Quanto spende lo Stato per i suoi parchi?

La somma che lo Stato italiano riserva annualmente ai suoi parchi è l’equivalente di un cappuccino

A rivelarlo è una nuova indagine del WWF Italia, recente e molto ben fatta, condotta sui ventitré parchi nazionali attualmente operativi e su ventisei delle ventinove aree protette marine attualmente istituite, per una superficie complessiva di circa 9.474.343 ettari, il 21% della superficie terrestre nazionale, che nel solo 2015 è stata visitata da circa 30,5 milioni di persone.

Il solito report allarmista pseudo-indagativo? Niente affatto. I dati sono ufficiali, e l’indagine è stata realizzata mediante la Prioritizzazione Rapida della gestione delle Aree protette (RAPPAM), un metodo introdotto nel 2003 da WWF Internazionale e riaggiornato nel 2017, preso a modello e utilizzato su scala mondiale perché attendibile e in grado di ridurre i margini di approssimazione dei report “vecchia maniera”.

Il rapporto, reso pubblico qui, mette in luce questioni all’italiana sia vecchie che inedite. A stupire, neanche a dirlo, è un dato prettamente economico:  l’Italia ogni anno destina alle sue aree verdi 81 milioni di euro, ossia 1 euro e 35 centesimi per ogni abitante, che equivalgono a un cappuccino. All’anno. A dispetto dei progressi avuti da quando è stata introdotta dalla legge quadro sulle aree protette (la l.n.394/91), infatti, la gestione dei fondi non basta a garantire un adeguato numero di personale qualificato e di strumenti indispensabili alla conservazione del verde.

Ben quindici parchi nazionali su ventitré non hanno nemmeno un presidente o un direttore stabile, ma vengono gestiti da figure terze di “facenti funzioni”. La gestione dei parchi rimane ostaggio della politica, resiste ancora, infatti, il vizietto dell’assegnazione arbitraria di ruoli tecnici ed esecutivi in base all’appartenenza politica dei candidati, senza passare da concorsi che invece premino la competenza dei candidati. Uno stigma, quello dei manager politici e politicizzati a capo dei parchi, che non sfugge al ministro dell’Ambiente Costa, il quale ha espresso l’intenzione di “agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte ‘un po’ troppo politicizzate’, non sono interessate a una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità”.

Fra gli attuali enti gestionali a capo dei parchi italiani meno il 10% è dotato di un regolamento, solo il 50% dispone di un Piano per il Parco che sia stato adottato anche dalla Regione competente, e solo il 30% dei parchi ha approvato un piano definitivo. Il 22% dei parchi è inoltre sprovvisto della figura di un naturalista o biologo, nel 22% manca un agronomo o un forestale, e addirittura l’83% non dispone di un veterinario e un geologo. Tutto ciò si traduce in una sola cosa: tirare a campare.

E per quanto riguarda il controllo della fauna selvatica?

Oltre il 60% dei parchi è impegnato in attività di controllo del cinghiale, mentre meno del 10% svolge un controllo sulle altre specie (cervo, corvidi, muflone, trota atlantica). Il metodo utilizzato principalmente è la cattura e l’abbattimento dell’animale (38% dei casi), nel 35% dei casi mediante cacciatori autorizzati. Un altro 35%, invece, si affida a metodi ecologici come dissuasori e similari.

La perimentazione, intesa come capacità di salvaguardia degli ecosistemi all’interno del perimetro, rimane un tasto dolente, soprattutto in ambito marino. In oltre il 50% delle Aree Marine Protette (AMP), infatti, habitat e specie godono delle stesse condizioni, o addirittura peggiori, delle zone non protette. Le Aree Marine Protette, che coprono pochissimo della costa italiana, solo 700 km, lo 0,08% del totale, nonostante la crescente pressione (in ordine di incidenza) di turismo, specie aliene, smaltimento di rifiuti, inquinamento idrico, pesca e bracconaggio, ricevono 7 milioni di euro all’anno dallo Stato.

Circa le pratiche di censimento ai sensi delle Direttive Habitat ed Uccelli, i monitoraggi sono in crescita, specie nei Parchi Alpini, dell’alto Appennino centrale, dalla pianura padana alle coste del nord Adriatico, ad est e a ovest del crinale appenninico. Al primo posto delle specie più investigate troviamo il lupo, monitorato in oltre quattordici parchi, seguito dall’ululone appenninico, dallo scarabeo eremita e dalla cerambice del faggio.

Decisamente promettente il quadro relativo alle attività di comunicazione e di partecipazione con privati ed enti pubblici, quali università, enti di ricerca, cooperative, Carabinieri, associazioni e ONG.

Si sa, l’essere umano è una specie che è sempre meglio monitorare.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

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