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L’Italia che ci piace e quella che ci piace molto meno

Volete prima la notizia buona o quella cattiva?

Decido io: partiamo con quella cattiva perché preferisco che arrivati alla fine dell’articolo rimanga il ricordo di quella buona, come, dopo aver mangiato la pasta e la pietanza, ci concediamo un dessert perché ci rimanga in bocca il sapore dolce.

La mia amica Elena ha 23 anni e vive a Milano, frequenta l’Accademia di Brera e come tutti gli artisti che si rispettino ha un look alquanto particolare: capelli colorati, vestiti dark, rossetto e unghie nere ma per quanto ci provi non può nascondere un viso che ricorda certe dolcissime bambole di porcellana e soprattutto un cuore grande e un animo gentile.

L’8 maggio pubblica su Facebook questa storia:

“Vi racconto cosa che mi è successo oggi
Ero in metro, stavo andando verso casa dopo l’università. 
Un ragazzo di colore si siede accanto ad un uomo, il quale inizia a urlare che i neri sono degli stupratori di quindicenni.
Nessuno dice niente.
Il signore continua, girandosi verso il ragazzo.
Nessuno dice niente.
Così educatamente faccio notare al signore che il colore della pelle non determina lo stupratore e che ce ne sono anche di italiani.
Il signore inizia a urlare dicendo che gli italiani non sono stupratori ma solo i neri e che a Bolzano una quindicenne è stata violentata da uno di loro.
Insisto garbatamente.
Mi urla in faccia che sono una comunistella di merda e che sarei dovuta andare in Africa a farmi stuprare da tutti i neri che ci sono.
Non c’è una morale in questa storia, se non forse che i fascisti sono la feccia del mondo … .
Quando però vedete amici o sconosciuti che offendono le donne, i neri, i gay o le minoranze non giratevi dall’altra parte”

Elena ha davvero un animo gentile, come dicevo, e i toni che ha usato in quella metro, rispondendo alle urla del tipo, erano garbati e al massimo un po’ sfottenti… E l’unica reazione che ha provocato è che l’uomo è passato a insultare e offendere lei dopo aver insultato il ragazzo nero.

E, giustamente come dice lei, non c’è morale in questa storia. C’è però un silenzio assurdo: quello di chi era lì e ha girato la testa dall’altra parte, che non è intervenuto nemmeno con una parola di solidarietà o un sorriso verso una ragazza coraggiosa.

È di qualche mese fa la seconda storia che vado a raccontare.

Matteo è un dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. A dicembre era a Torino e ha raccontato su Facebook la storia che leggete qui sotto. Gli abbiamo chiesto se potevamo pubblicarla e lui gentilmente ci ha accordato il permesso.

NOTIZIE DAL FRONTE

Sono in via Lagrange, pieno centro di Torino a due passi da Porta Nuova, che rientro da un pomeriggio in giro per il centro con mia madre; il clima è quello delle spese prenatalizie, un sacco di gente per strada, luci (d’artista, ovvio) nelle vetrine e sulle strade, artisti nelle piazze.

A un certo punto sento una serie di urla alla mia sinistra: un tizio sta sbraitando in mezzo alla strada (già uno che sbraita per strada a Torino ci sta malissimo, ma lasciamo correre), alcuni si fermano e iniziano a seguire la scena. In breve, sta urlando contro una “negra”, perché rea di avergli disturbato la comunicazione al cellulare con la moglie con la sua musica di strada.

Lui è il tipico tizio con cappottino squadrato chiaro, scarpa lucida elegante e cafona allo stesso tempo, e gli immancabili riccetti sulla sommità della testa con rasatura laterale, a sottolineare la testa di cazzo; lei… boh, non sono strati di stracci neri quelli che ha addosso, ma poco ci manca.

Il tizio continua a sbraitare, forte.
“Questa è l’Italia! Sono italiano e non posso parlare con mia moglie al telefono perché una negra fa casino a un metro! Ti rendi conto?!?!” Tenta di arringare la folla, convincerli che se non sentiva l’interlocutrice la colpa non è sua che non è in grado di spostarsi di tre metri, ma della “negra” che suonava per strada. Non ho neanche la tentazione di passare ed andarmene; mi fermo, mi avvicino alla signora mettendomi fra lei e l’agitatore e do le spalle a lui, ignorandolo.

Non ho un piano preciso né ho alcuna intenzione di interagire col tipo, ma mi sa che in questi casi la presenza di un alieno rasato di un metro e novanta può aiutare a prevenire il peggio. Più di tutto, però, temo che lei si ritrovi da sola, nell’indifferenza generale, e non ho alcuna intenzione di far sì che questo capiti.

Non so neanche bene cosa dirle, così le dico semplicemente che mi dispiace, ed è vero. Le poso una mano sulla spalla, voglio che non abbia l’impressione che la trovi repellente.

Ma rapidamente, accade qualcosa che mi rasserena. Quasi contemporaneamente a me accanto alla donna si ferma una coppia piuttosto anziana, sulla settantina; subito dopo due ragazze, giovanissime, si fermano a loro volta. Un altro uomo abbastanza giovane, le si avvicina, la conforta, la stringe, è davvero bravo. Poi appare un altro, quindi una donna. La donna aggredita adesso si ritrova vicino al muro, protetta da un semicerchio di umanità eterogenea che forma la linea di difesa più improbabile della storia, e però hai l’impressione che adesso sia incredibilmente solida.

E mi accorgo di un’altra cosa: nessuno presta orecchio ai proclami dell’agitato, in cui l’aggettivo “italiano” ricorre spessissimo, nessuno gli dà ragione: anzi, alcuni gli parlano, ma quasi a fargli notare l’imbarazzo che causa, una ragazza lo avvicina, la mette sul ridere, è incredibilmente abile a sdrammatizzare e alla fine com’è, come non è, il tipo smette di urlare e pian piano se ne va.

Ci giriamo verso la signora dalla pelle scura: ora che lo spavento è passato i nervi le cedono, urla, scaglia a terra i cd che vendeva, rompendone le custodie. Siamo tutti in silenzio e con la testa china mentre, un po’ in francese e un po’ in italiano, lei inizia sfogarsi, urla che non voleva nascere negra, dà voce a una storia terribile in cui parla della sua solitudine, della Costa d’Avorio, di colonialisti (dice proprio così: “colonialisti”), del soldato francese che le è entrato in casa e ha ucciso tutta la sua famiglia. Non c’è niente da dire, per noi più che frasi sono lapidi; mia madre mi riporta alla realtà, ha un leggero capogiro e vuole tornare a casa.

L’uomo che prima stava vicino alla donna adesso la abbraccia. Lascio dieci euro accanto ai cd con le custodie rotte, poi vado con mia madre alla fermata del nove, e la ascolto mentre aspettiamo il tram.
“Hai fatto benissimo a fermarti. E sono rimasta stupita da quello che è successo: non lo ha ascoltato nessuno! È stata una bellissima scena, non lo avrei mai detto.”
“Questa è Torino, e di qua non passano.”
“Come?”
“Niente. Guarda, arriva il nove, saliamo.”
Dal fronte Ovest è tutto.

Anche questa storia non ha una morale, e un bel gesto non fa il pari con uno brutto, ma ci piaceva raccontarle entrambe per narrare di un’Italia che fa un po’ di confusione, che è stanca e amareggiata, che se la prende con i più poveri e disperati per nascondere la propria di disperazione. E dove esistono Elena e Matteo. Buona domenica!

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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