Luoghi abbandonati recuperati…

… Luoghi così poetici che forse non dovrebbero essere recuperati

Luoghi abbandonati nel mondo recuperati attraverso progetti di rinascita ambientale ed economica, censiti nell’Atlante dei paesaggi riciclati; altri luoghi non ancora recuperati – edifici o paesi fantasma – che parlano attraverso le immagini in un lavoro fotografico, l’Atlas Italie.

Si chiama Atlante dei paesaggi riciclati, gli autori sono due architetti, Michela De Poli e Guido Incerti, e tratta proprio di quello che viene definito il terzo paesaggio, ovvero l’insieme di tutti quei luoghi abbandonati dall’uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, le ex discariche o miniere. Ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili, le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico (definizione data da Gilles Clément, scrittore e paesaggista, nel libro Manifesto del Terzo paesaggio).

Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana. Il libro mostra un’ampia serie di paesaggi riciclati, ovvero luoghi effettivamente recuperati ma mantenuti nelle loro specificità e memorie, pone una riflessione sul recupero e la re-invenzione del paesaggio come possibilità di fruibilità del territorio e di conservazione di un’identità.

Progetti realizzati, o in corso, in Italia e nel mondo per recuperare il suolo, o per rendere nuovamente fruibili le porzioni di territorio che negli ultimi anni hanno subito l’aggressione dell’industrializzazione e altri fenomeni che ne hanno compromesso la loro qualità e bellezza originaria.

Nel processo di riqualificazione si mostra come non si dovrebbe “cancellare” ogni traccia del passato quale esso sia, anche e soprattutto nell’industriale, ma piuttosto conservare gli esempi migliori di architettura e paesaggio quali testimonianze dei vantaggi e degli svantaggi della storia industriale.

Perché questi testimoni oculari in fondo caratterizzano il territorio: le demolizioni e le misure di rigenerazione convenzionali, che cancellano, servono soltanto a privare le popolazioni della propria identità e della propria storia.

In questo modo il passato affianca il presente, l’identità locale si preserva e si lascia ampio spazio alla fantasia e alla creatività per realizzare cose nuove, che possano essere da stimolo e ispirazione per lo sviluppo sostenibile. Molti progetti riguardano anche terreni bonificati, cave recuperate, ex discariche, Terrains Vague, ambiti inutilizzati e da bonificare che negli ultimi venti anni sono stati riconosciuti come spazi potenziali per una nuova ricchezza sociale, economica, ambientale e che diventano occasione di una nuova forma di progetto che tenga conto di tutti questi aspetti insieme all’identità.

Tra i 58 progetti al mondo analizzati nell’Atlante ne abbiamo selezionati alcuni in Italia e nel mondo:

High Line di New York

Un progetto di conservazione di un elemento industriale abbandonato promosso dagli abitanti stessi ha portato alla realizzazione di un percorso verde all’interno del caos cittadino. E’ nel 1934 che la linea ferroviaria di collegamento High Line apre ai treni, collegando dal terminal di St.John’s Park fino alla 34th Street e trasportando merci e persone in zone ormai densamente industrializzate della città. Lo sviluppo urbanistico sempre più intenso creò densità maggiori e, dato il caro prezzo dei terreni, i costruttori preferirono sviluppare i propri edifici verso l’alto, arrivando alla città che tutti conosciamo oggi. E in questo panorama l’High Line rimase un elemento centrale nell’urbanistica di Manhattan, attorno a cui le nuove architetture crearono collegamenti diretti, tramite vuoti e gallerie all’interno degli edifici e affacci privilegiati per il percorso. Con lo sviluppo della viabilità e dei collegamenti nell’underground, il percorso ferroviario cessò nel tempo di funzionare: l’ultimo treno solcò i binari nel 1980. Da allora un’associazione cittadina riuscì a imporsi su decisioni altamente speculative e nel 2006 venne indetto dal Comune un concorso internazionale di progettazione. Il progetto vincitore propose l’utilizzo delle strutture a parco pubblico sopraelevato con lo scopo di distribuire e rendere sicuro il traffico pedonale per il quartiere e di collegare le attività culturali. L’utilizzo di materiali organici e industriali e un attento design che incontra l’esistente hanno permesso il raggiungimento degli obiettivi desiderati dalle associazioni e da tutti i cittadini. Gli accessi al parco sopraelevato sono resi possibili da ascensori panoramici e rampe, posti nei nodi di confluenza con le grandi strade newyorkesi. La progettazione delle pavimentazioni crea un passaggio bello tra la storia – incorporando i binari in essa – e la vegetazione, passando gradualmente dal suo tracciato verso le aree verdi e aiuole.

