Mascherine. Non ci sono solo le usa e getta: quali scegliere e come smaltirle

Intervista al professor Mario Malinconico

Io e il professor Mario Malinconico ci siamo conosciuti grazie a People for Planet. Un anno fa mi ricevette nel suo studio per parlare di plastiche biodegradabili e compostabili e questo è quello che ne uscì.

Il professore è ricercatore del CNR dal 1983, dal 2004 è direttore di ricerca dell’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del CNR di Pozzuoli ed è rappresentante italiano del Consiglio Mondiale delle Scienze. È uno dei maggiori ricercatori mondiali nel campo delle materie plastiche biodegradabili.

Mario Malinconico ha compreso subito il problema legato allo smaltimento dei materiali in plastica dovuti all’emergenza Covid-19 come guanti, tute e mascherine. Ricordiamo che si tratta di oggetti dal grande impatto ambientale, sia in produzione che in smaltimento. Al di là della legge che vieta di abbandonare i rifiuti per strada – soprattutto se ospedalieri -, occorre avere uno sguardo critico e una maggiore attenzione nella gestione di questi materiali, che purtroppo ci accompagneranno ancora per chissà quanto tempo. Se la plastica era già un grosso problema per il mare e i suoi abitanti, figuriamoci ora che se ne è moltiplicato il fabbisogno. Insomma, quest’emergenza non può essere un “liberi tutti” sulle questioni ambientali.

L’intervista

Quali sono le previsioni di consumo per le mascherine e i guanti in questa fase due?

“Si parla di centinaia di milioni di pezzi al giorno, se si usa la logica dell’usa e getta.”

Qual è l’alternativa alle mascherine usa e getta che avete trovato?

Sono quelle lavabili e riutilizzabili, da usare più volte secondo le indicazioni che devono dare i produttori. Anche importante sarà l’indicazione del numero di ore di uso: una mascherina usata per un’ora al giorno avrà una vita utile sicuramente maggiore. Non è importante se siano di plastica o di cotone, l’importante è che abbiano le caratteristiche di resistenza meccanica idonee al riuso. In questo modo si genera sia un risparmio economico che ambientale, riducendo il numero che va a smaltimento per unità di tempo, ma anche sanitario. Il detentore dovrà sanificarle tramite lavaggio anche prima di gettarle nell’indifferenziato, quando ci siano evidenti segni di deterioramento, o quando il numero di cicli ha raggiunto quello indicato dal produttore.
Le mascherine usa e getta vanno bene per gli utilizzi industriali o in genere aziendali, sono già considerati rifiuti sanitari speciali e quindi hanno già un codice e un circuito di gestione, che è quello della termodistruzione.”

La vostra ricerca su un materiale per produrre mascherine che possano durare nel tempo è caduta sulla canapa. Come mai avete scelto questa pianta?

“Non è stata una scelta certamente di natura economica, al momento la fibra di canapa non può competere con quella di cotone sul prezzo. Ma la canapa ha intrinseche proprietà anti batteriche ed è in linea di principio una coltivazione più sostenibile del cotone.”

Quali sono i partner di questa nuova ricerca e come avete cominciato a lavorare insieme?

“Abbiamo più collaborazioni in corso con Assocanapa in progetti della regione Campania a cavallo tra CNR, CREA, UNINA Agraria, Aziende agricole e di trasformazione (tra cui anche le seterie di San Leucio).”

Quando saranno pronte e sul mercato?

“Al momento sono in fase di verifica funzionale e di certificazione.”

Per adesso quale tipo di mascherina consiglia per proteggerci e ridurre al minimo l’inquinamento?

“In questo momento, per gli usi civili, ribadisco che il materiale di cui sono fatte le mascherine è meno importante dell’efficienza e della gestione del fine vita. Un tessuto-non-tessuto in poliestere, in polipropilene o in cotone è ugualmente performante se ben fatto, e può essere lavato più volte senza perdere efficienza. Il concetto di usa e getta è da evitare per usi civili.”

Qual è la maniera corretta di smaltire le mascherine usa e getta?

