Negli Usa piove plastica

L’Europa non sta meglio e la situazione è peggiorata con la pandemia

Negli Stati Uniti ogni anno piovono dal cielo mescolati con la pioggia i residui di una quantità variabile di plastica, che può andare tra le 120 e le 300 milioni di bottiglie di plastica degradata: dato che riguarda solo il sud ovest del Paese, ovvero circa il 6% della superficie totale degli Stati Uniti. Il calcolo deriva da un’indagine pubblicata dalla rivista Science e ripresa dal World Economic Forum. I ricercatori hanno trovato plastiche in ogni singolo campione d’acqua piovana raccolto nel corso di 14 mesi in 11 punti diversi e tutti isolati o non abitati degli Usa. Si stima che si tratti di un milione di tonnellate l’anno. Derivano dalla plastica abbandonata in natura, che degradandosi si fa piccolissima e si disperde nell’aria, piovendoci addosso o entrando nei nostri polmoni con la respirazione. Secondo questa indagine, la plastica negli oceani triplicherà entro il 2040, anche per via dell’abbandono di mascherine e guanti usa e getta.

Vestiti sintetici

La maggior parte deriva dal lavaggio e dallo sfregamento di indumenti in fibra sintetica, il resto dalle plastiche abbandonate nell’ambiente ogni anno. Adesso, la situazione è peggiorata a casa della pandemia di coronavirus. Le materie plastiche monouso, tra cui maschere chirurgiche e bicchieri di plastica, sono state fondamentali per supportare la società durante covid-19: ma ora si trovano dappertutto, dai fondali marini alle vette delle alpi.

Fin nei nostri intestini

Dicevamo che la maggior parte delle plastiche trovate nella pioggia derivano dai tessuti che scegliamo di indossare. Sebbene identificate, molte altre particelle non sono state identificate perché troppo piccole, ascrivibili all’ordine delle nano pastiche, e questo lascia pensare che la conta delle quantità diffuse nell’ambiente sia estremamente più alta. Del resto la plastica si trova ovunque, e lo sappiamo: dalle isolate Galapagos ai fondali del circolo della Marianne all’intestino di noi esseri umani, come ha rilevato un’indagine condotta in Giappone e in Europa dall’Unione europea di Gastroenterologia. Dati sulla pioggia di plastica, simili a quelli americani, sono emersi anche in Europa, secondo uno studio francese pubblicato lo scorso anno.

I rischi associati: saranno i nuovi vettori di malattie?

Il rischio più temuto è che le microplastiche e le nanoplastiche possano fare da vettori di batteri e virus all’interno del nostro corpo, come pure rilasciare essi stessi elementi chimici tossici. Al momento purtroppo non esiste un metodo efficace per liberarci da questo nemico, che noi stessi abbiamo diffuso nel nostro habitat.

Una situazione in peggioramento

La diffusione delle plastiche è in continua crescita: si stima che dagli attuali 260 milioni di passerà a 460 milioni di tonnellate abbandonate in discariche o comunque da smaltire in qualche modo, entro il 2030.

C’è da sottolineare che le materie plastiche e il loro smaltimento sono ancora un grave problema globale, nel senso che in molti Paesi, specialmente in l’Asia, non hanno alcun sistema di ritiro e smaltimento dei rifiuti, che vengono gettati direttamente nei corsi d’acqua, dispersi nei campi o dati alle fiamme.

Il lockdown ha aumentato i delivery

L’Istituto per l’Ambiente della Thailandia ha riferito che i rifiuti di plastica sono aumentati durante il Covid-19, a causa delle impennate nelle consegne di cibo a casa e nel Paese la gestione dei rifiuti è estremamente sotto sviluppata. IL consumo di packaging ha comunque avuto un boom in tutto il mondo, anche per quanto riguarda generi alimentari che non ti aspettavi, come il cioccolato (+260% le consegne durante il lockdown). I sondaggi suggeriscono che queste nuove abitudini sono piaciute agli italiani, e la tendenza in crescita si sta mantenendo, non solo per il cibo, ma per tutte le consegne a domicilio: così comode e così profondamente antisociali, anche in tema di sostenibilità.

Cosa c’è da fare

I governi devono assicurarsi che i sistemi di gestione dei rifiuti siano ben supportati per gestire i rifiuti di plastica attuali e futuri. Non si può negare che la plastica monouso sia stata un vero toccasana nella lotta contro Covid-19, indispensabile almeno per gli operatori sanitari di prima linea. Ha inoltre facilitato l’adesione alle norme di distanziamento sociale, consentendo la consegna a domicilio di beni di base, in particolare alimentari. E certamente potrebbe aver contribuito a frenare la trasmissione del virus.

Ma immagini ormai ampiamente diffuse di sacchi di plastica colmi di rifiuti sanitari che si accumulano fuori dagli ospedali o dispositivi di protezione individuale che galleggiano nelle acque costiere o sostano nelle spiagge del mondo, mostrano ancora una volta il lato oscuro della plastica monouso. Se non stiamo attenti, il pensiero a breve termine durante la pandemia potrebbe portare a una calamità ambientale e di salute pubblica ancora maggiore in futuro. Le mascherine chirurgiche, poi, sono in polipropilene, un materiale particolarmente resistente, e ognuno di noi avrà certamente notato la loro diffusione nell’ambiente, a ogni latitudine.

Quello che possiamo fare in definitiva è ridurre il consumo di plastiche e riciclare il più possibile, e scegliere abiti in fibre naturali (leggi qui quali sono). Ma possiamo anche adoperarci per eliminare la plastica che troviamo in natura quando siamo in spiaggia o in montagna o comunque in posti naturali dove altrimenti difficilmente verrà raccolta.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei.

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Michela Dell'Amico

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