Lo sterminio dietro l’abitudine

C’è bisogno di visitare i campi di concentramento per capire che non vi siamo lontani.

Il motivo per cui ciascuno di noi – bianchi, europei, che hanno il privilegio di avere gli stermini del ventesimo secolo alle spalle – dovrebbe andare a visitare almeno una volta un campo di concentramento nazi-fascista, o uno dei luoghi che ospitavano i gulag comunisti di epoca sovietica, è per ammirarne le dimensioni. Erano intere città, vaste e fortificate, sorgevano su colline o su larghe pianure come castelli d’altri tempi contornati di capitelli, con un certo stile, mentre all’interno si trituravano silenziosamente persone. A instillare terrore nelle nostre teste tranquille, sedate da decenni privi di guerre nel nostro continente, devono essere le estensioni di queste costruzioni, la loro razionalità e la loro efficienza, che ci costringano finalmente ad abbracciare la verità che anche da lontano condividiamo con i nostri antenati di ogni epoca, ovvero che gli orrori si sono assemblati in passato pietra dopo pietra, nel tempo, adiacenti alle nostre case, con una progressione costante che ha permesso a ciascuno di vivere lo scempio come un’abitudine.

Decenni di film sulla Seconda Guerra Mondiale ci hanno convinti che i regimi oppressivi del passato, che hanno incendiato le strade d’Europa, furono capolavori di geni del male, resi possibili da generazioni di nostri progenitori particolarmente stupidi, inetti o disattenti. La visione di questi campi di sterminio, invece, riporta il discorso sui fatti, che non riescono a mentire: l’orrore ha proliferato quando, consentendo alla mediocrità di assurgere al potere, lo si è reso cronaca, poiché alla comodità della normalità nessun uomo, ovunque nella storia, è riuscito mai ad opporre facilmente il proprio diniego.

Mentre affrontiamo le nostre scialbe routine, aumentando artatamente e costantemente la dimensione reale dei nostri problemi inventandoci vittime di eterne ed impalpabili crisi, milioni di extracomunitari ci passano accanto, lavoratori senza uno straccio di documento. Sono manodopera che non ha diritto neanche ad un ospedale perché priva di un visto o di una assicurazione che copra le spese. Ragazzi e ragazze neanche ventenni tornano a casa in Bielorussia, in Ucraina o in Moldavia, decine di ore di autobus, per farsi curare una appendicite, solo per poter mantenere un impiego al di fuori di ogni regola, assecondando la ridicola richiesta del nostro continente di difendere i confini, preservare le culture, conservare le radici – le ragioni ufficiali sono rimaste le medesime, esse non sono mutate dai tempi di Mauthausen o Kolyma.

Quando il sopruso è cronaca non contano più le dimensioni. I campi diventano allora mastodontiche cittadelle che si tramutano in opere invisibili agli uomini e alle donne. Si passa dunque il caso ai legali che infilandosi in ogni anfratto formale acquietino le nostre coscienze stabilendo – per legge, come fa la Corte Europea dei diritti dell’uomo  – che sostare per giorni in mezzo al mare non è poi così drammatico.

Questi barconi sono già finiti tra le cianfrusaglie dei banali argomenti utili a un breve scambio di parole. Come per i campi di concentramento, le dimensioni di questa macchina tritacarne è impressionante, pervasiva. Tra qualche decennio altri e nuovi visitatori dei lager dovranno far rotta a sud, triangolando sulle mappe del Mediterraneo. Cercheranno una spiegazione plausibile a questa decisione apparentemente lucida di disfarsi di corpi, di visi, di storie, ammassarli come mondezza. Anche loro si chiederanno come sia stato possibile che ciò avvenisse in un torpore etico così diffuso. Forse anche loro, peccando di presunzione o inesperienza, immagineranno che le generazioni precedenti fossero particolarmente vulnerabili o più ignoranti delle successive. Anche a loro verranno offerti film e documentari del passato, anche loro avranno le pellicole d’epoca per immaginare che tutto il male avvenuto era sospeso in un tempo diverso, strano.

L’incantesimo durerà sempre fino al giorno in cui si mette piede in un campo di concentramento vero. A Theresienstadt. O sulla Sea Watch 3. Dovunque piacerà loro.

In copertina: Pianta del complesso di Theresienstadt – Fonte Wikipedia

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.