Ospedale Cotugno di Napoli: igiene e sicurezza hanno azzerato i contagi tra medici

Intervista a Rodolfo Punzi, direttore dell’ospedale Cotugno di Napoli

Nel 2009 Salvini a Pontida, cantava con un coro di leghisti: “Napoletani colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati”.

Oggi i razzisti settentrionali rosicano perché è sotto gli occhi di tutti il disastro della sanità lombarda mentre i partenopei hanno mostrato di saper rispettare igiene e isolamento e sono quasi usciti dalla pandemia.

E mentre ci si rende conto che forse la sanità lombarda non è la migliore possibile, balza all’onore delle cronache il successo del Cotugno, dovuto non a fortuna ma a grande professionismo.

In questo ospedale, specializzato in malattie infettive e un’eccellenza mondiale ha svolto le sue ricerche il professor Giulio Filippo Tarro, più volte candidato al Premio Nobel per la Medicina.

Arrivati al Cotugno si vede innanzi tutto un lenzuolo ornato da un arcobaleno di pon pon, dipinto con una scritta: “Grazie!” la firma è quella di Ivan, 12 anni.

Poi, si viene bloccati all’ingresso dove guardie private indirizzano le persone verso due tendoni coibentati, esterni dove personale completamente coperto dalle tute anti contagio vengono sottoposti a test rapidi e si svolgono una serie di accertamenti diagnostici, grazie a tutte le apparecchiature in dotazione a queste due postazioni esterne.

Dall’ingresso ai tendoni ci sono un centinaio di metri e prima delle strutture mediche si incontra una testa di San Gennaro di colore nero, alta almeno 3 metri. Una scritta incisa nella grande targa sotto il viso del santo recita: “Gli occhi di San Gennaro”. Poco più in là una teca di vetro contiene una piccolissima Vergine Maria di stile settecentesco, coloratissima. Come dire: la scienza va bene ma ci serve anche un po’ di fortuna, o meglio l’intercessione dei Santi.

L’importanza dei dettagli

Chiedo al dottor  Punzi: Ma come mai siete così bravi?

Lui mi sorride (siamo in video conferenza e a casa sua non porta la mascherina): «Il primo punto nel protocollo operativo del Cotugno sottolinea che è fondamentale l’attenzione maniacale ai dettagli.

Non siamo bravi, siamo una struttura specializzata in epidemie, quindi abbiamo esperienza. I nostri dipendenti sono continuamente allenati a gestire malati con patologie infettive.

Il poco tempo di scarto che abbiamo avuto rispetto alla Lombardia, prima che l’epidemia arrivasse in Campania ci ha permesso di prepararci al meglio».

Nel vostro ospedale gli operatori sanitari hanno anche la possibilità di utilizzare docce disinfettanti?

«Sì, quando escono dai reparti di terapia intensiva passano sotto una doccia clorata che permette di disinfettare le tute anti contagio impedendo di portare fuori il virus

Punzi non si vanta ma un servizio della Rai fa vedere nel dettaglio come funziona il sistema di sicurezza. In una stanza dedicata avviene la vestizione: tuta, copriscarpe, cappuccio, mascherina e occhialoni maschera trasparente tipo sub.

Meglio quattro occhi che due

Il dottor Punzi chiarisce: «Il segreto credo che sia fare le procedure di vestizione e di svestizione sempre in presenza di un’altra persona, perché un’altra persona ci consente di fare più attenzione a quello che stiamo facendo».  Cioè l’essere osservati serve ad aumentare l’attenzione ed evitare distrazioni.

Infermieri e medici bardati con le tute totali sono irriconoscibili quindi hanno scritto sul petto i loro nomi.

Percorsi separati

Punzi spiega: «C’è la necessità di un’attenzione maniacale rispetto al percorso pulito e al percorso sporco. Il percorso pulito non è stato contaminato da pazienti che hanno l’infezione da coronavirus né tantomeno da operatori che sono stati in contatto con pazienti con infezione da coronavirus. Nel percorso sporco gli operatori che assistono i malati vengono in contatto con il virus. Di conseguenza i due percorsi devono essere completamente separati.»

