Pellicce animali vietate a Los Angeles e scomparse dalle passerelle di Londra

Dopo S. Francisco, anche Los Angeles vieta il commercio delle pellicce. La moda si adegua al cambiamento, il futuro è fur-free

Lo scorso 18 settembre 2018 il City Council di Los Angeles ha approvato il divieto di commercio e di produzione di prodotti di pellicceria. A partire dal 2020 nella città di Los Angeles, che con i suoi 15.620.000 abitanti su 6.299 di kmq di estensione urbana è la quarta città più grande del mondo, sarà vietato produrre, vendere e acquistare prodotti di pellicceria.

Prima della “città degli angeli” un’altra importante metropoli aveva già detto stop al commercio di pellicce, San Francisco, dove lo scorso marzo 2018 il consiglio dei supervisori municipali ha votato all’unanimità il bando di commercializzare pellicce, che entrerà in vigore a gennaio 2019.

La svolta, oltre a rappresentare per la città che deve il proprio nome al santo protettore degli animali un curioso caso di nomen omen, si inserisce in un cambiamento etico e animal-friendly ben più grande che riguarda l’intera California dove, grazie a una norma voluta dal governatore democratico Jerry Brown, a partire dal 2019 si potranno adottare cani, gatti e conigli solo provenienti da rifugi, cliniche veterinarie e associazioni animaliste. La compravendita di questi animali allevati in negozi – spesso vere e proprie puppy mills, “fabbriche di cuccioli”-  sarà proibita per legge, pena una sanzione di 500 dollari.

Buone nuove anche dal mondo della moda

La fashion week londinese appena conclusasi è stata completamente fur-free. Nessun prodotto di pellicceria è comparso sulle passerelle di Londra per le collezioni Primavera-Estate 2019 (sembra incredibile, ma sì, non si contano i designer che negli anni hanno proposto accessori in pelliccia a ornamento di chemisier, bikini e infradito). Una svolta ecosostenibile e cruelty-free senza precedenti quella di Londra, a testimonianza di una sempre crescente attenzione da parte dei consumatori e dell’opinione pubblica, che svolgono ruoli decisivi in un mercato fluttuante come quello della moda.

“Questo risultato sottolinea una tendenza che abbiamo già testimoniato negli anni passati, con sempre più case di moda desiderose di utilizzare materiali alternativi alle pellicce”, ha fatto sapere lo Chief Executive del British Fashion Council, Caroline Rush, tramite il quotidiano The Guardian.

Del resto, come già aveva ammesso Giorgio Armani nel 2016, quando, in accordo con Fur Free Alliance, decise di eliminare dalle proprie creazioni le pellicce animali: “il progresso tecnologico raggiunto in questi anni permette di avere a disposizione valide alternative che rendono inutile il ricorso a pratiche crudeli nei confronti degli animali”.

Ed è anche a fronte dell’alta qualità offerta dai materiali alternativi che la presidente dell’organizzazione no-profit in difesa degli animali Humane Society International, Kitty Block, ha lanciato una petizione online per chiedere al marchio Prada di sostituire le pellicce vere con materiali cruelty-free, seguendo l’esempio di altri nomi internazionali della moda come Vivienne Westwood, Stella McCartney, Armani, Gucci, Versace, Burberry, Micheal Kors, Hugo Boss, Donna Karan, e altri.

Prada, che ha chiuso il 2017 con un fatturato di 3,057 miliardi di euro, in calo del 3,6% sul 2016, tramite il proprio ufficio stampa si è difeso ribadendo che vigila sui fornitori, che le pellicce rappresentano meno dello 0,1% della produzione e che queste non compaiono nell’advertising ufficiale di Prada.

Non si è fatta attendere Pamela Anderson, da anni al fianco di Peta Usa, l’organizzazione no-profit a sostegno degli animali a cui la celebre attrice ha più volte prestato voce e volto in campagne di sensibilizzazione su vari temi legati alla sostenibilità. Pamela Anderson ha scritto una lettera aperta a Miuccia Prada dove fa notare che “una riduzione ‘graduale’ non è di consolazione per gli animali” e che “la pelliccia prodotta ‘eticamente’ è paragonabile a un omicidio misericordioso: non esiste”.  In attesa di conoscere gli sviluppi della vicenda, conforta constatare che all’interno di dibattiti accesi e di lotte anche violente, dove troppo spesso i protagonisti, da ambo le parti, si autoassolvono, giustificando la propria violenza in nome di questo ideale o di quella necessità, gli esiti possono dipendere da azioni di networking e da scambi civili, ma non perciò meno testardi ed efficaci.

Intanto in Italia è in attesa di essere inserita nel calendario dei lavori delle commissioni parlamentari la proposta di legge di vietare almeno l’allevamento di animali per la produzione di pellicce, fortemente voluta dall’Onorevole Michela Brambilla di Forza Italia, ma anche dall’Onorevole Chiara Gagnarli del Movimento 5stelle e dalla Senatrice Loredana De Petris di Liberi e Uguali.

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Stela Xhunga

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