceneri del fuoco. Hanno distrutto le nostre pentole con i loro stivali, hanno cercato l’avorio nelle nostre case, ma non hanno trovato niente”, ha raccontato Josi.

L’indagine della Nazioni Unite

Le sue accuse sono parte di quelle raccolte da un team del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, inviato in questi villaggi per indagare sulle segnalazioni di violazioni dei diritti umani in uno dei progetti di conservazione più ambiziosi del mondo – dichiarare parco nazionale un’area di 1.345 km quadrati a Messok Dja, nella Repubblica del Congo – portato avanti da una delle associazioni ambientaliste più famose al mondo, il WWF, che per questo aveva ricevuto ingenti finanziamenti.

Il rapporto finale è una condanna sul modo in cui i Paesi occidentali, gli organismi globali e i gruppi di protezione della fauna selvatica non hanno rispettato i diritti umani in Africa centrale. Volendo usare una perifrasi. Percosse, case bruciate, torture e stupri sistematici fanno parte della verità emersa da questa sola indagine.

Le verità emerse

Una donna ha raccontato che suo marito è stato trattato così male in prigione che è morto poco dopo il suo rilascio. Era stato portato via su un veicolo contrassegnato dal logo del panda, il WWF.

Quando le cose procedevano senza violenza, portavano comunque miseria e morte. Ad altri Baka, spiega il rapporto, è stata vietata la caccia nella foresta che li sosteneva da sempre, perché lì sarebbe stato allestito un “parco”. Le guardie – e il sistema tutto – non hanno fatto distinzione tra la caccia tradizionale su piccola scala per la sopravvivenza dei Baka, e il bracconaggio illegale di animali selvatici. Ma non ingenuamente.

Quest’area protetta di Messok Dja fa parte del progetto Tridom, molto più ampio, che dal 2007 ha attirato decine di milioni di dollari di investimenti con lo scopo di proteggere una parte fondamentale del bacino del Congo, la seconda foresta pluviale più grande del mondo, dopo l’Amazzonia.

Finanziato in diverse fasi dall’UNDP, dal Global Environment Facility, dall’UE, dagli Stati Uniti, dal WWF e da altri gruppi globali di conservazione, come pure dalle società di disboscamento e olio di palma in vena di greenwashing, il parco oggi copre il 10% del bacino del Congo. La salvaguardia di questa parte del bacino era un “punto caldo per la salvaguardia delle grandi scimmie e contro il bracconaggio di elefanti”, e intendeva creare un corridoio per la fauna selvatica tra le aree protette in Camerun, Gabon e Repubblica del Congo combattendo il commercio illegale di avorio.

All’inizio di quest’anno, l’UE, a seguito dello scandalo seguito al documento di denuncia, ha sospeso il suo finanziamento di 1 milione di euro al WWF e ha affermato che avrebbe condotto una revisione dei diritti umani degli altri programmi che sostiene nel bacino del Congo.

Caso Wwf, Congo: “Razzismo e colonialismo tra chi protegge la natura”

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

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Michela Dell'Amico

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