L’installazione di Pesce in Piazza Duomo fa discutere: “sessista”

Il collettivo transfemminista insorge contro ‘Maestà sofferente’, l’installazione di Gaetano Pesce. Poi ci ripensa.

Inizia oggi il Salone del Mobile, la settimana dedicata al design che oggi anno attrae a Milano curiosi, addetti ai lavori e capitali da tutto il mondo. Puntualmente la città si riempie di installazioni e di individui che per l’occasione si svegliano critici d’arte. Come per le amnesie, l’infusa scienza dura pochi giorni, fino a domenica, vivaddio.

Il 6 aprile in Piazza Duomo compare un’installazione di Gaetano Pesce alta 8 metri dal titolo ‘Maestà sofferente’. L’installazione si ispira a una poltrona progettata nel 1969, l’iconica ‘Up 5_6’, l’intento è mettere il dito nella piaga dell’Italia: la violenza sulle donne. L’installazione infatti è antropomorfa come la poltrona originale ma il corpo riprodotto è trafitto da centinaia di frecce, in perfetto stile S. Sebastiano.

Gaetano Pesce è uno dei massimi architetti, designer e scultori italiani, ha esposto al Met di New York, al Victoria and Albert di Londra, passando, ça va sans dire,  per il Centre Pompidou di Parigi. Non esattamente uno sprovveduto, insomma. L’installazione è enorme, brutta, disturbante, esattamente come la violenza di genere in Italia. È collocata davanti al Duomo di Milano, intitolato a Santa Maria Nascente: quanto a contesto, il contrasto ideologico che ne scaturisce è perfetto. È insomma un’opera concettuale, va ‘capita’, come si dice in questi casi, non deve piacere. Al collettivo transfemminista Non Una di meno non è piaciuta, per niente. E giudica via Facebook:

“A Milano succede che per il salone del mobile è stata installata ieri in Duomo l’opera di Gaetano Pesce, intitolata: “Maestà sofferente”, dedicata al problema della violenza sulle donne (dicono). L’opera richiama la famosa poltrona oggetto di design realizzata da Pesce nel 1969: un accogliente corpo femminile e materno sui cui adagiarsi comodamente. Ma non bastava l’utilizzo del corpo femminile reso oggetto ai fini del design, ora l’idea viene rielaborata per rappresentare la violenza sulle donne. Il risultato? Una poltrona-donna trafitta da centinaia di frecce (rievocazione del martirio?). Una rappresentazione della violenza che è ulteriore violenza sulle donne perché reifica ciò che vorrebbe criticare. La donna per l’ennesima volta è rappresentata come corpo inerme e vittima, senza mai chiamare in causa l’attore della violenza. E tutto questo senza passare dalla forma umana: alla poltrona e al puntaspilli mancano infatti testa, mani e tutto ciò che esprime umanità in un soggetto.
Ma cosa potevamo aspettarci? L’opera è prodotta da un uomo e oggi all’inaugurazione delle 17 ne parleranno soltanto uomini: quel sesso che storicamente così poco si è interrogato sul proprio essere autore di violenza e sull’immaginario cui attinge quando “crea” opere sul femminile”.

L’opera può non piacere, più che legittimo, ma bollarla come sessista perché acefala e perché opera di un uomo anziché di una donna è un’operazione quanto meno ingenua. Sommessamente, diremmo anzi che è un’operazione ideologica. E poi, diciamolo, questo mantra della reificazione sta sfuggendoci un po’ di mano. A nessuno è venuto in mente di dire che i cadaveri della Guernica fossero un tributo alla guerra e non la sua denuncia. A memoria nessuno ha accusato De Chirico di avere reificato il genere umano riducendolo a manichino. La Guernica e Le muse inquietanti nascono come opere d’arte, l’installazione di Pesci si inserisce nel Salone del Mobile, nella convention commerciale italiana per eccellenza. Reificazione che?

“Non Una di Meno” ha partecipato all’inaugurazione dell’installazione di Pesci al grido di “Ceci n’est pas une femme”, con l’intento di denunciare il sessismo e la reificazione del corpo della donna alla base dell’opera di Pesci, ma il confronto con l’artista francese Poisson e con le autorità municipali, tra cui il Sindaco Beppe Sala, pare che abbia fatto cambiare idea al collettivo, che aggiusta il tiro, e scrive, sempre via Facebook: 

“L’opera infatti non oggettivizza e non vittimizza le donne e soprattutto non estetizza la violenza. Ha dichiarato l’artista (ndr. riferendosi a Poisson): ‘La violenza non è spettacolo, con quest’opera, a differenza di quanto avviene di solito, non ho voluto normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla, trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica)’”.

Un’ipotesi semplice, bastava rifletterci un attimo.

E ancora, prosegue il comunicato del collettivo transfemminista:

“Nella didascalia dell’installazione si legge come la violenza sia un fatto sociale grave in “altri paesi”. Non Una di Meno ha evidenziato i dati riferiti all’Italia: una donna ogni 3 giorni è vittima di femminicidio, l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è al 70%, più di 1.400.000 donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro e la percentuale tocca l’85% nella categoria delle giornaliste.”

“Se l’opera d’arte serve ad accendere i riflettori su una tematica sociale importante, ci auguriamo che il dibattito generato riconosca la strutturalità e sistemacità del problema della violenza di genere, e ci auguriamo altresì che artiste femministe e LGBTQIA+ non siano più invisibilizzate soprattutto quando il tema le riguarda in prima persona”, si legge al termine del post, che finisce con l’auspicio che si destini ai centri antiviolenza presenti sul territorio una donazione di 100.000 euro. Reificazione che?

Foto in copertina: Ansa.it

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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