Nutella: la felicità in un vasetto?

Quando il marketing decide il palato

Nutella mon amour. Per lei gli altezzosi francesi si sono presi a cazzotti fra le corsie dei supermercati della catena Intermarché della Loira. Vasetti da 950 grammi scontati al 70% sono stati in grado di riportare in un lampo il fronte franco-italico ai tempi del Sacro Romano Impero a dispetto della lista di ingredienti del contenuto al loro interno, dove primeggia lo zucchero seguito dall’olio di palma

La chiamano crema di nocciole ma di nocciole è fatta solo al 13%.  L’impatto che ha sull’ambiente l’olio di palma, la pericolosità dello zucchero trattato per la salute, i dubbi mai stanati circa i conservanti, tutte cose già dette, ripetute, assimilate, tutte cose inutili. A nulla valgono le oltre 60 creme spalmabili, il cui valore commerciale, dati Nielsen relativi al 2018 alla mano, si attesta sui 363 milioni di euro con risultati notevoli in termini di qualità e genuinità, come rileva Il Fatto Alimentare.

A niente valgono gli sforzi di queste sfortunate e però volenterose creme, 1000% di nocciole se potessero, niente, l’italico palato e quello internazionale mondiale hanno deciso diversamente. 

Sic transit gloria mundi sospira la Nutella dall’alto del podio che in media assicura alla Ferrero un fatturato di 1,7 miliardi, pari a circa il 20% dei ricavi totali dell’azienda partita dal laboratorio di una pasticceria delle Langhe, in Piemonte. 

72 anni fa Pietro Ferrero vendette il suo primo panetto di Pasta Giandujot,  300 kg di nocciole, zucchero e poco cacao, ché ai tempi ne circolava poco. Il nome nasceva come omaggio alla celebre maschera di carnevale torinese e il prodotto era pensato per essere tagliato alla stregua del pane. Un prodotto dal senso domestico, dunque, fin dalla sua comparsa, ribadito poi nel 1951, quando fece il suo ingresso la Supercrema, la conserva vegetale che, a dispetto del nome altisonante, come del resto ogni cosa negli anni Cinquanta, compariva sugli scaffali in un modesto e tradizionale vasetto di vetro, al pari delle conserve della nonna. E qui si annida forse una delle malìe meglio riuscite nella storia del marketing alimentare. L’idea che la gioia possa stare in un modesto vasetto, di volta in volta rinnovato, colorato, ornato, customizzato, certo, ma pur sempre vasetto. E che il vasetto sia alla portata di chiunque, chiunque, perché poche cose sono trasversali rispetto a tutte le possibili distinzioni sociali, culturali ed economiche come quel vasetto. 

E il naufragar m’è dolce in questo vasetto canta la casalinga di Voghera, l’imprenditore, il giapponese in visita o meno in Italia.

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Stela Xhunga

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