Parcheggiare in seconda fila è reato? Forse sì, forse no

A fronte di un problema che i vigili evidentemente non riescono a marginalizzare, intervengono le Procure. Ma ha senso aprire un processo o avrebbe più senso razionalizzare le sanzioni?

La cosa bella di Google è notare le differenze quando fai una ricerca in italiano e poi la ripeti in inglese. Con l’espressione “parcheggio in seconda fila” nella sezione notizie si trovano articoli e riferimenti a casi di cronaca, oppure interessanti consigli su quando e come si possa aggirare il divieto. In inglese si trova invece la spiegazione, anche in forma di video tutorial, di cosa si intenda per parcheggio in doppia fila.

Questo non significa certo che all’estero il problema non esista, ma chiarisce subito la differente portata del fenomeno. In Italia il parcheggio selvaggio, compresa la doppia fila, è molto diffuso, sebbene sia estremamente pericoloso (diminuisce la visuale, restringe la carreggiata, costringe i ciclisti a spostarsi nel centro della strada…). Non è raro vedere intere strade bloccate perché un autobus, un camion o un tram non riescono a passare nella strettoia creata dai parcheggi in seconda fila. 

In genere all’estero basta far rispettare la legge per vedere il fenomeno morire o almeno avvilirsi, e in pochi Paesi oltre al nostro – ad esempio Israele – è stato necessario introdurre il reato penale di parcheggio in doppia fila. Da noi non si tratta però di una regola fissa, dipende dalla gravità del fenomeno: se il parcheggio selvaggio provoca l’interruzione di un servizio pubblico, si ricade in questo reato. È successo così che, per la prima volta, la Procura di Roma abbia contestato l’interruzione di pubblico servizio a chi aveva parcheggiato in seconda fila. Nella capitale circa mille mezzi pubblici sono bloccati ogni anno da questa prassi (dati Atac), e se i vigili non bastano ci pensano i giudici. I magistrati della Procura di Roma hanno iniziato a intervenire circa un anno fa, per contestare il reato di interruzione di pubblico servizio almeno nei casi più gravi, quelli che appunto impediscono ad esempio il passaggio di un mezzo di soccorso anche per pochi minuti, senza la possibilità di un percorso alternativo. L’interruzione di pubblico servizio è un reato per il quale il codice penale prevede da sei mesi a un anno di reclusione, e comprende anche: l’impedimento ai camion per la raccolta dei rifiuti oppure il passaggio dei mezzi pubblici.

Il risultato è stato una decina di persone già arrivate a processo di fronte al giudice monocratico (nessuno ancora giunto a sentenza). Se ne occupa il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che coordina il gruppo che indaga contro i reati di pubblica amministrazione e la cui scrivania è ormai invasa, ogni settimana, da un centinaio di segnalazioni provenienti dagli uffici dell’Atac. Arrivano poi in tribunale solo i casi più gravi, come detto: ad esempio l’auto che il 4 marzo ha bloccato per tre ore il tram a Centocelle, o quella che il 28 febbraio ha impedito la circolazione nell’intero quartiere Trieste per un’ora e mezza. 

A Roma, nel 2018, i vigili hanno firmato 615mila contravvenzioni per intralcio alla circolazione, di vario ordine e grado, dall’ostruzione dei passaggi pedonali alle corsie preferenziali, dall’occupazione delle aree di carico e scarico merci agli incroci stradali e agli spazi per disabili. La metà di queste multe riguarda proprio il restringimento – o la totale ostruzione – delle strade, e leggerne la cronaca dà ancora una volta il polso della situazione: ci sono i passeggeri del bus che dopo un’ora di attesa hanno sollevato di peso l’auto che bloccava il passaggio del tram, vicino al Verano; o l’altra auto divenuta di tendenza su Instagram grazie alle numerose foto dei turisti, affascinati dalla vista, in piazza Risorgimento, di un’Audi parcheggiata sui binari della linea 19. 

È la prima volta che la disperazione porta le Procure ad agire al posto dei vigili urbani ed è possibile che l’idea prenda piede anche in altre città. Ricordiamo che, da dati ufficiali del Comune di Milano, ogni giorno ci sono 70.000 veicoli in divieto di sosta, di cui quasi 50.000 sui marciapiedi. Milano paga con oltre 50 morti e 12mila feriti all’anno la scarsa sicurezza delle sue strade.

Ma ha senso affidare alle Procure un problema che potrebbe forse risolversi meglio con l’applicazione delle regole già note? Ha senso ingolfare la già tristemente lenta giustizia italiana, quando si potrebbe prima tentare di migliorare il sistema delle sanzioni amministrative? Se difatti i vigili urbani sembrano sottodimensionati in molte città, in relazione al numero di auto circolanti, c’è un altro problema: come rileva la CGA di Mestre, sebbene le multe siano in costante aumento, diminuisce vertiginosamente la propensione a pagarle. Nel 2016, ultimo anno in cui i dati sono disponibili, appena il 39% di coloro che hanno ricevuto una multa l’ha pagata.

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente