Lupi a Roma? Sottovalutarne la presenza è da no-mask

Uno dei massimi esperti di conservazione della biodiversità ammonisce sui rischi della convivenza utopica tra predatori e prede

Branchi di lupi a Roma, in azione dalla Cassia alla Laurentina. Hanno già sbranato ovini, pony e cani. Secondo la Asl, che ha condotto l’esame del Dna, sono lupi puri, neppure ibridi. Il Campidoglio dà la colpa a una gestione malfatta del loro reinserimento, mentre tante voci si alzano a loro difesa: “Basta recintare pecore e capre”, minimizzano gli animalisti, “la convivenza è possibile: non attaccano l’uomo”. Ma a Ceprano, nella Ciociaria, sono stati avvistati addirittura in paese. Il parere di Spartaco Gippoliti, romano, tra i massimi esperti italiani di conservazione della biodiversità.

Una vecchia storia

“Nei salotti buoni di Roma nord adesso si affaccia un nuovo argomento di discussione … il lupo. A cavallo tra una seconda ondata pandemica e un Natale in lockdown, i romani sono tornati a occuparsi di lupi reali. E’ passato tanto tempo da quando i lupi si spingevano alle porte della giovane Capitale d’Italia, ancora lontana dalle dimensioni odierne, tanto che nei primi anni dello scorso secolo uno ne fu ucciso a Ponte Milvio e un altro a San Paolo. Una vera e propria disputa riguardante i lupi si aprì poi il 17 settembre 1954, allorché il quotidiano romano Il Messaggero riportò la notizia che un cittadino inglese, tal Marian Johnson, residente da diversi anni a Roma, aveva scritto una breve lettera al Times per chiedere l’intercessione del noto giornale d’oltre Manica nei confronti dell’Amministrazione Capitolina, affinché recedesse dal proposito di reintrodurre, al posto della lupa morta di recente, un nuovo esemplare nella piccola gabbia posta sulle pendici del Campidoglio. L’accesa polemica – anche politica – terminerà nel novembre 1954 quando un nuovo lupo sarà portato al Campidoglio malgrado le proteste dell’ENPA e l’opposizione del Giardino Zoologico. La ‘tradizione’ era stata inaugurata nel 1872 per simboleggiare un ritorno della città ai suoi antichi fasti.

Non difendiamo il lupo, ma quel che rappresenta

Tanta acqua è passata sotto i ponti del Tevere, ma il lupo continua ad essere un potente simbolo anche se diverso da quello incarnato nel passato. Adesso il lupo simboleggia quel ‘mito della naturalità’ a cui una società urbanizzata e opulenta anela, perché non solo non la conosce, ma nemmeno la percepisce. Giustamente le autorità tendono a tranquillizzare i cittadini e qualcuno spiega che sono potenzialmente più pericolosi i cani (non fosse altro per il loro elevato numero e l’incapacità dei proprietari) che non i lupi. Ma i cani sono oggi diffusissimi nelle nostre case e potenziali micce negli incontri sia con i cinghiale che con i lupi.

Come gli scettici di covid-19

Non mi sfugge poi un certo parallelismo tra la fase sanitaria che stiamo attraversando e la questione gestionale del lupo, non solo nei dintorni di Roma. Le vicende di questi mesi hanno evidenziato la scarsa conoscenza scientifica generale, anche tra i giornalisti e la classe dirigente, l’incapacità di proporre misure preventive, cosa che ha significato inseguire continuamente il virus, la denuncia di provvedimenti ‘liberticidi’ – considerati troppo restrittivi delle libertà personali – e che invece sono solo un segno di rispetto per la salute della comunità. Vince la rissa politica continua, anche in un caso di emergenza planetaria! I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti.

L’effetto di una mancata gestione

Adesso l’arrivo di lupi e cinghiali a Roma costringerà (o almeno dovrebbe) le autorità a rivedere la non-gestione delle due specie, in particolare nelle vicinanze dei grandi centri urbani anche se neppure possono essere dimenticati i piccoli allevatori e agricoltori delle nostre campagne. L’utopia della convivenza felice con predatori e prede in contesti urbanizzati è folle quanto la pretesa di non indossare le mascherine e bloccare la trasmissione del Covid 19. La biologia della conservazione non significa non fare nulla, ma cercare una complicata sintesi tra diversi e tutti leciti interessi, tra cui quelli degli imprenditori, che non devono essere colpevolizzati solo perché allevano pecore o vacche.

Non fare niente è il pericolo

Basterebbe una conoscenza minima dei principi ecologici per capire che le popolazioni animali di specie opportuniste, che hanno la disponibilità di risorse alimentari praticamente inesauribili (grazie all’agricoltura per gli erbivori, mentre erbivori selvatici e domestici forniscono cibo ai lupi), tendono a crescere indefinitamente e a colonizzare ambienti anche sub-ottimali. E basterebbe un minimo di senso di giustizia sociale per capire che il peso del lupo non può essere addossato agli imprenditori agricoli – alcuni dei quali operano in aree particolarmente fragili anche per eventi tragici come quelli sismici – tra l’altro con la scusante oramai passé che si tratti di specie ‘a rischio’: quando non è più così da tempo. Si prospetta un periodo difficile, non solo per il nostro Paese, e diviene sempre più importante una gestione efficace delle scarse risorse economiche disponibili.   

Ma più delle parole, della logica e del buon senso, saranno come sempre i fatti a far cambiare, per l’ennesima volta, la simbologia del lupo, a Roma come altrove in Italia … e allora benvenuto a Roma!

Spartaco Gippoliti

Ricercatore indipendente si occupa di sistematica dei mammiferi, con speciale attenzione per i primati, i lupi e i bovidi. Da sempre crede nel superamento di un approccio coloniale alla conservazione, con il coinvolgimento diretto delle comunità locali alla utilizzazione sostenibile della biodiversità.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

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