High Line, New York, USA. Credits @AngeloPerna
Gas Works Park

Un grande stabilimento di produzione di gas nel centro di Seattle diventa un parco pubblico: il Gas Work funzionò dal 1906 al 1956, dopo di che la distribuzione del gas naturale continuò attraverso la stessa rete sotterranea pressurizzata.

È stato il primo parco di recupero industriale del mondo, avanguardia del riciclaggio di strutture obsolete e del bio-risanamento delle aree dismesse. Dopo tredici anni di abbandono, l’architetto del paesaggio Richard Haag fu incaricato di analizzare gli 8 ettari di estensione del sito per saggiare la possibilità di realizzarvi un parco pubblico. Il suo studio iniziò una campagna educativa per accrescere e migliorare nella comunità la consapevolezza di nuove possibilità rispetto a una tabula rasa e alla mera nuova costruzione impianti sportivi. Dopo due anni la città rinunciò all’idea della demolizione, a condizione che fosse sempre possibile smantellare le strutture, ma decise di non rimpiazzarle.  Venne dimostrato che il bio-risanamento costituiva un modo naturale ed economico per ridurre le infiltrazioni di idrocarburi a livelli accettabili, creando un sistema verde e pulito.

Il capannone dell’aspiratore è stato immaginato come spazio giochi coperto, l’edificio della caldaia come spazio per pic-nic. L’uso adattivo ha consentito esperienze impareggiabili su macchinari unici, con un risparmio enorme di costi e con la possibilità di conservare un pezzo di memoria.

Miniera di Ravi Marchi, Gavorrano

La miniera Ravi Marchi e gli edifici annessi per l’estrazione e il trattamento della pirite, utilizzata dal 1918 al 1965 per la produzione di acido solforico, fanno parte oggi del grande parco minerario e naturalistico di Gavorrano (Grosseto), nelle colline metallifere che degradano verso il territorio della Maremma. 

Dopo un lungo periodo di abbandono, durante il quale gli impianti vennero smantellati, il complesso risultava quasi completamente nascosto da cumuli di terra e da una folta vegetazione. Un gruppo di progettisti diretto dall’arch. Alberto Magnaghi ha lavorato negli anni ‘90 alla redazione di un piano con obiettivi di recupero paesistico, restauro di reperti di archeologia industriale, espansione dell’attività turistica e di sviluppo del territorio. Il complesso è stato trattato come un antico sito archeologico, cosicché anche le residue strutture in ferro arrugginito  sono state conservate rigorosamente e protette  perché possano durare ancora a lungo e offrire le suggestioni che solo i reperti autentici sanno emanare.

Parco Lineare San Michele Genzeria (CT)

Il Parco lineare di San Michele Genzeria è un vero e proprio progetto di paesaggio, un’infrastruttura leggera, come si definisce oggi quello che è un percorso pedonale e ciclabile attrezzato, realizzato nel 1999, che recupera la vecchia linea ferrata a scartamento ridotto che collegava Caltagirone con Piazza Armerina e Dittaino attraverso i territori di San Michele di Ganzaria e Mirabella Imbaccari. Un’idea di progettazione e di costruzione del paesaggio, a detta dei progettisti (Arch. Michele Navarra), perché definisce e svela antichi paesaggi agricoli, naturali e storici siciliani, per 14 Km di lunghezza.

Fiumara d’Arte (Antonio Presti)

Un museo di sculture all’aperto nel messinese che si estende per chilometri lungo quello che era il letto della fiumara, nella zona di Tusa, nel messinese, vicino ai Monti Nebrodi.

