Nadia Toffa

Nadia Toffa se ne va, resta il fango degli haters

Chissà se troveranno il tempo di ritagliarsi un minuto di sana vergogna

Nadia Toffa è morta a causa del cancro. Aveva 40 anni. Chissà se i tanti haters che a suo tempo le avevano dedicato insulti accusandola di strumentalizzare la sua malattia, distribuire illusioni, spettacolarizzare la sofferenza, eccetera, troveranno il tempo di ritagliarsi qualche minuto di dignitosa vergogna. E magari capire che, alle volte, non è necessario avere un’opinione su tutto e che perlomeno non è necessario renderla nota.

Che la si apprezzi o meno come professionista, Nadia Toffa è sempre stata chiara sull’argomento delle cure mediche, tant’è che fu presa a botte dalla attrice e conduttrice tv 58enne Eleonora Brigliadori, da anni seguace del “metodo Hamer”, che sostiene la teoria per cui la genesi delle malattie sarebbe legata a traumi o conflitti non risolti e che di conseguenza il cancro, anziché con la chemioterapia, si curerebbe con metodi sciamanici. Sul tema Nadia Toffa realizzò un servizio per Le Iene, proprio perché, che la si apprezzi o meno come professionista, è sempre stata chiara sull’argomento. Dunque, doppiamente, le polemiche dei beoti virtuali che si chiedevano perché mai la giornalista del programma tv Le Iene fosse ricorsa alla chemioterapia per sconfiggere il cancro valgono poco meno di zero. Lo stesso caso Stamina, uno degli autogol più clamorosi di Le Iene, fu seguito dal suo collega, Carlo Goria, non da lei. Dei tanti servizi della giornalista è il caso ricordare l’inchiesta sull’Ilva, quando il caso Ilva era ancora una questione rimandabile per il Governo. Oltre all’impegno giornalistico, Nadia Toffa organizzò una raccolta fondi per assumere due oncologi pediatri al Moscati di Taranto, permettendo la raccolta record di 400mila euro. Molti tarantini, per molti anni a venire, le dedicheranno un “grazie”. 

In Italia, si sa, “l’importante è la salute”. La salute è mitizzata, oggetto di scaramanzia, ambizione, cura, attenzione spasmodica. Nadia Toffa ebbe l’ardire di definire la malattia che oggi l’ha uccisa “un dono”.

Questo termine scatenò l’ira di tutti quelli che invece ritengono, a ragione, la malattia una immensa sfortuna e un bagno di dolore. Questo perché affidare allo strumento dei social un concetto così complesso intorno alla malattia è estremamente difficile. Facebook è un luogo troppo piccolo, totalmente inadatto a contenere la grandezza del dolore, quale che sia. Il “dono”, come ebbe a specificare in seguito Nadia Toffa, era la metafora per definire la visione del mondo che cambia quando una persona sa che probabilmente, come poi è accaduto, presto lo abbandonerà. Stoicismo, memento mori, la tradizione della filosofia e della letteratura occidentale è piena di definizioni del “dono” a cui alludeva Nadia Toffa. La fecero a pezzi. Che sia morta è una tragedia, fra le tante che accadono nell’anonimato. Che fosse libera di parlare della sua malattia nei termini che voleva è un dato di fatto. Che si potesse formulare un giudizio, anche negativo, sulle sue esternazioni, è altrettanto un dato di fatto, mettere i malati nella categoria dei paria ingiudicabili significa isolarli, trattarli da soggetti menomati, precludere loro il dialogo. Che si riesca a tenere per sé, qualche volta, un giudizio, sarebbe un fatto straordinario. Che le centinaia di haters che hanno continuato a perseguitarla fino a oggi siano il frutto del decadimento morale del Paese, invece, è un fatto. Avvilente.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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