Purificatori d’aria indoor. “Acquistarli è inutile. Se non dannoso”

La tecnologia a disposizione funziona poco, e in alcuni casi potrebbe persino peggiorare l’inquinamento domestico

«Non si è sviluppato nulla: mi sembra importante essere trasparenti e sottolineare che per come è attualmente la tecnologia dei purificatori d’aria, acquistarli è assolutamente inutile, se non dannoso» Angelo Manenti, del CSM, Centro Sicurezza e Medicina del Lavoro, da molti anni fa ricerca sui filtri per purificare l’aria.

Non usa giri di parole per commentare la possibilità di acquistare uno di quei gingilli anche molto costosi che il mercato offre a chi si preoccupa del pesante inquinamento atmosferico a cui siamo sottoposti, soprattutto in alcune parti d’Italia (ma anche il resto non se la passa bene). Ne avevamo già diffusamente parlato un anno fa, con conclusioni simili: la tecnologia ancora non c’è.

«Le cose non sono cambiate – conferma anche Ettore Guerriero, esperto di inquinamento del Cnr, che per lavoro testa l’efficacia di sistemi di purificazione indoor – e ad oggi azionare in casa alcuni tipi di purificatore d’aria può aggravare la situazione. Queste macchine sostanzialmente funzionano con un ventilatore e un filtro, e quindi trattengono le particelle. Ma lì proliferano i batteri e si possono presentare problemi gravissimi come salmonelle e legionelle. I filtri in fibra di carbone attivo (presente in alcuni dei purificatori più sofisticati, ndr) fermano i composti organici più grandi ma non i più piccoli. Non fermano la formaldeide, ad esempio, che tra gli inquinanti indoor è il più pericoloso. Se è vero che fermano composti più grandi come benzene o toluene, tuttavia questi esauriscono molto velocemente il filtro, e se ad esempio usi una vernice, in poche ore hai saturato il filtro. Consideriamo che questi filtri sono molto costosi e si raccomanda infatti di cambiarli una volta l’anno: cosa assolutamente insufficiente».

«Ci sono poi dubbi sul fatto che le fibre di carbonio attivo possano essere addirittura molto dannose, assimilabili alle fibre di amianto in particolari condizioni», continua Guerriero. Ipotesi che la ricerca sta ancora vagliando.

Infine, se per ovviare alla proliferazione dei batteri si usano sistemi fotocatalitici, ovvero raggi UV che uccidono i batteri, «il problema è che possono creare composti molto più tossici degli originali, ancora una volta. Prendiamo un solvente organico: andando a ossidare (con lampada uv o scarica elettrica) si arriva a composti ossigenati spesso più tossici del prodotto di partenza. Una lampada può addirittura produrre formaldeide: abbatto i Voc (Volatile Organic Compounds), a favore di sostanze più tossiche», conclude Guerriero.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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Michela Dell'Amico

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Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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