Non sei solo, Patrick George Zaky

Nessuno tocchi Caino, che si tratti di uno studente come Patrick George, o di un carcerato

Patrick George Zaky, 27 anni, è iscritto all’università di Bologna, studia farmacia, ma la sua passione sono la politica e i diritti umani. Ricercatore per l’ong Egyptian initiative for personal rights, da tempo si occupa dei diritti della minoranza cristiana, della comunità Lgbtqi, delle donne e in generale della libertà di espressione in Egitto. Aveva creduto nel rinnovamento durante le primavere arabe, era sceso in strada contro il regime di Hosni Mubarak. Poi, quando a Mubarak successe Mohamed Mordi, leader della Fratellanza musulmana, è sceso ancora in piazza. Seppur eletto democraticamente, Mordi stava assumendo i tratti del dittatore, e a Patrick questo non piaceva.

Per Shaimaa Sabbagh, poetessa

L’anno dopo l’elezione di Mordi, arrivò al potere al Sisi, che fece arrestare Mordi. Nella piazza di Rabaa al Adawya, l’esercito militare massacrò circa 2.000 persone che si opponevano al golpe del mese precedente di Al-Sisi. Quattromila persone rimasero ferite. Persone reali, con una sola vita a disposizione, come tutti. Con viscere, vene, peluria, mal di denti, odori, malinconie, e tutto. «Il peggiore omicidio di massa della storia moderna dell’Egitto», così Human Rights Watch definì la repressione di Al-Sisi contro i suoi concittadini. Dissidenti per lo più pacifici, che ciclicamente hanno protestato con tutt’al più un megafono in mano. Come Shaimaa Sabbagh, poetessa, socialista, attivista, uccisa dalla polizia con tre colpi di pistola il 24 gennaio 2015. Aveva 33 anni e un figlio di 5. 

Tutto ciò non piaceva a Patrick George Zaky, e ora la sta pagando cara

Venerdì 7 febbraio, alle 4 del mattino, la Sicurezza di Stato egiziana lo ha sequestrato al suo arrivo all’aeroporto del Cairo. Cristiano copto originario di una provincia del Delta, Patrick era rientrato in Egitto per una breve vacanza con la famiglia. Scomparso per circa 24 ore, durante le quali è stato torturato anche con l’elettroshock, come riferiscono i legali, Patrick è stato prima trasferito in una struttura degli agenti segreti del Cairo, poi mandato nella procura di Mansoura ovest, la sua città di origine, dove è stato iscritto nel fascicolo di inchiesta n. 7245. Lì lo hanno infine raggiunto gli avvocati. 

Nei suoi confronti è stata convalidata una custodia cautelare per 15 giorni, al termine dei quali, ci sarà una prima ordinanza e quindi  un’udienza per decidere se rinviare a giudizio  lo studente, se “prorogare di altri 15 giorni” la detenzione per supplemento di indagini o “nel caso più favorevole se disporre il rilascio”. Contro di lui pendono gli stessi pesanti capi d’accusa con cui lo Stato egiziano blocca i dissidenti, accusandoli di terrorismo.

Chi è terrorista?

Chi è accusato di pubblicare notizie false che possono “disturbare la pace sociale”. Chi è sospettato di ordire proteste che hanno l’obiettivo di “denigrare le autorità” e “disturbare pace e sicurezza”. Chi, si ritiene, promuova il rovesciamento del regime di Al-Sisi

“Ci siamo conosciuti nel 2008 – racconta un amico, Abdelwahab, al giornale AdnKronos – ed eravamo lì assieme anche per la rivoluzione egiziana del 2011. Come attivista, Patrick si è sempre battuto per i diritti, per chi è stato imprigionato ingiustamente, persone che troppo spesso vengono trattate solo come numeri”.

Abdelwahab ha lanciato su Change.org una petizione

Per chiedere al governo egiziano il rilascio di Zaky, petizione che ha superato in poche ore le 1.300 firme. “Patrick è uno dei più sinceri attivisti per i diritti umani in Egitto – ricorda l’amico – È sempre stato in prima linea nella battaglia contro l’oppressione in Egitto. Dai diritti per la comunità Lgbtq a quelli per le donne, fino ai diritti per i cristiani in Egitto e a quelli dei prigionieri politici”.

Come Giulio Regeni, Patrick George Zaky sembra insomma quel che si dice una “persona buona”. I buoni sentimenti e le biografie personali sono però ininfluenti: Lo Stato italiano e l’Unione europea devono intervenire anche se si trattasse di rilasciare l’ultimo degli infami. Tanto l’Italia quanto l’Unione europea, che intrattengono fitte relazioni commerciali con l’Egitto, abiurano la tortura.

È tanto semplice

Lo Stato italiano non deve intervenire perché Patrick è studente, ha la faccia tonda, buona, è amato dai compagni corso all’università e si occupa dei più deboli. Così come l’intervento sulla scomparsa di Giulio Regeni avrebbe dovuto essere tempestivo, strutturato e costante negli anni anche se, come qualcuno vocifera, il ragazzo fosse davvero stato “una spia” che “metteva il muso in affari non suoi”.

Nessuno tocchi Caino

Che si tratti di un dottorando, di una poetessa, o di un carcerato: fa lo stesso. 

Sabato 8 febbraio Amnesty International ha scritto una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma esprimendo preoccupazione per la situazione e chiedendo “con fermezza” che a Zaky “vengano assicurate tutte le garanzie procedurali” e si proceda “quanto prima” con il suo rilascio. Dall’ambasciatore non è giunta nessuna risposta. 

Firma anche tu l’appello di Amnesty International a questo link: https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-patrick/

E la petizione lanciata dall’amico di Patrick su Change.org, qui: https://www.change.org/p/alma-mater-studiorum-universita-di-bologna-pressure-the-egyptian-government-to-release-the-student-patrick-george-zaki

Murales in copertina a opera dell’artista Laika, comparso a Roma, in Via Salaria, a pochi passi dall’ambasciata egiziana.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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