Ponte Morandi: a un anno dal crollo la zona rossa rinasce con la street art

È passato un anno, e da un anno si parla di rinascita in una città che in realtà non si è mai fermata. Si chiama “Resilienza”…

Oggi del vecchio Ponte Morandi e delle case che erano state costruite sotto le sue campate resta ben poco. Detriti, per lo più. Detriti, foto e ricordi.

Il 28 giugno scorso un’esplosione degna di un set cinematografico ha annientato quel che restava in piedi della struttura. Di quel vecchio Brooklyn di cemento armato e delle case ormai demolite nella zona rossa, la città intera porterà i segni per sempre. Resterà indelebile nella sua storia il 14 agosto 2018, la data maledetta in cui una parte del ponte crolla all’improvviso, 43 persone perdono la vita e Genova cambierà per sempre e aggiungerà alla sua lista altre vittime da piangere. Ancora una volta. Ma si guarda oltre, mentre si attende che la giustizia faccia il suo corso. Da un anno si parla di rinascita, in una città che in realtà non si è mai fermata. “Resilienza” la chiamano un po’ ovunque nel mondo. Capacità di adattarsi, di mutare, di assumere forme differenti per non fermarsi a farsi risucchiare dal dramma. Ma questa parte è soltanto l’involucro della storia del crollo del Ponte Morandi.

La tragedia ha spostato finalmente l’attenzione verso la Valpolcevera, un territorio bellissimo e martoriato dall’industrializzazione selvaggia e dal successivo abbandono delle grandi aziende. Nella periferia isolata dalla zona rossa è iniziata una rinascita nella rinascita. Il quartiere di Certosa non è certo un quartiere turistico. Lo conoscono bene i genovesi, ma per lo più come capolinea della metropolitana. La fermata nemmeno ne porta il nome. Questo quartiere popoloso, un tempo frenetico, oggi decentrato e poco sotto i riflettori almeno fino al crollo del ponte, ha ripreso vita grazie ad progetto artistico che porta il nome di “On The Wall”. Il riscatto passa dalla street art, dalla creatività impressa sui muri, dal colore che nei decenni scorsi ha dovuto lasciare spazio al grigio del cemento. Più che resilienza, forse dovremmo chiamarla “ricompensa” per anni di trascuratezza e disattenzione e per quest’ultimo anno di isolamento forzato.

Da luglio i protagonisti delle strade sono stati famosi writers internazionali, che hanno dato vita ai loro murales su una serie di spazi – pareti e facciate – individuati dal Comune. Capofila dell’organizzazione proponente è stata l’associazione genovese Linkinart, già nota in città per aver decorato i piloni della sopraelevata nell’ambito del progetto “Walk the Line”. Il filo conduttore e tema generale è la Gioia. “Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato”, scriveva Omero, citato nella presentazione del progetto.

Gli interventi hanno interessato luoghi strategici del quartiere. Le opere d’arte visibili su muri e facciate avranno il compito di aumentare il senso di appartenenza al luogo. E di attirare lo sguardo dei turisti coraggiosi che si spera allunghino il proprio itinerario alla scoperta di una parte di Genova autentica e ricca di sorprese, aggiungiamo noi. Altre opere sono state realizzate lungo l’argine del fiume Polcevera, proprio nell’area in cui svettava il Ponte Morandi. Il loro ruolo sarà quello di “connettori visivi portatori di memoria e, al tempo stesso, portali per la parte di città rimasta isolata ‘al di là’”. Qua e là, anche alcune saracinesche del quartiere saranno decorate. E ci sono due omaggi nell’omaggio: il murale di Caktus&Maria ispirato alla canzone “Le acciughe fanno il pallone” di Fabrizio de André e quello Rosk & Loste, che hanno regalato al quartiere il volto di un altro amato genovese, Paolo Villaggio, nei panni del ragionier Ugo Fantozzi, con tanto di inconfondibile berretto.

Lo sguardo è proiettato in avanti. In strada, le persone ci tengono a rimarcare quella sensazione di salvezza e rinascita portata dalla street art.

È tornata la bellezza, finalmente.

Nei discorsi non manca mai una parola per le vittime, ma il genovese è pragmatico, non sa abbandonarsi alla disperazione cieca. La città ha bisogno di quel connettore vitale, è inutile girarci intorno.

Il nuovo ponte è stato progettato da Renzo Piano e si farà portatore del ricordo delle 43 vittime. Ad illuminarlo saranno 43 vele di luce. Durerà almeno mille anni, dice Piano, e sarà un ponte agile, snello, leggero, dalle sembianze vagamente somiglianti alla prua di una nave (in copertina se ne può vedere il rendering).
Così lo descrive l’architetto genovese di fama mondiale, che già dalle prime ore dopo il crollo si era mostrato profondamente turbato e aveva manifestato l’intenzione di donare alla città il progetto di una nuova struttura: «Semplice e parsimonioso, ma non banale. Sembrerà una nave ormeggiata nella valle; un ponte in acciaio chiaro e luminoso. Di giorno rifletterà la luce del sole ed assorbirà energia solare e di notte la restituirà. Sarà un ponte sobrio, nel rispetto del carattere dei genovesi».

Un ponte bello e sobrio, come la città che lo ospita, dunque. Sarà inaugurato nella primavera del 2020, se tutto andrà come si spera.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.