Prendi a pugni il mal di testa

Come ho guarito l’emicrania con aura con un semplice gesto

Quando mi fu diagnosticata un’emicrania con aura avevo circa 32 anni e vivevo a Milano.
Un sabato mattina, mentre ero in ufficio, mi accorgo che non vedo più alla destra del mio occhio destro, solo da quell’occhio il mio campo visivo si è ristretto.
Spiacevole… penso a uno sbalzo di pressione, dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco più a leggere il giornale, le parole saltano davanti ai miei occhi e durante una telefonata non riesco a dire la parola “tavolo”. A questo punto decido di andare a casa ma salendo in macchina sento di non avere più la sensibilità dei polpastrelli delle mani.
Ok, vado in ospedale… vicino al mio ufficio c’è il Fatebenefratelli, posso andarci a piedi… lì mi fanno un’iniezione di Valium e mi dicono che è una crisi d’ansia perché sono obesa (cerco di spiegare che non è che ieri ero 60 chili e stamattina mi sono svegliata a 110… e quindi un po’ d’ansia sarebbe giustificabile ma non mi danno retta). Mi fanno sedere su una sedia e a me viene un mal di testa da incubo. Quando dopo un’ora mi chiedono come va e rispondo: “Benissimo!” purché mi lascino andare via di lì. Arrivata a casa passo due giorni che non so neanche chi sono… un dolore incredibile.

Il mio medico di base insinua che potrebbe esserci qualcosa che preme sul nervo ottico e quando gli chiedo cosa potrebbe premere sul nervo ottico mi guarda con aria rassegnata. Mi piacciono i medici ottimisti.

Faccio le corna al menagramo e scopro per fortuna che nel mio stesso palazzo vive un primario dell’Istituto Neurologico Besta che, saputa la disavventura, mi prescrive una serie di esami.
Dopo tac, elettroencefalogramma, doppler e quant’altro un giovane e gentile medico mi diagnostica una emicrania con aura.
“Lei è un caso da manuale” dice “Praticamente succede che una vena del suo cervello si chiude e prima di arrivare il dolore, che è la vera malattia, lei ha una serie di disturbi neurologici”
“Bene” dico io “La cura?”
“Non c’è” mi risponde serafico “Possiamo solo darle dei farmaci che l’aiutino a superare le crisi”
“E la causa delle crisi?”
“Non ne sappiamo niente” dice sempre più serafico “Speriamo solo di imbroccare in fretta il farmaco che le faccia sentire meno dolore. Deve cercare di fare una vita regolare, andare a letto e svegliarsi sempre alla stessa ora, non bere, non fumare, non… questo non la guarirà, perché non si guarisce da questo male ma magari aiuta…”
Fantastico.
Il primo farmaco è quello “giusto” e lo prendo ogni volta che sento arrivare i disturbi ma mi spacca lo stomaco e anche se il dolore è lieve mi sento come dentro a un acquario, le percezioni sono fumose e non riesco a lavorare.
Le crisi arrivano a intervalli irregolari, impossibile pianificare alcunché. A poco più di 30 anni la mia vita non è certo regolare e mi rifiuto che lo sia, accidenti.

A 35 anni mi trasferisco in Umbria, la mia vita cambia radicalmente ma l’emicrania non molla, mi accorgo che arriva quando sono molto stanca, e anche, soprattutto, quando pare a lei… la bastarda.
Poi un bel giorno conosco la dottoressa Maria Ernestina Fabrizio, l’assistente del prof. Vezio Ruggeri dell’Università la Sapienza di Roma. All’università Ruggeri e Fabrizio stanno conducendo uno studio molto interessante sui disturbi dell’alimentazione e riescono a curare con 12 sedute casi di anoressia e bulimia su adolescenti semplicemente attuando modifiche posturali e facendo giochi di visualizzazione: la chiamano “psicofisiologia”.
Mi ci butto a pesce (grasso) e durante una di queste sedute parlo con Maria Ernestina della mia emicrania e lei mi chiede “Che accade durante la crisi, fisicamente?”
“Dicono sia una vena che si stringe” rispondo.
“Bene” ribatte lei “Aprila”
Seeee… come se non ci avessi provato, son mica una pivella della new age, penso, ma quando arriva il male forse mi agito e la visualizzazione della vena che si apre non funziona.
“No, no, niente visualizzazioni” dice Matina “Aprila fisicamente”
“Cioè?”
“Prova a chiudere la mano sinistra a pugno e avvolgi il pungo con la mano destra, stringendola, poi, facendo forza, apri il pugno. Prova un po’ di volte, quando senti che arriva la crisi”
Bah… certo che provare non costa niente… mal che vada c’è sempre il pillolone di scorta.
Pochi giorni dopo, sono al ristorante dell’agriturismo della “Libera Università di Alcatraz” e sento che il mio occhio fa lo scemo, bah, provo. In mezzo al ristorante qualche ospite ha visto una cretina che chiudeva una mano a pugno, la copriva con l’altra e poi apriva il pugno, mettendoci forza.
La crisi non arriva. “Mah”, penso “Sarà stato uno sbalzo di pressione e non l’emicrania”.
La volta dopo idem, e quella dopo ancora niente crisi.
Vuoi vedere che…
Dopo un anno ho smesso di andare in giro giorno e notte con le pillole in tasca e ho anche smesso di fare quel gesto, perché secondo me il mio cervello ha recepito il messaggio, non ne ha più bisogno. La venetta ha capito l’antifona e quando sta per stringersi si ricorda di Maria Ernestina e si riapre subito. Oggi ho 60 anni e non ho più avuto una crisi.
Non son neanche dimagrita… ma questa è un’altra storia.

Racconto sempre questa storia, appena ne ho l’occasione perché spero serva a qualcuno che ha il mio stesso problema. Finora non ho avuto altri riscontri, e forse questa tecnica è servita a me e magari altri hanno trovato altre soluzioni. Che mi raccontate voi?

Commenta con Facebook
Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

commenta

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.