Non ci possiamo permettere la povertà

Dare fiducia per riceverne: credi nell’umanità?

L’altra sera a Presa Diretta, il programma di Riccardo Iacona, si parlava di reddito di cittadinanza, o meglio: di reddito di base, addirittura di reddito universale.

Vi risparmio tutte le criticità evidenziate in studio sul modello proposto in Italia di quello che chiamiamo “reddito di cittadinanza”, vi risparmio i numeri e le statistiche Istat su quanti sono gli aventi diritto al contributo e chi no.

E nessuno metteva in dubbio che comunque si tratta di un primo passo importante per aiutare chi si trova in gravi difficoltà.

Ciò detto, il servizio di Iacona andava oltre. La domanda che si è posta è stata, in soldoni: non staremo “semplicemente” sbagliando il punto di vista? Mettere insieme povertà e lavoro non è un po’ come cercare di sommare “cazzi con equinozi”? (un encomio solenne a chi ci saprà dire da dove è tratta questa citazione…)

Per cercare di dare una risposta nel programma sono state intervistati due studiosi.

Il primo è Eldar Shafir, professore di psicologia alla Princeton University, autore con il professore di Economia ad Harvard, Sendhil Millainathan  di una innovativa teoria sulla Scarsità

“Abbiamo fatto alcuni studi che dimostrano che le persone povere” dice Shafir all’intervistatrice di Presa Diretta “Quando non pensano alla povertà hanno le stesse prestazioni dei ricchi ma quando iniziano a preoccuparsi dei problemi legati alla povertà le loro prestazioni peggiorano e hanno meno successo nei test dell’attenzione, dell’intelligenza perché le loro menti sono troppo occupate”.

Monsieur Lapalisse, penserete voi, e avete pure ragione ma a ben riflettere la questione è molto interessante anche perché sposta il punto di vista: si è meno brillanti perché si è poveri o si è poveri perché si è meno brillanti?

Shafir a prova di quanto dice racconta di un esperimento condotto in India in un villaggio dove si raccoglie la canna da zucchero. La raccolta dà al villaggio il 70% del reddito annuale ma questi soldi non bastano a sostenere gli abitanti per tutto l’anno.

Quindi subito dopo il raccolto le persone sono ricche, senza preoccupazioni per poi mano a mano che passa il tempo diventano sempre più povere.
A questi agricoltori sono stati fatti dei test cognitivi prima e dopo il raccolto e i dati sono sorprendenti. Lo stesso contadino aveva nei momenti di agiatezza un QI più alto di circa 10 punti rispetto al periodo in cui era povero. In pratica, afferma Shafir: “Quando hai la mente occupata dal problema dei soldi diventi molto meno capace di svolgere altri compiti”. La teoria della scarsità in pratica afferma che se una risorsa è scarsa, se c’è qualcosa che ti manca, quella cosa ti occuperà la mente a tal punto che trascurerai tutto il resto.

Lo studio di Shafir è la base del lavoro di Rutger Bregman, storico olandese autore del libro Utopia per realisti, una raccolta di soluzioni per combattere la povertà basata sull’analisi di molti esperimenti scientifici.

Questo mese Bregman è stato invitato a parlare al World Economic Forum ed è lì che la giornalista di Presa Diretta lo ha intervistato. La prima frase dello storico è un capolavoro: “La povertà non è assenza di carattere, la povertà è assenza di denaro e come si cura la mancanza di denaro? Con il denaro”. Eh già.

“Si elimina dando a tutti una piccola base monetaria che sia sufficiente per vivere” continua “sufficiente per pagare il cibo, avere un tetto e dei vestiti. E’ davvero la base da cui partire. Un’idea semplice e rivoluzionaria.”

“Non pensa che questo renda pigre le persone?” chiede la giornalista immaginando avvicinarsi il fantomatico divano.

“Questa è l’obiezione più comune che si fa al reddito di base. Siamo molto pessimisti nei confronti delle altre persone. E’ il motivo per cui dobbiamo analizzare le prove scientifiche”.

E Bregman racconta di un esperimento fatto in Canada negli anni 70 veramente illuminante: nel 1974 alcuni ricercatori decisero di organizzare a Dauphin un grande test sul reddito di base. Per quattro anni ogni cittadino povero riceveva il reddito di base e sì eliminò completamente la povertà. Era un reddito assolutamente incondizionato. A seguire l’esperimento si erano trasferiti a Dauphin sociologi, economisti e antropologi.

“Dopo 4 anni” continua Bregman “con il nuovo governo l’esperimento fu cancellato”.

Erano stati raccolti milioni di dati e per 25 anni nessuno ha avuto modo di elaborarli. Erano stati dimenticati n un archivio chiusi in 2000 scatole.

Fino a quando qualche anno fa una professoressa canadese, Evelyn Forget, recuperò il materiale e si mise a studiarlo scoprendo che era stato un successo sotto molti punti di vista.

Forget scoprì che:

  • Il totale delle ore lavorate per i maschi adulti era praticamente rimasto stabile
  • Era diminuito per i giovani ma semplicemente perché studiavano di più
  • I ricoveri ospedalieri erano calati dell’8,5%
  • Ci fu un leggero calo della criminalità

Le persone non smisero di lavorare, trovarono il modo di fare tante cose utili: volontariato, assistenza a bimbi e anziani, iniziative varie per la comunità.

Altri esperimenti in altre parti del mondo hanno dato gli stessi risultati: il risparmio era maggiore del costo del reddito di base. La povertà è enormemente costosa.

Criminalità, costi giudiziari e della polizia, sostegno ai bimbi che non vanno bene a scuola… non ci possiamo permettere la povertà.

E arriviamo, finalmente, al punto: il reddito di base è incondizionato per definizione afferma Bregman.

E qui lo storico olandese fa un esempio straordinario: “Avete presente il detto che dice: non regalare il pesce ma insegna a pescare? Magari a quell’uomo il pesce nemmeno piace, magari è vegetariano, magari non c’è pesce. E’ così arrogante pensare di sapere cosa è giusto per un uomo. Pensare di sapere che vuole del pesce. Non lo puoi sapere quindi quello che devi fare è dargli dei soldi. Se ha soldi può decidere da solo cosa farne. E questo significa davvero dargli un’opportunità. L’essere umano è creativo. Se gli diamo i giusti mezzi per fare qualcosa nella vita farà qualcosa di straordinario”.

E il tutto va ragionato a lungo termine, perché è quello che conta: il  lungo termine.

Questo è il principio fondamentale del reddito di base: credi nell’umanità o no?

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Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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