Nelle camere dove ci sono i malati infetti si entra solo con le tute ermetiche. Ma nei corridoi ci sono operatori con protezioni solo parziali. Quindi quando il personale esce da una stanza dove c’è un malato viene disinfettato con acqua e candeggina, prima che possa camminare di nuovo lungo il corridoio, evitando così che chi non indossa tute ermetiche ma solo camici e mascherine, possa entrare in contatto con il virus.

Alla fine del percorso sporco c’è una stanza di decontaminazione, dove si viene irrorati da una doccia disinfettante. Da qui si passa a una seconda stanza dove si tolgono le protezioni. Un secondo operatore osserva da dietro un vetro il procedimento. Nella parete ci sono due fori con due guanti che arrivano ai gomiti, saldati al muro. L’operatore che sta dietro il vetro ci infila le mani e così può aiutare il collega a togliersi la tuta e soprattutto i guanti. Non puoi toglierti da solo i guanti contaminati perché rischieresti di toccarli con la mano che hai denudato.

Chiedo a Punzi: Ma anche gli altri ospedali italiani avrebbero dovuto essere preparati e avere scorte di materiali come le mascherine, protocolli per affrontare epidemie e svolgere esercitazioni per eventuali emergenze pandemiche. Da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di prepararsi. Perché la maggioranza degli ospedali non lo ha fatto?

Punzi glissa la domanda ripetendo che il Cotugno era preparato perché sono specializzati in malattie infettive. Insisto ma non ottengo nessuna risposta. Noblesse oblige.

Aumentare i tamponi

Cambio argomento: Secondo lei è necessario aumentare il numero dei tamponi?

«Sì, sarebbe importante, è l’unico modo per individuare le persone che non hanno sintomi o ne hanno pochi e individuare quindi le persone con cui sono entrate in contatto e verificare se c’è stato il contagio».

Lei pensa che sia possibile organizzare tamponi in grande quantità? Abbiamo laboratori in grado di analizzare i tamponi?

«Sì, certamente, abbiamo molti laboratori pubblici e si potrebbero coinvolgere anche strutture private».

Niente test in casa

Sarebbe utile che nelle farmacie fossero in vendita test rapidi sierologici?

«Assolutamente no! Si tratta di test che hanno un alta percentuale di errore. Farsi il test da soli a casa creerebbe ansia e non fornirebbe indicazioni utili. Questi test hanno senso per il personale ospedaliero perché permettono di verificare se gli operatori sono entrati in contatto con il virus e monitorare quindi l’efficacia dei protocolli applicati. Nei prossimi giorni tutto il personale del Cotugno farà queste analisi sierologiche.»

In pratica, i test non segnalano se la persona è contagiosa ma solo se nel passato è entrata in contatto con il covid-19, quindi non sono utili per individuare chi va isolato; il che secondo il dottor Punzi potrebbe provocare pericolose sicurezze in persone che si credono non infette dopo il test.

I malati sono solo anziani?

Avete riscontrato un numero importante di malati non anziani?

«La prima ondata era composta da persone in età avanzata. Successivamente hanno cominciato ad arrivare anche persone più giovani.

Questo è normale perché via via che l’epidemia si è diffusa anche i più giovani sono venuti in contatto più volte con il virus.

Un aspetto che ci ha sorpreso un poco è invece che le persone, diciamo così, appartenenti a fasce sociali meno abbienti sono arrivate in ospedale in numero minore di quel che si poteva pensare. Abbiamo avuto una prevalenza di pazienti appartenenti a fasce sociali benestanti, professionisti, avvocati, architetti. Probabilmente perché queste persone hanno una vita sociale più intensa, vanno al ristorante, a teatro, hanno una mobilità maggiore e quindi più occasioni di entrare in contatto con il virus».

Quando finirà?

Che previsioni si possono fare sullo sviluppo dell’epidemia? È vero che il coronavirus potrebbe mutare e diventare più pericoloso? Oppure potrebbe finire l’epidemia con l’estate?

«Penso sia improbabile che il virus diventi più aggressivo. D’altra parte non credo che l’epidemia potrà spegnersi di colpo. Arriveremo ad una diminuzione dei contagi graduale ma continueranno a esserci dei casi. Non ci sarà un momento preciso nel quale l’epidemia si spegne. Quindi dovremo continuare a mantenere le distanze e le precauzioni per limitare i contagi. Questa manifestazione polmonare è veramente diversa da tutte le altre. Non lo dico solo io lo dicono tutti i colleghi».

Fa paura?

Sì, fa paura.

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Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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