#Pontemorandi, silenzio assordante e niente selfie

Cartolina mostruosa da Genova

Quando sulle macerie del Ponte Morandi è tornato a splendere il sole la scena è diventata ancora più surreale, se possibile. La cornice di colline verdi, ornate dai vecchi forti, e qualche nuvoletta bianca che sembra dipinta riescono a creare una cartolina mostruosamente armoniosa. A colpire di più è il silenzio. Nessuno si scatta selfie nei pressi della “zona rossa”, oltre la quale non si può passare ma da cui si vede molto bene il luogo esatto del disastro; a scattare foto ci sono i giornalisti e pochissimi passanti con l’atteggiamento di chi vuole immortalare con rispetto quel pezzo di storia e di città che non esiste più se non nei loro ricordi personali.

Le foto in questo articolo sono state scattate domenica 19 agosto, su uno dei ponti che attraversano il greto del Polcevera, punto di vista privilegiato per comprendere e riferire l’accaduto. Siamo in una calda giornata estiva, in cui probabilmente molti sono in spiaggia o fuori città e il traffico non è ai livelli che si teme possa raggiungere dopo il rientro, l’apertura delle scuole e quando i mezzi pesanti, percorrendo vie alternative al Ponte Morandi, potrebbero mandare il tilt l’intera viabilità cittadina. Un assaggio di caos i genovesi in auto l’hanno già avuto in questi primi giorni dopo il disastro. Un silenzio assordante ed irreale domina su tutto, qui a poche centinaia di metri dal ponte crollato.

Nei giorni immediatamente successivi al crollo, ai soccorritori e forze dell’ordine hanno fatto visita ripetutamente signore con pacchetti di biscotti, nonnine commosse per l’instancabilità e la costanza di questi “figli di Genova”, intenti a prendersi cura della città prima che di loro stessi, tenuti in piedi dalla speranza, alla ricerca di vite da salvare anche quando ormai quella speranza aveva lasciato il posto alla crudezza del conto definitivo delle vittime. Presto sono arrivati anche i panettieri con le loro teglie di focaccia calda appena sfornata. Cos’altro, altrimenti?

L’anima di Genova si è raccolta sotto il Ponte Morandi, simbolo fatiscente di una città che non dimentica ferite ancora profondamente aperte ma già dimenticate da chi starnazza sui social e tenta di tirare acqua al proprio mulino. Senza andare troppo indietro nel tempo, qui è impossibile dimenticare l’atmosfera, la violenza e gli strascichi di un G8 devastante, il crollo della torre piloti del porto a maggio 2013, le ultime alluvioni del 2014 e 2016 con le loro vittime, il cedimento di una condotta della Iplom nel 2016 proprio nello stesso torrente Polcevera. E basta voltare le spalle alle macerie del ponte, guardare verso la foce del fiume, per respirare la storia che ha contrassegnato questi quartieri: le lotte operaie all’Italsider/Ilva, l’assassinio di Guido Rossa (a cui oggi è dedicata anche la nuova strada a mare), la forza delle donne di Cornigliano che, armate di mestoli e coperchi, hanno contribuito a portare sotto la luce dei riflettori e del governo tutte le morti legate all’acciaio. E poi altre ferite aperte: tra il 2007 e il 2008 sono stati abbattuti i gasometri dell’acciaieria, simbolo di una battaglia vinta, ma ad oggi il quartiere attende ancora la concretizzazione di un progetto di riqualificazione mai davvero avviato. Anche questa è Genova, la Genova meno nota che compare a fatica sulle guide turistiche ma altrettanto affascinante.

Il 14 agosto 2018 ai genovesi non è crollato soltanto il Ponte Morandi, è crollata una parete di casa. Il primo pensiero è andato alle auto in transito, alle vittime. Poche, se vogliamo essere realisti, rispetto a quante il crollo dell’intero ponte avrebbe potuto farne contare. “E’ venuto giù il ponte di Brooklyn”: così si sono dati l’allarme i genovesi, perché soltanto così avrebbero parlato del Ponte Morandi, costringendolo da sempre ad un impietoso confronto. E poi le “case dei ferrovieri”, le case di Certosa oggi sotto osservazione costante, le case su cui sembra poggiare il ponte progettato come una gabbia per rinchiuderle. Qualcuno ha scritto che Genova sembra uscire da un disegno di Escher. In effetti è così, ma chi ci vive non cambierebbe quei labirinti e quegli incastri per nulla al mondo.

“I ponti non crollano per fatalità”, dice l’architetto Renzo Piano, genovese spesso contestato in patria, che in un’intervista a La Repubblica ha descritto una sensazione comune a tutti i genovesi: “Al di là del legame sentimentale con Genova ho provato una grande sofferenza, di quelle che arrivano all’improvviso e ti sconvolgono. A me prendono allo stomaco. Ho pensato subito alle vittime, e solo dopo alla mia città ferita, a Genova e alle sue catastrofi”.

Nel silenzio e nei toni decorosi che cercano di mantenere, gli operosi genovesi si danno ora consigli sui percorsi alternativi, si fanno coraggio a vicenda, si danno appuntamento per le fiaccolate, cercano di capire come non intralciare le operazioni di soccorso. In molti dicono di non avere ancora trovato la forza per guardare verso il ponte. Quasi tutti i genovesi conoscono qualcuno che l’ha scampata per un soffio. Attimi. Per tutti, la consapevolezza che il ponte simbolo delle partenze e dei ritorni non c’è più. Mancherà un punto di riferimento fisico, una linea anche simbolica che univa quartieri, persone, attività, che comunque pare verrà ricostruita in fretta, o almeno si spera. Ma questo è un futuro di cui ancora non si tocca nulla con mano.

Si mastica tanta tristezza. Ci si chiede cosa succederà domani, ci si chiede come non far morire una città che anche grazie a quell’arteria vitale teneva acceso il proprio porto, fulcro della vita economica. Ci si pongono domande, lontano dal ponte, per rispetto.

La polemica, come spesso accade, è montata tutta sui social, dove un minuto di silenzio in memoria delle vittime non è mai stato concesso. Si cercano i colpevoli di un crollo assurdo, si punta il dito contro chiunque possa avere anche la minima responsabilità di questa ennesima sciagura made in Italy. Si accenna alla “gronda” come rimedio a tutti i mali e, ancora una volta, appunto, si punta il dito.

L’unica verità è che il ponte di Brooklyn è crollato e ha mandato una città intera in trance. Piante le vittime, senza mai dimenticarle, non è da cinici pensare al disastro economico: senza il Ponte Morandi la città non ha più un varco da cui transitano le merci provenienti dal porto e viceversa, senza considerare che ci sono terminali del porto sia ad est che ad ovest del ponte e che l’aeroporto si trova a Ponente rispetto al resto della città. Mentre si studiano piani alternativi per far transitare il traffico pesante, i genovesi ancora una volta parlano poco e si rimboccano le maniche; real time scattano e postano online foto del traffico nelle zone più calde per darsi una mano da soli. Dopo le alluvioni il simbolo della città unita che risorge con le proprie forze sono stati gli Angeli del Fango, dopo il crollo del Ponte Morandi gli eroi della comunità sono stati da subito i Vigili del Fuoco, attivi sin dai primi momenti, senza colori politici, silenziosi ed efficienti.

Durante i funerali di stato, interrotto dagli applausi, l’Imam di Genova ha pronunciato alcune semplici parole capaci di annullare qualsiasi differenza culturale e religiosa tra le comunità che la città ospita: “Preghiamo per Genova. La Superba saprà rialzarsi con fierezza. La nostra Genova, la Zena, che in arabo significa “la bella”, che è nei nostri cuori”. Molte delle comunità straniere presenti in città hanno peraltro dato da subito piena disponibilità ad accogliere gli sfollati.

Tra le varie iniziative di solidarietà e condivisione, sabato 22 settembre alle 17 in Piazza della Vittoria i genovesi sono chiamati a raccolta per l’evento Riprendiamoci Genova, senza nessuna bandiera politica se non la Croce di San Giorgio. “Al di là delle responsabilità dei gestori e della politica, un buona parte della responsabilità morale ricade su tutti noi genovesi”, dicono gli organizzatori su Facebook, determinati a chiedere che i fondi per la ricostruzione non siano gestiti da un commissario straordinario scollegato dal territorio, ma ascoltando la comunità locale e sotto la guida di urbanisti, ingegneri e architetti che conoscono la città. L’ulteriore richiesta è quella che – come accade in altri porti europei – parte dei profitti generati dal traffico nel porto resti a Genova, così che non debba soltanto farsene carico. Poche richieste ma molto chiare e concrete.

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In questo articolo, volutamente, non si è parlato di politica e politici. Le loro dichiarazioni, fuori luogo o adeguate che siano, hanno invaso il Web e potete leggerle altrove traendo le conclusioni che preferite.  

 

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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