Cos’è il Ceta, l’accordo sul libero scambio col Canada

Monica Di Sisto, portavoce di Stop Ttip Italia: “Penalizza salute, ambiente e le nostre imprese di qualità”

È “il primo trattato europeo che autorizza le frodi alimentari” perché consente al Canada di ignorare oltre 250 marchi tra denominazioni di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp) riconosciute dall’Unione europea, oltre che di tradurre in etichetta alcuni dei nostri prodotti agroalimentari tutelati. È così che la Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana, definisce il Ceta, il Comprehensive Economic and Trade Agreement, trattato sul libero scambio di merci tra Unione europea eCanada.

Approvato nel 2017 dall’Europarlamento, il Ceta non è però mai stato ratificato dal Parlamento italiano perché, se da una parte è benvoluto da alcuni, da altri è invece molto contestato. L’accordo prevede l’abbattimento del 98% dei dazi doganali fra i Paesi firmatari, agevolando il libero scambio dei prodotti. Ma ci sono molti ma.

Tanto per iniziare, il testo integrale dell’accordo, se è chiaro nella parte che riguarda le agevolazioni degli scambi, è invece generico su temi importanti per la tutela della salute dei consumatori: sul principio di precauzione (valido in Unione europea e non in Canada), sulla biodiversità e sull’uso dei pesticidi (che in Ue non sono ammessi), sulla regolazione degli organismi geneticamente modificati (Ogm), sulla presenza di ormoni (da noi vietati) e di antibiotici (da noi regolamentati) nelle carni di allevamento, e anche sulle tutele e sulle garanzie per i marchi di qualità e di origine.

In sostanza consente di scavalcare le tante regole europee vigenti sui prodotti alimentari, eliminando tutte le garanzie che riguardano, ad esempio, i prodotti chimici utilizzati nelle produzioni agricole-industriali: pesticidi, Ogm, ecc. Una questione che coinvolge tutti i prodotti agricoli, oltre alla carne.

Molti dubbi

Per approfondire questi e altri argomenti, dal 2015 si è costituito un movimento di persone e aziende che si chiama Stop Ttip (Trattato di partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti) e Ceta Italia la cui portavoce è la giornalista Monica Di Sisto. A lei abbiamo posto alcune domande sui contenuti del trattato e per capire cosa si propone di fare questo movimento.

Il Ceta è un ambito del Ttip? E’ il trattato più svantaggioso, tra i vari, per le nostre aziende?

«L’abbattimento dei controlli doganali e delle tasse per le imprese esportatrici è una sorta di battaglia di bandiera, e anche se il sistema del commercio globale è in crisi di crescita, il mercato concentra benefici straordinari tra pochissimi gruppi e questa liberalizzazione al massimo ribasso, che premia solo i più grandi, alla fine finirà per danneggiarli. Il Ceta è una sorta di “fratellino brutto” del Ttip: vale meno, perché in Canada arriva appena lo 0,9% del nostro export. Non ha portato grandi risultati in valore, perché lo scorso anno le esportazioni italiane sono aumentate del 4,8%, mentre tra il 2012 e fino a fine 2017, cioè fino all’entrata in vigore del trattato, la media era del 6,2% di incremento annuo. Per di più il Canada ha leggi regionali che permettono agli operatori nazionali, ad esempio nel caso dei formaggi e degli alcolici, di decidere quale produttore e/o prodotto far circolare e dove, mentre l’Europa ha fatto cadere tutte le barriere, se non quelle d’emergenza».

Secondo Stop Ttip quali sono i punti peggiori del trattato, in termini di ritorni negativi per la nostra economia?

«Partiamo dal fatto che l’Italia non ha un meccanismo di monitoraggio strutturato dell’impatto dei trattati, quindi a parte la “contabilità generale” tra import e export tenuta annualmente da Istat e Ice (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), non esistono valutazioni a livello di Governo. Ogni settore economico fa le proprie valutazioni senza che ci sia nessuno che esamini che cosa davvero convenga al Paese e, soprattutto, a noi cittadini. L’Italia, inoltre, già subisce un forte dumping sociale e ambientale dagli altri Paesi europei perché i costi del lavoro, burocratici e di rispetto delle regole di qualità e ambientali da noi sono più elevati che altrove. Figuriamoci quando si apre una competizione senza rete con Paesi come il Canada che hanno livelli molto più bassi di protezione sociale e ambientale: il confronto è impari e, come hanno indicato tutte le valutazioni d’impatto indipendenti condotte fino a ora, nel medio periodo rischia di saturare di semilavorati e prodotti più economici quella parte del mercato europeo nel quale finisce attualmente il 56,3% del nostro export.

