Parlare di Africa e CFA mentre gli africani muoiono in Libia e in mare

Davvero è soltanto colpa del sistema neocoloniale francese se gli africani tentano la traversata del Mediterraneo?

Chissà se con la frase sul franco CFA, la moneta africana, Luigi di Maio volesse strizzare l’occhio ai gilet jaunes centrafricani, quelli che a fine 2018 hanno manifestato nella capitale Bangui per l’abolizione del CFA, oppure volesse semplicemente incrinare ulteriormente i già pessimi rapporti tra Italia e Francia Nel dubbio, di Maio è in buona compagnia, quasi all’unisono infatti la scorsa domenica Giorgia Meloni, ospite da Massimo Giletti, e Alessandro di Battista, in trasmissione da Fabio Fazio, hanno sventolato banconote CFA con fare grave e accusatorio. Colpa del CFA e del sistema neocoloniale francese se gli africani tentano la traversata del Mediterraneo e ci muoiono affogati. Meloni, di Battista, Salvini e di Maio hanno scoperto il colonialismo francese, il passaggio successivo sarà accorgersi che proprio negli stessi giorni il primo ministro etiope era in Italia. La rivoluzione copernicana a piccoli passetti.

Il franco CFA (che da principio stava per franc des colonies françaises d’Afrique) è stato introdotto il giorno di Natale 1945 dal generale De Gaulle ed è rimasto in vigore anche dopo l’indipendenza delle colonie. Oggi, tramite la banca centrale a Dakar, lo adottano 8 Paesi dell’Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guina-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), e insieme alla banca centrale a Yaoundè invece è utilizzato in 6 Paesi dell’Africa Centrale (Camerun, Repubblica centrafricana, Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad). I Paesi dell’Africa Occidetale  stanno registrando tassi di crescita tra il 3% e il 5% da anni, costantemente,quelli della parte centrale stanno riscontrando più difficoltà. Nel mentre, il Sudan è in rivolta dallo scorso 19 dicembre scorso, tutto è iniziato con l’aumento del prezzo del pane. In Zimbabwe si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante. Sudan e Zimbabwe hanno l’economia in ginocchio. Non usano il CFA.

Entro il 2020 i capi di Stato della CEDEAO (comunità economica dell’Africa occidentale) vorrebbero raggiungere un punto comune e trovare il nome  e il simbolo della nuova moneta unica che dovrebbe sostituire il franco CFA, a sua volta simbolo di un’Africa colonizzata e depredata delle sue risorse dall’Europa e principalmente dalla Francia, che in Africa, quanto a colonialismo, insieme al Belgio si è data un gran da fare.

Basta demagogia anti-francese”, aveva detto rivolgendosi ai leader africani il Presidente Macron lo scorso luglio 2017 durante il vertice G5 Sahel di Bamako, in Mali:

Se non si è felici nella “zona franco”, la si lascia e si crea la propria moneta come hanno fatto in Mauritania e in Madagascar. Se invece si rimane, bisogna smetterla con le dichiarazioni demagogiche, che fanno del franco CFA il capro espiatorio dei vostri fallimenti politici ed economici, e della Francia la fonte dei vostri problemi.

Al solito, delicatissimo. Su una cosa ha però ragione, la demagogia che ormai spopola sulle bocche dei sovranisti, e di chi, anziché preoccuparsi e capire cose più semplici, come ad esempio che lo spread non è un aperitivo, si fa prendere la mano dall’esotismo e semplifica la questione africana con l’equazione CFA= sbarchi, risolvendo così la seccante responsabilità nei confronti dei morti in mare.

Il primo Paese africano ad avere adottato il franco CFA è stato la Costa d’Avorio, che però è soltanto ottavo nella lista dei Paesi di origine da cui arrivano più migranti in Italia. In tutto il 2018 le persone in Italia che provengono dai Paesi africani che adottano il CFA sono state meno di 2.000. A dirlo è l’elenco stilato dal ministro dell’Interno italiano e aggiornato a dicembre 2018, non il sito di una ONLUS terzomondista.

“La nave Sierra Leone” ha twittato il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, scambiando uno Stato per una nave, “sotto coordinamento libico, sta iniziando a prendere a bordo i 100 #migranti dal gommone”. Persone ridotte ad hashtag. “Tutto si svolge secondo le convenzioni internazionali, i naufraghi andranno a Tripoli”. Notevole variatio stilistica, stavolta “naufraghi”, tutto, pur di non chiamarle persone. “Seguo con attenzione, nella speranza che l’operazione si concluda senza problemi”.

Tutto non si sta affatto svolgendo secondo le convenzioni internazionali, dal momento che in Libia non c’è nessun porto sicuro, e alle persone “salvate” su indicazione della Guardia Costiera libica dal mercantile che batte bandiera della Sierra Leone è stato detto che sarebbero state portate in Italia, non rimandate in Libia, nel posto dal quale erano fuggite per sfuggire alla detenzione illegale e abominevole a cui sono costrette.

Di internazionale per ora c’è soltanto la vergogna. Di convenzionale, l’ostinazione con la quale si cerca di eluderla.  Per chi volesse distrarsi un attimo dalla boria, questa sì, ultra-colonialista, di credere di sapere cosa sia meglio per l’economia degli Stati africani e conoscere l’esito del “salvataggio” delle persone a bordo del mercantile Lady Sham, qui gli aggiornamenti di Alarm Phone, l’associazione umanitaria che raccoglie gli S.O.S. dei naufraghi nel Mediterraneo.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

commenta