Fonte immagine: www.i-art.it

La Fiumara nasce dall’iniziativa di un privato, il mecenate Antonio Presti. Moltissime le opere installate. Il tour per visitare le opere, per cui non basterebbe un giorno intero in macchina, prevede: La Materia poteva non esserci di Pietro Consagra (foce del fiume Tusa), La finestra sul mare di Tano Festa (Villa Margi vicino Reitano), Energia Mediterranea di Antonio Di Palma, 38° parallelo-Piramide di Mauro Staccioli (entrambi a Motta d’Affermo), Labirinto d’Arianna di Italo Lanfredini (Castel di Lucio), Arethusa di Pietro Dorazio e Graziano Marini (pannelli decorativi in ceramica per la stazione dei carabinieri di Castel di Lucio), Il Muro della Vita, decorazioni in ceramica di artisti vari (strada provinciale Castel di Lucio-Mistretta).

No man’s Land, Fort Salent UK

Un forte di epoca vittoriana per la difesa dalle imbarcazioni nemiche nello stretto di Solent, tra la città di Portsmouth e l’Isola di Wight, è il No Man’s Land. La costruzione fu avviata nel 1860  fu progettata per ospitare 80 soldati e 49 cannoni. Ci vollero 13 anni portarlo a termine. Molte le vicissitudini storiche da allora: fu utilizzato come base anche durante la seconda guerra mondiale e nel 1971 vi furono persino girati episodi di una serie televisiva famosa: Doctor Who. Nel 1990 dopo anni di abbandono fu trasformato in un hotel di lusso, ma nonostante la “promessa” di privacy e di tutti i confort il progetto fallì. Nel 2015 la società Britannica AmaZing Venues si è proposta una nuova riqualificazione del Forte sempre come hotel di lusso, stavolta per attrarre eventi e cerimonie. Il progetto di recupero ha portato ad un nuovo complesso, che ha mantenuto il più possibile la struttura originaria e dove sono state ricavate 22 camere, un bar cabaret, la sauna, una piscina riscaldata e una vista magnifica dal faro vetrato: a 360 gradi sulla distesa di mare aperto.

Un altro progetto molto bello è l’Atlas Italiae, l’atlante poetico della fotografa Silvia Camporesi (https://www.silviacamporesi.it/) che effettua un viaggio nell‘Italia “sospesa” se non abbandonata del tutto, che la conduce a percorrere l’Italia alla scoperta di luoghi e edifici abbandonati. Seguendo le tracce di un paesaggio che sta tra il passato che persiste, attraverso le rovine, e il futuro che potrebbe sradicarlo del tutto, questo lavoro, che è proprio un documentario fotografico, analizza e mostra la memoria di questi luoghi e quel che resta di loro.

Immagini di Silvia Camporesi

I borghi disabitati, le stanze dagli intonachi sgretolati, le strutture architettoniche fatiscenti che sono oramai un tutt’uno con la vegetazione, gli oggetti e gli utensili quasi intatti in mezzo alle polverose rovine: ciò che traspare dalle fotografie è l’anima dei questi luoghi, le loro memorie e la loro storia.

Sono tante le immagini in mostra capaci di catturare emozioni, da quelle che ritraggono l’ex manicomio dell’Osservanza di Imola, ai relitti di imbarcazioni, a ville abbandonate e avviluppate dai rovi, a borghi disabitati da decenni, ad ex colonie balneari decadenti… In tutti questi casi, in questi luoghi perduti, ma comunque testimoni del passato e così poetici, ci si chiede guardando le foto: serve davvero qui recuperare?

Altre fonti:
http://www-4.unipv.it/aml/bibliotecacondivisa/2022.htm
https://www.silviacamporesi.it/
http://www.i-art.it/it/i-art-itinerari/27/FIUMARA-D%E2%80%99ARTE
http://www.studionowa.com/in_project/pro/parco/parco.html
https://www.artslife.com/2016/03/11/atlas-italiae-latlante-poetico-di-silvia-camporesi/

Immagine di copertina: Silvia Camporesi

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

Elisa Poggiali

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