L’Europa e il Canada sono molto distanti per quello che riguarda le regole relative alla qualità de prodotti e dei servizi, ai controlli, ai diritti dei lavoratori, alla sicurezza dei prodotti, alla protezione dell’ambiente. L’Europa ha regole più restrittive che vietano l’ingresso a molti prodotti e servizi canadesi. Il Ceta ha creato una ventina di commissioni bilaterali molto opache che dovrebbero occuparsi di far funzionare al meglio i diversi meccanismi di facilitazione commerciale. In realtà obbligano gli Stati a rispondere sul perché scelgano uno standard piuttosto che un altro, una regola rispetto a un’altra: l’Italia, ad esempio, è stata accusata in una di queste commissioni di protezionismo dalla Camera di Commercio canadese con un dossier sponsorizzato da Croplife, gigante dell’agrochimica multinazionale con sede in Canada, per la diffidenza verso il glifosato, il no agli Ogm e l’etichettatura del grano nella pasta. A tutt’oggi non riusciamo a sapere ufficialmente se la Commissione europea abbia coinvolto o meno nella risposta il Governo italiano e se abbia dato seguito e come a quel virulento reclamo».

Quali aziende italiane ne pagheranno maggiormente il conto e in che termini?

«Sicuramente il comparto agroalimentare e manifatturiero dei prodotti di qualità che sta già subendo una competizione feroce, sia sul mercato canadese sia in quello europeo, da parte di prodotti che emulano le nostre eccellenze. Il caso del Parmigiano è emblematico: le aziende produttrici pensavano, forti di un prodotto unico, molto apprezzato e molto competitivo, di continuare a crescere a due cifre come succedeva prima del Ceta, e invece hanno perso quote di mercato ingenti perché devono coesistere con le copie locali, che costano molto meno, senza potersi proteggere in alcun modo.

Senza contare che, se tutti i Paesi dell’Ue ratificassero l’accordo, entrerebbe in vigore la parte relativa alla facilitazione degli investimenti e, con essa, il meccanismo arbitrale che consentirebbe agli investitori canadesi (o con sede legale in Canada) di fare causa ai nostri Paesi se una delle nostre regole o decisioni dovesse danneggiare i loro interessi o profitti. Un meccanismo che rischia di esporci a pericolosissime e costosissime cause di risarcimento: in un recente report ne abbiamo contate oltre 850 aperte in virtù di altri trattati di liberalizzazione già vigenti. Negli ultimi trent’anni gli Stati hanno già versato a privati 84,4 miliardi di dollari per sentenze sfavorevoli. Poi parliamo di tagli alla spesa pubblica…».

Quali saranno invece le imprese che ne beneficeranno?

«Innanzitutto le aziende canadesi di esportazione di prodotti energetici: hanno registrato il +125,2% di export verso l’Ue. Peccato che gran parte dell’export canadese di energia è composto da petrolio estratto dalle sabbie bituminose. Una pratica terribilmente inquinante e vietata in Europa, ma non in Canada. Per cui da un lato ci professiamo ambientalisti a livello internazionale, dall’altro alimentiamo fuori casa un prelievo fossile dannosissimo per le falde acquifere e il suolo canadesi, e l’atmosfera di tutti. Poi le imprese europee della meccanica strumentale, dei metalli, della farmaceutica: tutte inserite in filiere multinazionali che risparmiano molto dopo l’abbattimento dei dazi, ma non sempre traducono questi risparmi in investimenti e posti di lavoro in più nel nostro Paese».

Come sta agendo il vostro movimento per impedire la ratifica?

«Innanzitutto informando correttamente i cittadini, le imprese, ma anche i parlamentari e i rappresentanti degli Enti locali su cosa sta succedendo, qual è la vera posta in gioco, i rischi democratici e regolatori che si corrono con il sostegno a operazioni così poco trasparenti. Svolgiamo ricerche indipendenti e un monitoraggio quotidiano del funzionamento di questi trattati così rischiosi di cui diamo conto sul sito www.stop-ttip-italia.net. E poi cerchiamo, collegando sindacati a imprese, ambientalisti a consumatori, media a persone comuni, di tracciare insieme, anche a livello europeo e in dialogo con le realtà canadesi che hanno le nostre stesse preoccupazioni, una linea di equilibrio tra i legittimi interessi privati e il bene pubblico, avanzando proposte costruttive per permettere alle nostre imprese di competere in qualità in un mercato più giusto per tutti, e ai cittadini di vedere i propri diritti rispettati e difesi».

Cosa possono fare i consumatori per difendersi, nel caso in cui continuasse ad essere operativo?

«Informarci e mobilitarci insieme, perché bocciare questo trattato nel Parlamento italiano è l’unica strada concreta, al momento, per riaprire a livello europeo e internazionale una messa in discussione della liberalizzazione commerciale globale che non convince più fino in fondo neppure i suoi più fervidi sostenitori. Dobbiamo lavorare per ottenere accordi che facilitino solo i prodotti e i servizi di maggiore qualità e impatto sociale e ambientale e rendano più costosi e difficili da commerciare quelli più inquinanti e realizzati con sfruttamento del lavoro e dei territori. Senza questa svolta il Green New Deal della nuova Commissione europea rimarrebbe una dichiarazione di buoni intenti senza struttura economica, e non usciremo mai dalla stagnazione economica attuale e dalla crisi». ambientale che ci minaccia. Non possiamo permettercelo, non dobbiamo permetterlo a nessuno.

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Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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