Avete mai sentito parlare di stress termico? A causa sua si stima una perdita di 80 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019

Nel 2030 si perderanno 80 milioni di posti di lavoro a causa dello stress termico

L’allarme dell’OIL, l’Agenzia delle Nazioni Unite responsabile di monitorare il lavoro nel mondo

Entro il 2030 lo stress termico (cioè una situazione di lavoro in condizioni climatiche dannose per la salute) causerà perdite di produttività a livello globale pari a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, per un danno economico di 2.400 miliardi di dollari.

A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto di OIL, l’organismo internazionale voluto dalle Nazioni Unite responsabile dell’adozione e dell’attuazione delle norme internazionali del lavoro. Attraverso i suoi 158 Stati membri l’OIL si prefigge di tutelare e promuovere «il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne».

Sulla base delle previsioni climatiche più ottimiste (che danno un innalzamento di 1,5°C della temperatura globale entro la fine del 2000, altre parlano di +2°C) si stima che nel mondo, entro il 2030, andrà perso circa il 2,2% del totale delle ore di lavoro a causa di temperature più elevate.

Si tratta di un rapporto basato su dati climatici, fisiologici e occupazionali, che rispetto alla perdita di produttività attuali e future previste su scala nazionale, regionale e globale ha applicato stime a dir poco conservative, perché oltre a postulare un aumento stabile delle temperature, presuppongono che i lavori più colpiti dallo stress termico – quelli in ambito edile e agricolo – verranno svolti all’ombra. Un postulato che in Italia sembra piuttosto un auspicio, considerato che pochi, pochissimi operai, agricoli e non, godono di condizioni che li preservano dall’esposizione prolungata al sole e agli agenti esterni. Per prenderne coscienza basta farsi un giro in autostrada, nelle città e nelle campagne, da nord a sud, soprattutto d’estate.

Più stress termico per tutti ma distribuito in maniera ineguale. A subire maggiormente i danni dello stress termico sarà il settore dell’agricoltura, dove attualmente lavorano circa 940 milioni di persone in tutto il mondo. Nel 2030 è possibile che il 60% delle ore di lavoro nei campi andrà perso, soprattutto nelle zone più povere e fra le lavoratrici. Lo ha sottolineato Catherine Saget, Capo Unità del Dipartimento di Ricerca dell’OIL nonché principale autrice del rapporto:

«L’impatto dello stress termico sarà distribuito in modo ineguale in tutto il mondo. Si prevede che le regioni che perderanno il maggior numero di ore di lavoro saranno l’Asia meridionale e l’Africa occidentale, dove circa il 5 per cento delle ore lavorative andranno perse nel 2030, corrispondenti rispettivamente a circa 43 milioni e 9 milioni di posti di lavoro».

Sarà nelle zone rurali – soggette ai tassi di povertà lavorativa più elevati, occupazione particolarmente vulnerabile e legata all’agricoltura di sussistenza a manovalanza femminile – che i divari sociali ed economici potranno assumere dimensioni tali da aumentare i flussi migratori di lavoratori economici che abbandonano la terra per cercare prospettive migliori nelle città, dove, comunque, il settore edile subirà una diminuzione di circa il 19% delle ore di lavoro.

Altri settori particolarmente a rischio sono beni e servizi ambientali, raccolta rifiuti, emergenza, lavori di riparazione, trasporti, turismo, sport e alcuni segmenti del settore industriale. I problemi legati dallo stress termico richiedono misure tempestive da inserire in un programma di tutela che tenga conto a livello globale anche delle altre conseguenze legate al surriscaldamento globale: «Lo stress termico è una conseguenza seria dei cambiamenti climatici, che si aggiunge ad altri impatti negativi come il cambiamento dei modelli di pioggia, l’innalzamento del livello del mare e la perdita di biodiversità» ha aggiunto Catherine Saget, che ha ribadito l’impegno delle Nazioni Unite, che hanno posto il tema al centro della Agenda 2030.

Dopo la globalizzazione, il neoliberismo sfrenato e il riscaldamento globale, il problema dello stress termico potrebbe fornire ulteriori motivi per disuguaglianze sociali e flussi migratori. Come scongiurare le previsioni di qui a 10 anni se addirittura in Italia al sud i braccianti muoiono letteralmente di fatica senza che il caporale fornisca loro talvolta nemmeno l’acqua e al nord gli operai si infortunano perché le imprese non adottano misure di sicurezza?

Immagine di copertina: Armando Tondo

Stela Xhunga

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