Intervista a Giorgio Vacchiano, ricercatore in scienze forestali all'Università di Milano, sul patrimonio forestale italiano e mondiale e sul problema degli incendi. Disegno di Armando Tondo, aprile 2020

Parliamo di foreste e ambiente con Giorgio Vacchiano

Giorgio Vacchiano, ricercatore in scienze forestali all’Università di Milano, è uno dei massimi esperti italiani sulle foreste

Ha un punto di vista sul patrimonio forestale fortemente orientato all’ambiente, ma che è fuori dai luoghi comuni sulla questione. Ci siano fatti dire quali sono le questioni aperte circa le foreste. Nel mondo e in Italia.

Lo scorso anno abbiamo avuto incendi come quelli in Siberia e in Australia. Ora che questi fenomeni si sono fermati è possibile tracciare un bilancio?

«Il biennio 2017-2019 è stato senz’altro un biennio fuori dall’ordinario per quanto riguarda i fenomeno degli incendi boschivi nel mondo. Abbiamo cominciato in Italia con una delle annate più gravi, è bruciato il 60% in più rispetto alla media. Poi è stato il turno del Portogallo e della Grecia, con una serie di grandi incendi che hanno fatto, purtroppo, molte vittime. A seguire abbiamo avuto la California e nel 2019 l’Amazzonia, la Siberia, l’Indonesia e l’Australia. Una sequenza tale che ora si sta utilizzando il termine “Pirocene” come un’evoluzione dell’Antropocene, ossia di una società caratterizzata dalla combustione, sia di boschi e foreste, che di combustibili fossili. Tutti gli episodi che ho citato hanno una genesi abbastanza omogenea, tranne gli incendi amazzonici per i quali, attraverso dati satellitari e ricerche sul campo, si è verificato che sono dovuti quasi esclusivamente alla deforestazione per fare posto ai campi coltivati o ai pascoli. Il fenomeno dell’Amazzonia, quindi, c’entra poco con i cambiamenti climatici, se non per l’aumento di concentrazione di CO2 nell’atmosfera dovuto alla combustione degli alberi. Per tutti gli altri fenomeni, invece, i cambiamenti climatici c’entrano eccome, visto che inducono un aumento della siccità sia in frequenza sia in intensità, ossia la vegetazione secca più facilmente su territori più ampi e ciò la rende più combustibile, quindi più disponibile a bruciare nel momento in cui una scintilla viene innescata. Nel nostro settore diciamo che ci importa relativamente poco di ciò che innesca le fiamme. Quello che causa i maggiori danni, sia agli ecosistemi, sia agli esseri umani non è l’innesco ma è la propagazione delle fiamme. Se una fiamma viene innescata ma la vegetazione non è disponibile a bruciare l’incendio finisce subito e causa pochi danni. I cambiamenti climatici modificano in peggio questo equilibrio. E l’indice di ciò sono gli incendi australiani. È stato calcolato che nel 2019 è stato interessato al fenomeno quasi il 20 per cento delle foreste di quel continente che è un numero senza precedenti in Australia. Sicuramente dall’arrivo degli inglesi non si sono mai verificate annate di fuoco così intense e in nessun continente è mai stata raggiunta una cifra così alta, almeno a memoria d’uomo. Con i dati che abbiamo a disposizione possiamo dire che tutto ciò è il risultato della siccità estrema degli ultimi due anni, per la quale i cambiamenti climatici causati dall’uomo hanno una grande responsabilità. E la vegetazione che pur si è adattata al passaggio periodico del fuoco potrebbe essere non più adatta a incendi dalle nuove caratteristiche come estensioni più grandi del solito, velocità più rapide, intensità e temperature superiori a quelle che vengono raggiunte normalmente.»

Esistono altri motivi di origine antropica che possono favorire questo fenomeno?

