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Paire, il tennista che ha deciso di fare schifo per fregare le “bolle” e godersi la vita

“Il tennis non è la mia priorità per ora”

Il francese che ha regalato il terzo turno a Miami a Musetti, ha un piano: perde apposta, non si allena, incassa il gettone dei tornei e va in piscina. Tutto per non restare chiuso nel lockdown di Parigi.

C’è un uomo di nero vestito, estremamente barbuto, che alza le braccia al cielo anche se ha vinto l’avversario. L’altro, quello che pure saltella felice di aver vinto – perché lui ha vinto davvero – è Lorenzo Musetti. Sul campo più scalcagnato del Masters 1000 di Miami Benoit Paire – che veste in total black una shirt da bancarella, non una griffe non uno sponsor – ha appena regalato il terzo turno al giovane talento italiano, con una raffica di doppi falli, errori improbabili, palle corte senza senso, volée da quarta categoria. Senza tradire un’emozione che non fosse l’evidente urgenza di farsi una doccia, incremarsi e passare le successive ore al sole della Florida, a bordo piscina con un Moscow Mule. Facciamo due.

Al netto del risultato sportivo tricolore, di cui troverete ampia cronaca nelle ultime pagine dei quotidiani sportivi di domani, la notizia – anzi, quell’affascinante romanzo ambulante d’un francese – è Benoit Paire. Il tennista che ha deciso di fare schifo per godersi la vita. Surfando sulle regole, e la buona creanza. E di spiattellarlo in faccia a tutti, ad ogni occasione possibile. Con la sobrietà di un Kyrgios in piena crisi ormonale.

Il surrealismo del contorno introduce la perfezione di questa storia di sport impazzito per la pandemia (con tutti i prodromi del caso). Miami è uno dei principali tornei del mondo, inferiore per grado solo ai Gran Slam. Quel campo inquadrato a fatica da un grandangolo ha una striminzita tribunetta spoglia, tre panche che si reggono sui tubi Innocenti, il computer ha sostituito i giudici di linea, per cui l’arbitro, i due contendenti e qualche annoiato coach di parte italiana sono gli unici testimoni dal vivo di quello strazio di partita. A vederlo in tv, potrebbe essere un qualunque Open di Fraccazzopoli sul Mincio, con 200 euro e una mortadella per montepremi. E invece Paire è il numero 33 del mondo, ha un corposo curriculum su Wikipedia che però non traduce l’insistenza con cui ha bruciato un talento cristallino tra perturbazioni mentali e incostanza patologica. Appena un paio di settimane prima s’è fatto eliminare a Buenos Aires sputando su una riga (di questi tempi è come sparare sulla folla) mentre malediceva tre generazioni di avi dell’arbitro, per poi immortalarsi in discoteca senza mascherina a bersi i compensi del torneo.

Il suo è un copione, dichiarato a mezzo stampa senza pudore. Ha un piano, Benoit Paire: “uscire dalla bolla ogni volta che posso”. Giocare i primi turni dei migliori tornei del mondo, senza allenarsi; incassare il gettone; godersi il viaggio e la bella vita finché il Covid permette; ripartire daccapo la settimana successiva. Perché, dice, in Francia gli toccherebbe un pallosissimo lockdown. Ma scherziamo? Lui è uno che in carriera ha guadagnato 8 milioni di dollari, e non ci tocca manco la fatica di verificare perché proprio ci tiene a rinfacciarcelo, sui social. Così:

La didascalia, non fosse abbastanza chiara, dice:

“Alla fine vale la pena fare schifo”

Dal suo punto vista sì. E l’ha spiegato meglio, a Marca, appena eliminato al primo turno ad Acapulco:

Ho perso al primo turno, molto meglio. Posso uscire dalla bolla velocemente e approfittarne per arrivare qualche giorno prima a Miami. Voglio andare in spiaggia e in piscina. Il tennis non è la mia priorità per ora. L’unica cosa a cui penso è uscire dalla bolla. Questo è l’unico obiettivo che ho in ogni torneo. In campo non sono contento“.

“Per chi ama il tennis e basta, chi ha solo questo in mente e si allena 24 ore su 24, bolla o non bolla non cambia nulla, sono felici. Ma chi ama la vita, la libertà, andare al ristorante e sfruttare al meglio le cose che la vita ti offre, beh è in difficoltà. Gael (Monfils) era davvero triste in Australia”.

Paire, è vero, non è l’unico caso. Il Guardian la settimana scorsa ha dedicato un editoriale al tennis depresso. Notoriamente il più solitario di tutti gli sport, il tennis è anche per definizione transnazionale. In un momento in cui ogni viaggio si traduce in restrizioni, quarantena, differenti regole e legislazioni, i giocatori sono costretti ormai a vivere un’iperrealtà lavorativa straniante: si spostano, se riescono, ma solo per rimbalzare da una bolla ad un’altra. Camera d’hotel, pasti in camera, allenamento in un campo vuoto, partita in uno stadio vuoto. Sempre così. Un giorno della marmotta avvilita, condiviso con lo staff ridotto all’osso, quasi mai i familiari.

Ma Paire è il primo caso conclamato di bolla scoppiata, in tutti i sensi. Ha studiato il sistema, e – dal suo punto di vista deviato – l’ha battuto.

Arrivo, prendo i soldi e me ne vado al prossimo torneo: faccio il mio lavoro. La cosa sorprendente del tour in corso è che ci sono molti vantaggi se perdi. Se vinci un ATP 250, non intaschi più di 30.000 euro. Io, perdendo al primo turno, vinco 10.000 euro. Perché lottare come un matto per vincere?”.

La chiave che rende questo meccanismo realizzabile, almeno nel breve periodo, è nascosta nella perversione delle regole attuali, modificate per evitare che il calendario 2020 sconquassato dal Covid rivoluzionasse eccessivamente, e senza merito, il ranking. Paire può attualmente contare in classifica su 1173 punti, di cui 1128 conquistati prima della pandemia. E’ uno di quelli che sta maggiormente usufruendo del congelamento del ranking. In pratica può continuare a perdere in libertà, col posto nei grandi tornei garantito dalla sua classifica sospesa.

Perde, guadagna, perde, guadagna. Un ciclo continuo. Nel frattempo ha ridotto al minimo le spese: non ha allenatore, non ha preparatore atletico, viaggia da solo. Non gli servirebbero comunque, perché tanto, tra una partita di torneo e l’altra non s’allena. Non gliene frega più niente.

“Sto meglio qui che in Francia, dove sei rinchiuso in casa dalle sei di sera. Non tocco racchetta, se non direttamente in torneo. Inutile pagare qualcuno nel tour, in questo momento. Sono solo, non ho niente. Non sono allenato, non sono pronto per giocare grandi partite. È diventata questa la mia vita. Ma non è la mia vita, e non continuerò così a lungo”.

Nel frattempo fa schifo. E se la gode.

A firma di Mario Piccirillo

Pubblicato su autorizzazione de ilNapolista.it. Riproduzione riservata a il Napolista

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