Meno stress e anidride carbonica con lo smart working

Pendolarismo, bestia nera degli italiani. Soluzioni? Il lavoro da casa

8 ore il giorno, 5 giorni su 6, una vita spesa a cibarsi, recuperare sonno, fare acquisti e programmare a bordo di un treno o di un mezzo di trasporto privato. L’indomani, ancora. E ancora. Nel migliore dei casi una vita non sana, nel peggiore usurante, in ogni caso inquinante. Sono in crescita però i cosiddetti smart workers, nel mondo come in Italia, dove sono ormai 305mila, circa l’8% del totale dei lavoratori (+14% rispetto al 2016 e +16% rispetto al 2013). Dati alla mano, chi adotta lo smart working, ossia chi lavora da remoto, rinunciando a recarsi in un ufficio quotidianamente, dimostra maggiore soddisfazione e migliore rendimento, il tutto a favore di salute e ambiente. Chi si converte allo smart working tendenzialmente svolge un lavoro intellettuale nell’ambito digitale, ha banalmente bisogno di un pc per lavorare, e non tutte le professioni possono dirsi altrettanto flessibili. È stato calcolato che tuttavia anche una sola giornata a settimana di lavoro da remoto potrebbe fare risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti e 135 chilogrammi di emissioni annuali di anidride carbonica. La spinta, neanche a dirlo, proviene dall’estero e in particolare  da Paesi da sempre attenti a coniugare ecologia e produttività, come l’Austria e il Belgio, dove la bici esentasse è spesso fornita in qualità di bonus aziendale dal datore di lavoro, o la Germania, dove per le cargo-bike con capacità di carico superiore ai 150 chili e volume di carico di almeno 1 metro cubo si arriva fino ai 2500 euro di incentivi.

Stando a uno studio condotto a luglio 2018 da Developement Economics insieme all’economista Steve Lucas su 16 Paesi del mondo (Australia, Austria, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone; Gran Bretagna, Hong Kong, India, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Singapore, Stati Uniti e Svizzera), dal lavoro da remoto risultano esserci benefici ambientali, oltre che economici e personali.

Entro il 2030 si potrebbero evitare fino a 214 milioni di tonnellate all’anno di emissioni di anidride carbonica. Il lavoratore che smettesse di essere pendolare risparmierebbe in media 6-9 tonnellate all’anno, con effetti positivi per la sua salute (senza mezzi termini: psicofisica) e per l’ambiente. Solo il Regno Unito risparmierebbe 7,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica se i suoi pendolari evitassero 115 milioni di ore annue di spostamenti casa-lavoro.

Quella di ridurre la quantità di CO2 è una battaglia lungamente rinviata e proprio perciò urgente, come ribadito già nel 2016 dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, che aveva posto come obiettivo la riduzione di 12-14 miliardi di tonnellate di emissioni gas a effetto serra per limitare a 2°C il riscaldamento globale, inesistente secondo l’uomo più potente degli Stati Uniti, Trump, esistente eccome, anche troppo, a giudicare da segnali piuttosto eloquenti.

In termini economici, l’adozione di un modello strutturato di smart working per le imprese può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore. Secondo Cbre, la più grande società di consulenze immobiliari nel mondo, il 78% dei lavoratori, infatti, bada all’ambiente in cui lavora, al punto da dichiararsi pronto a barattare altri benefit pur di potere disporre di un ambiente di qualità e a misura della sua professione. Conti alla mano, la flessibilità lavorativa nei 16 Paesi analizzati dallo studio di Developement Economics si tradurebbe in valore aggiunto pari a 10.000 miliardi di dollari.

Difficilmente i nuovi millenials, che entro il 20125 costituiranno il 75% della forza lavoro, si presteranno al pendolarismo di chi li ha preceduti, una forma di lavoro percepito già ora come superato. Tutti a casa, a lavorare, in attesa del prossimo psicodramma lavorativo.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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