«Se parliamo dell’Australia in realtà c’è stata abbastanza confusione, anche in alcuni mezzi di informazione. Prima si è parlato di accensioni volontarie, poi no. Certo è difficile avere subito queste informazioni perché ci sono anche delle indagini che devono essere svolte e quindi bisogna aspettare. L’Australia ha avuto incendi in zone molto remote dove è più probabile che si siano innescati per cause naturali come i fulmini secchi. Discorso diverso per le aree dell’Europa mediterranea e la California dove il 90-95% delle accensioni è opera dell’uomo, non sempre volontaria come nel caso degli incendiari, ma pur sempre opera dell’uomo. In California, per esempio, un ruolo importante lo hanno i guasti alle linee elettriche e le scintille che ne derivano. Detto ciò è necessario concentrasi sulla prevenzione, ossia limitare la possibile diffusione delle fiamme. Uso spesso la metafora degli incidenti stradali. Cerchiamo di evitare che gli incidenti avvengano con una serie di leggi, norme e la sorveglianza ma dobbiamo prepararci anche a mitigarne le conseguenze e quindi abbiamo i guard-rail, gli air bag, l’Abs, i caschi obbligatori e i crash test, tutte cose che ci servono per mitigare i danni. Lo stesso atteggiamento dobbiamo avere con gli incendi.»

Di recente in Italia ci sono state polemiche circa il patrimonio boschivo che negli ultimi decenni è aumentato, ma che secondo alcuni non può essere valutato solo sul fronte quantitativo. Qual è la sua opinione?

«È necessario, per affrontare ciò, fissare dei punti di partenza e dei termini di paragone. Prima di tutto diciamo che si considera una superficie coperta da boschi se possiede più del 20% di copertura da chiome. Rispetto al 1936, anno nel quale è stata redatta la carta forestale d’Italia, la superficie forestata è aumentata di circa il 75% e aumenta al ritmo di 50mila ettari all’anno. Sono 70mila campi da calcio di nuove foreste ogni anno. Questo fenomeno è dovuto soprattutto al ritorno spontaneo della foresta nelle aree che vengono abbandonate dall’attività umana. E oltre a ciò notiamo che, per gli stessi fenomeni, anche il volume della biomassa è in aumento. Aumentano quindi di conseguenza sia lo stoccaggio di carbonio, sia l’habitat disponibile per le specie animali. Certo il livello di partenza di 150 anni fa era quello di un paese deforestato nel giro di molti secoli, però bisogna dire che lo scorso anno, per la prima volta dal medioevo, la superficie coperta dalle foreste ha superato quella agricola.»

Quindi come dobbiamo agire?

«Direi con competenza ed equilibrio. Da un lato dobbiamo evitare assolutamente ciò che sta accadendo ai tropici dove per pascoli, agricoltura o attività minerarie si disboscano oltre 13 milioni di ettari l’anno, mentre non si deve gridare alla deforestazione se si vede abbattere un albero dalle nostre parti, specialmente quando si fa una gestione di una foresta ragionata e sostenibile, assicurandosi, come facciamo in Italia, che dopo il taglio delle piante scelte, i semi o i ricacci abbiano le condizioni migliori per potersi sviluppare e diventare la nuova generazione della foresta. Esiste poi, anche una gestione finalizzata all’adattamento delle foreste. Noi chiediamo alle foreste molti servizi, come la protezione del suolo, la fornitura di acqua, la fornitura di materie prime, habitat per la ricreazione e l’assorbimento di carbonio e se tutto ciò deve continuare nel tempo nonostante fattori esterni come la crisi climatica dobbiamo agire per aiutare le foreste a superarla questa crisi».

Quindi come considera il modello di gestione forestale dei paesi del Nord Europa dove si abbatte un albero e se ne piantano altri tre?

