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Robert Johnson

Quando il Diavolo ci partorì tutti

La voce e la chitarra del primo bluesman, Robert Johnson, ci raccontano ancora chi siamo

Prima di accettare che a spiegare la matassa di contraddizioni che siamo siano due politici in uno show televisivo, prendetevi un’oretta di tempo per assaporare il documentario “Devil at the Crossroads” che Netflix ha confezionato su Robert Johnson, il genitore del blues.

Robert Johnson

Ricorda a tutti noi che l’origine di un secolo di mirabile e divina arte della musica è piantato nel fondo misterioso di un rinnegato, uno straniero del mondo, un diavolo. Di Johnson si sa quasi nulla, se non che fu ricacciato lontano da ogni consesso sociale, che non riuscì ad appartenere a nessuna storia comunitaria e che da ogni contesto familiare che sfioró fu additato come un pericolo da esorcizzare per via della incomprensibile novità della sua arte sghemba e della sua chitarra suonata come mai prima, per poi morire a ventisette anni. La musica che cantiamo a squarciagola, che fischiettiamo, che leghiamo alle gioie e i dolori di cui la nostra esistenza è disseminata – quella musica, grammatica e sintassi della nostra vita, è nata da un residuo umano, da tutto ciò di cui tipicamente ci si vergogna.

Forse per questo la voce ancora squillante del giovane del Mississippi – nero, quando la pelle nera era una condanna a morte – ci rappresenta e ci abbraccia in modo universale. Siamo tutti figli del travaglio di quella melodia per suonare la quale, racconta la leggenda, Robert accettò di divenire discepolo del diavolo e cedergli in cambio l’anima. Pochi, nella nostra storia, hanno impersonato l’estraneità umana al mondo, il nostro essere costantemente stranieri immersi nell’enigma della natura e della sua indifferenza, con l’efficacia e la tragicità di Johnson. Pochissimi, come lui, hanno raccontato agli uomini che questa estraneità è il ventre in cui tutti noi ci siamo formati, lo stigma che non si riesce ad estirpare – sfugge, si trasforma, si muove ma non svanisce.

A volte qualche disperato, improvvisatosi maestro, cerca di confinarlo – i politici dichiarano il nemico comune alle porte, i religiosi chiamano gli esorcisti per strappare via il male dai corpi e dalle anime – ma l’uomo che incontrò il diavolo al crocicchio praticava il suo blues di notte, seduto sul marmo delle lapidi dei cimiteri.

Le sue canzoni risuonano ancora oggi più splendenti e tenebrose che mai. Ancora oggi Robert Johnson ci parla di questa forza demoniaca che ci piove addosso come grandine e ci abita, del blues che ci perseguita come un segugio infernale, che non si può comunicare ma solo cantare, per sfuggire al quale non possiamo che diventare errabondi.

Siamo tutti stranieri per ovvia necessità. Siamo tutti fratelli nella musica del diavolo. Teniamolo presente quando qualcuno, da un pulpito, ci indica la strada che conduce alla sicura salvezza mentre agita in una mano i grani di un rosario.

Fonte immagine copertina

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.