Nello sport uno non vale uno

La lezione della finale di Wimbledon vinta da Djokovic contro Federer

Si possono vincere più punti dell’avversario e si può perdere la partita. Succede spesso, non solo a tennis. È successo domenica a Wimbledon a Roger Federer che al termine della finale più lunga delle storia del torneo, con il primo e insolito tie-break giocato sul 12-12 del quinto set, si è arreso a Novak Djokovic.

Tre tie-break si sono giocati e tre tie-break ha vinto Djokovic. Senza nemmeno tante storie. Federer ha vinto il secondo e il quarto set rispettivamente 6-1 e 6-4. E nel quinto e decisivo set ha avuto anche due match-point sul proprio turno di battuta e non li ha capitalizzati. Sembra assurdo ma quello che viene unanimemente considerato il tennista più forte della storia, ha giocato male i momento più importanti della finale di Wimbledon.

In barba al principio stabilito dal povero Roberto Casaleggio, nello sport uno non vale uno. In realtà potremmo affrontare il discorso anche inerpicandoci lungo i sentieri della politica ma non ci sembra il caso. Nello sport certamente non è così. E non soltanto nel tennis. Ci sono momenti che sono più importanti di altri. Si può sbagliare un rigore in una partita, lascerà certamente di più il segno lo stesso ai rigori di una finale che sia Mondiale o di Champions.

Lo straordinario fascino dello sport è la sua intrinseca similitudine con la vita. Non tutti i momenti sono uguali. Non tutti gli attimi della nostra giornata rivestono la stessa importanza.

Ci sono momenti in cui si è chiamati a offrire il meglio di sé per affrontare situazioni nuove che ci spingono ad andare oltre i nostri limiti. È questo lo sport. Il fuoriclasse, il più forte è colui il quale riesce a offrire la prestazione più esaltante nei momenti chiave dell’incontro. E può capitare che un signore della racchetta come Roger Federer giochi con apparente superficialità i due punti più importanti del suo Wimbledon. Com’è capitato a lui nel quinto set in occasione dei due match-point. È raro, molto raro, che non vinca il più il più forte. È il motivo per cui i grandi campioni quasi sempre accettano il verdetto del campo. Sono in grado, sia pure con grande dolore e spesso a denti stretti o dopo qualche tempo, di riconoscere la superiorità dell’avversario e i propri limiti. Di avere più o meno costantemente la radiografia di sé stessi, per poi sapere dove intervenire se si ha ancora la forza di farlo. 

La conta numerica, nello sport come nella vita, serve a ben poco. Puoi vincere mille gare e arrivare alle Olimpiadi e fartela addosso. C’è un giorno che è più importante di altri. E in genere il fuoriclasse è colui il quale quel determinato giorno lo sente arrivare. Ha una sveglia fisiologica. Poi c’è la sconfitta che tocca anche ai fuoriclasse e va guardata in faccia. Questo è il fascino dello sport: la perenne spinta ad andare oltre i propri limiti, agonistici e mentali. Altrimenti si resta indietro. 

Immagine di Armando Tondo

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

Massimiliano Gallo

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Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.