“Non vedo altra soluzione che la raccolta in singola o meglio doppia busta di polietilene e il conferimento nell’indifferenziato con invio a termodistruzione. Per quelle Regioni dove si fa il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti indifferenziati, il rischio per gli operatori agli impianti deve essere la linea guida.”

Negli ospedali si comincia a pensare al problema dello smaltimento di questi rifiuti?

“Sicuramente, vengono assimilati ai rifiuti ospedalieri con gli stessi codici CER e inviati a termodistruzione.”

Secondo lei come si è mossa la medicina o, se preferisce, la scienza in questa emergenza?

“La scienza si muove sulla base di una reputazione acquisita in anni di ricerca e verificabile dalle pubblicazioni scientifiche di chi parla. Tranne rare eccezioni, questo meccanismo ha sempre funzionato. Emergenza o non emergenza, devono sempre essere ascoltati gli esperti con curriculum verificabile. Temo che questa logica non sia stata sempre usata dai decisori politici, anch’essi a volte sensibili a logiche di consenso sociale e “social”.”

State lavorando all’IPCB a qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente il coronavirus?

“L’attuale lockdown di tutti gli istituti CNR non consente lo svolgimento di attività di ricerca in laboratorio. Sono stati presentati molti progetti ma siamo in attesa del rientro. I progetti sono centrati sui trattamenti superficiali dei polimeri TNT (Tessuto Non Tessuto) per esaltarne le caratteristiche di idrofobicità e per il rilascio di molecole attive antibatteriche. Un progetto specifico su questo tema è stato da qualche giorno approvato dal MUR su elettrofilatura (RECOVER-COVID19).”

Avete altri progetti in cantiere?

“Abbiamo in programma uno studio sul riciclo delle mascherine in polipropilene o in tessuto naturale, con particolare riferimento agli sfridi di lavorazione, che spesso rappresentano il 30 % del tessuto che va a buon fine. Questo è un annoso problema di tutta la filiera tessile. Il progetto ci darà anche indicazioni sull’importanza dell’utilizzo di un monomateriale per tutta la componentistica. Altro progetto sarà quello dell’utilizzo di plastiche riciclate provenienti dal settore packaging (ad es. dalle bottiglie di PET) per la realizzazione dei TNT per mascherine.”

Perché è importante non abbassare la guardia rispetto ai problemi ambientali che ci troviamo di fronte, come quello della produzione di plastica non biodegradabile?

“Spingere sul riutilizzo delle mascherine, sull’impiego di plastiche riciclate, sul riciclo delle plastiche non biodegradabili: queste sono le parole d’ordine da usare in modo martellante! In giro per il mondo ci sono già centinaia di milioni di tonnellate di plastiche da imballaggio che ancora non intercettiamo e che vanno a incenerimento o in discarica o nel mare. Questa è la nostra miniera di materie prime. L’idea delle plastiche biodegradabili e compostabili (biodegradazione da sola non significa niente se non legata ad una filiera) per fare mascherine non mi sembra abbia senso, considerando che nessun impianto di compostaggio le accetterebbe miscelate al rifiuto organico. Meglio puntare sulle fonti rinnovabili (plastiche biobased per produrre PET, PE, PP) ma temo che il crollo del valore del petrolio renda totalmente antieconomiche le plastiche da fonte rinnovabile”.

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Claudio Metallo

Claudio Metallo

Claudio Metallo è nato a Campora S.G. (CS). Ha lavorato per Al Jazeera documentary, Al Jazeera Children Channel ed ha collaborato alla prima serie della trasmissione di Raitre "Presa Diretta" di Riccardo Iacona. Ha realizzato più di trenta video tra cortometraggi e documentari.

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Claudio Metallo è nato a Campora S.G. (CS). Ha lavorato per Al Jazeera documentary, Al Jazeera Children Channel ed ha collaborato alla prima serie della trasmissione di Raitre "Presa Diretta" di Riccardo Iacona. Ha realizzato più di trenta video tra cortometraggi e documentari.

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