«I paesi del Nord Europa sono facilitati dalla biodiversità estremamente bassa delle loro foreste. La biodiversità aumenta andando verso l’equatore e diminuisce verso i poli. Le foreste dei grandi paesi del Nord Europa come la Finlandia, per esempio, sono formate da due o tre specie, come il pino silvestre e la betulla. Si tratta di una gestione forestale estremamente semplificata che insiste su grandi superfici e che non può essere un modello per l’Italia che ha la più grande varietà di biodiversità arborea d’Europa, quasi 150 specie di alberi ognuna con le proprie esigenze. Oltre a ciò in Italia se scopriamo un’ampia superficie possiamo avere enormi problemi sul fronte del dissesto idrogeologico, cosa che non succede in paesi come la Finlandia. Per questi motivi in Italia è necessario che si vada verso una selvicoltura che chiamiamo naturalistica ossia che assecondi il più possibile i meccanismi naturali, anche perché lavorare in una direzione opposta a quella in cui va la natura, diventa controproducente. Per esempio se si prendono piante da altri luoghi anziché seminare quelle locali, cambiamo il patrimonio genetico della foresta, mutandone la resilienza ad avversità come i cambiamenti climatici».

In Italia a causa dei cambiamenti climatici abbiamo una temperatura media sopra i 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale con previsioni catastrofiche da parte del Cnr: 23% del territorio a rischio desertificazione entro il 2100. Che effetti avrà ciò sul patrimonio forestale?

«Si tratta dei fenomeni che stanno stressando di più le foreste e stiamo giù registrando fenomeni come la moria o il deperimento acuto, mentre quando ci sono le ondate di siccità più forti si ha invece la predisposizione per l’attacco di insetti visto che ci sono molti insetti che si nutrono di tessuti vegetali e sono favoriti dall’indebolimento degli alberi. E ciò ci preoccupa specialmente per le foreste alpine e montane visto che il riscaldamento in quelle zone è oltre i 2°C. Si tratta di fenomeni nuovi ai quali stiamo tentando di dare nuove risposte. Per esempio stiamo indagando per capire se la diminuzione della densità degli alberi possa essere d’aiuto perché quando l’acqua non è più sufficiente per tutti gli individui una delle strategie può essere quella di giocare d’anticipo e invece di lasciar morire una serie di alberi li si potrebbe eliminare dal bosco prima riequilibrandolo per la poca acqua disponibile e il vantaggio di questa strategia rispetto alla mortalità naturale e che il legno che si preleva può essere utilizzato per sostituire dei materiali più climalteranti, come nel settore dell’edilizia. E il diradamento può essere una buona strategia anche per limitare i danni del fuoco, visto che prevediamo un aumento degli incendi, nell’area mediterranea, del 40% nei prossimi anni».

Un’ultima domanda quasi obbligata visto il periodo dominato dalla crisi del virus Covid-19. Nel suo libro “Spillover” David Quammen rileva che i salti di specie dagli animali all’uomo dei virus avvengono in zone dove gli animali che fanno da vettore risiedono in foreste e che il passaggio all’uomo è dovuto nella maggior parte dei casi alla intrusione della specie umana in questi habitat. Cosa dovemmo fare?

«La biodiversità è la protagonista della seconda grande crisi del nostro tempo dopo quella climatica e purtroppo se ne parla poco. E forse è più grave di quella del clima perché il funzionamento degli ecosistemi e il loro ruolo di supporto alla vita umana dipende in modo critico dalla loro biodiversità, dalle specie che contengono. La diffusione del virus Ebola, per esempio, sembrerebbe dipendere anche dall’eccessivo sfruttamento della foresta non necessariamente dovuto alla deforestazione ma al fenomeno che noi chiamiamo di frammentazione, dovuto anche solo alla costruzione di strade allo spezzettamento in piccole porzioni di quella che prima era una foresta primaria tropicale molto estesa. Ciò fa si che una serie di animali si trovino spiazzati per la perdita del loro habitat naturale e inizino a frequentare villaggi e città sul bordo delle foreste aumentando le probabilità di contatto con gli umani e quindi anche di contagio, soprattutto nella fascia tropicale della Terra, ossia dove esistono ancora foresta intatte e di cui non conosciamo i meccanismi di equilibrio. Le foreste sono la frontiera dove dobbiamo imparare ad agire con responsabilità: ogni azione ha una conseguenza, anche se a lunga distanza nello spazio e nel tempo. È ora di imparare dagli alberi che ogni cosa è connessa, e di farsi guidare nelle nostre azioni non dal tornaconto immediato di pochi, ma dal bene comune di tutti».

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Copertina: disegno di Armando Tondo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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