Mercatone Uno era già un cadavere

In Italia le aziende falliscono, che incredibile scoperta

Chi negli ultimi anni ha varcato la soglia d’ingresso di un qualche Mercatone Uno sparso in Italia sa che camminare tra le corsie era come sentire l’odore acre di fiori dimenticati su una lapide.

Scaffali semi-vuoti, personale assente o dormiente, offerte risalenti agli anni Duemila, corsie sporche. Una desolazione addirittura più struggente di quella che si prova passeggiando all’Auchan (da poco acquistato da Conad) e in tutti quei negozi di metrature vastissime pensati per la grande spesa una volta a settimana, oggi tutti in crisi.

Non stupisce che la società che possiede la catena di negozi di arredamento abbia dichiarato il fallimento, stupisce semmai il ritardo con cui l’ha fatto, visto che da tempo doveva 250 milioni di euro ai fornitori, circa 500 aziende. La gestione di Mercatone Uno era già passata sotto amministrazione speciale prima di essere venduta a una holding con sede a Malta fino a febbraio 2019, quando la proprietà è tornata in Italia. Fondata negli anni ’70, la catena Mercatone Uno ebbe il suo momento d’oro negli anni ’90, per poi entrare in crisi nel decennio successivo: nel 2015 aveva già ridotto del 50% i suoi punti vendita, accumulando milioni di debiti ed entrando in amministrazione straordinaria, fino a maggio 2018, quando a seguito di ben quattro gare deserte e con offerte non conformi fu data alla Shernon holding dell’italiano Valdero Rigoni e dell’americano Michael Thalmann, mentre al ministero oggi presieduto da Di Maio c’era Calenda. L’alternativa alla holding sarebbe stata la chiusura, dice Calenda. “Non si assegna una gara a una finanziaria maltese con 10 mila euro di capitale. Tutte le garanzie erano false. È l’istruttoria che doveva vederlo”, gli risponde via Twitter il giornalista Franco Bechis.

Vista la fragilità dell’acquirente Sharnon, che comunque rispettava i criteri del bando di gara, al momento della cessione è stata inserita una clausola di salvaguardia (riserva di proprietà) in grado di riportare la società in amministrazione straordinaria, salvaguardando i lavoratori. Clausola voluta proprio da Calenda e che probabilmente verrà usata da Di Maio, chissà magari dicendo di salvare i lavoratori  “nonostante Calenda”. Ad agosto 2018 la vendita è stata perfezionata, di Maio si era già insediato, da lì la società avrebbe dovuto fare operazioni di rafforzamento del capitale. Non si è fatto. Al contrario, al posto di rilanciare il marchio, la nuova proprietà ha accumulato 90 milioni di debiti in nove mesi, vedendosi chiuso l’accesso al credito bancario e revocato il diritto di opzione relativo agli immobili di proprietà dell’amministrazione straordinaria precedente.

Lo sapeva anche il maiale che la barca stava affondando, tra i 1800 lavoratori qualcuno una sbirciata agli annunci di lavoro l’avrà pur data. Lascia increduli però il modo con cui sono venuti a conoscenza della chiusurra dei 55 punti vendita. Anziché ricevere una comunicazione ufficiale o una lettera di licenziamento, hanno saputo via Facebook e WhatsApp, tra la notte di venerdì e la mattina di sabato.

Il caso ha scatenato una polemica tra il governo e le opposizioni: Calenda rimprovera a Di Maio la mancata vigilanza e la tarda attivazione da parte del Mise, il M5S ribatte ricordando che la holding in questione  è responsabilità di Calenda, Salvini, al solito, pesca consensi dicendosi pronto a “occuparsene personalmente”, anche se non si capisce a che titolo il ministro dell’interno possa occuparsi di una crisi aziendale. Intanto dal Trentino al Piemonte, passando per la Puglia, i lavoratori e i sindacati stanno organizzando sit-in di protesta davanti ai punti vendita di Mercatone Uno. Della tutela dei 20mila clienti che hanno impegnato un totale di 3,8 milioni di euro per mobili mai ricevuti non si sa nulla. Chi ha chiesto un finanziamento per l’acquisto di merce da Mercatone Uno non solo non avrà il bene ordinato, ma potrebbe dover continuare a pagare le rate del finanziamento, sottolinea Emilio Viafora, presidente di Federconsumatori.

Per ora l’attenzione ruota intorno all’incredibile scoperta: in Italia le aziende falliscono. Chissà se anche i ricchi piangono.

Stela Xhunga

Stela Xhunga