Philippe Daverio: perché c’è un gran bisogno di arte

Dopo la politicizzazione dell’arte, dopo l’estetizzazione della politica, i tempi sono bui, dunque più che maturi, perché l’arte torni a essere una festa.

Incrociarlo curioso e sorridente davanti a un’opera d’arte dava la sensazione di entrare ai Salons di Denis Diderot. A distanza di anni Passepartout rimane la trasmissione tv tra le più belle mai realizzate in Italia, e non solo rispetto alla divulgazione artistica. Milano d’ora in poi sarà meno francese, dunque meno milanese. Giù il cappello per il signor Daverio e il suo sguardo diagonale, stupito, godurioso. Tra le parole circolate ieri sui social queste forse sono le più significative, a firma di Andrea Passador:

“Il fatto che se ne sia andato proprio nei giorni in cui tutti stanno cercando di stabilire cos’è la bellezza scrivendo due righe insulse su una modella di Gucci, rappresenta un perfetto esempio di sincronicità Junghiana: non è morto solo Philippe Daverio, è morto un modo di discutere di argomenti complessi con profondità, intelligenza e ironia”.

È proprio così, con la sua dipartita non scompare solo un divulgatore popolare, nell’accezione più dignitosa del termine, scompare proprio un modo di discutere, e ancora prima di guardare alle cose. In queste ore si legge “se ne va l’ultimo divulgatore d’arte in tv”. Niente affatto. Se ne va il primo. Nessuno, prima di Daverio, era riuscito a eludere gli accademismi senza eliminare le accademie, nessuno prima di lui era riuscito a rendere il sapere pop senza deprezzarlo a cheap, nessuno, prima di lui, aveva saputo suscitare negli italiani un amore per il proprio patrimonio artistico senza scadere nel patriottismo. Europeista, cosmopolita convinto, una volta dichiarò:

Dobbiamo far capire cos’è la qualità, spiegare come si tocca un mobile di legno, mostrare qual è il fascino di un metallo ben curvato.
Dobbiamo andare in giro per il globo terrestre e insegnare agli abitanti di Hong Kong a toccare e a vivere. Occorrono però una serie di percorsi didattici e umanitari per far comprendere tutto ciò.
Questo è lo scopo dell’Italia del futuro ed è anche l’unica strada che può seguire.
Il polpastrello allenato è lo strumento che avete per vincere la competizione globale.

Avere il polpastrello allenato significa anzitutto capire che non c’è arte senza artigianato, che l’arte, il genio, passa dalle mani, che a loro volta si scambiano materiali, strumenti, linguaggi, estetiche, gusti, e che ciò che appare unico, conchiuso, e irripetibile è sempre il risultato di corrispondenze, connessioni, ibridismi insospettabili, talvolta ineffabili, eppure riconoscibili con il polpastrello, grazie a quel “je ne sais que“, come dicono i francesi.

Banksy, Teresa Margolles, Cristina Donati Meyer, Tania Bruguera, Ai Weiwei. Che cosa hanno in comune questi artisti contemporanei? L’artivismo. La parola “Artivism” viene utilizzata per la prima volta nel 1997, negli Stati Uniti, in riferimento a gruppi di artisti di origine messicana che coniugano gesto artistico e attivismo politico. Se l’attivismo è infatti una voce che rompe il silenzio degli oppressi, l’arte è la cassa di risonanza più potente che possa trovare. E se fosse l’arte stessa a rompere il silenzio degli oppressi, degli obnubilati, di chi ha “il polpastrello poco allenato”?

Dopo la politicizzazione dell’arte, dopo l’estetizzazione della politica, i tempi sono bui, dunque più che maturi, perché si restituisca all’arte quell’alone di festa che possedeva presso i popoli primitivi, quel senso di bellezza in cui il gesto artistico vale di per sé e si offre alla fruizione di tutti, come necessario e sufficiente. Festa, anche frivola all’occorrenza. Lo stesso Daverio lo era, quando gli andava. Lui che amava definirsi militante civico anziché politico, scandalizzò i salotti buoni della sinistra progressista di Milano quando decise di diventare assessore in una giunta leghista, tra i “barbari”. E però fu un ottimo assessore, capace di realizzare un sacco di cose, addirittura di risparmiare soldi pubblici, peraltro sempre pochi quando si tratta di arte. Chiedeva prestazioni gratis agli amici, ne aveva tanti. Una festa, l’arte con lui nei paraggi, una festa per cui il papillon era d’obbligo.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

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