Quarantena violenta: una parola in codice per le donne

L’esempio arriva dalla Spagna: una parola da pronunciare in farmacia per denunciare la violenza familiare

Una proposta sull’esempio della Spagna: scegliere una parola in codice che ogni donna possa pronunciare in farmacia per denunciare la violenza e istituire un protocollo che scatti durante l’emergenza Covid19. Non tutte possono telefonare e denunciare durante la quarantena.

La violenza di genere ai tempi del coronavirus

Nell’alta Padovana ieri, 23 marzo, si è sfiorato il femminicidio: massacrata a colpi di martello dal marito, una 48enne, ora ricoverata all’ospedale di Camposampiero, è grave. Domenica scorsa, a Roma, una donna è stata accoltellata e decapitata dal figlio ventenne, e così a Brindisi, sempre per mano del figlio, un’altra donna è morta a colpi di pugnali.

Inutile sottolineare quanto in questi giorni è già stato detto da più parti: la quarantena aggrava la vita delle donne che già normalmente subiscono violenze in casa; ora, però, complice l’isolamento, i rischi sono più numerosi.

Non è sfuggito al governo, che proprio oggi lancia jna batteria di spot programmati fino al 3 aprile per promuovere il numero 1522, centro antistalking attivato dalla presidenza del consiglio e gestito dal Telefono Rosa, per offrire aiuto a chi in questo periodo potrebbe averne più bisogno.

Oltre al telefono rosa, per chi ha bisogno di supporto psicologico, ricordiamo che esiste un numero apposito per consulenze psicologiche durante l’emergenza sanitaria, questo: 

Associazione Psicologi per i popoli: 011 01137782
Attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

In Spagna: parola in codice

E chi non può parlare al telefono, che cosa può fare?
Se lo sono chiesto in Spagna, dove basta dire: “Mascherina 19” (in spagnolo “mascarilla 19”) in farmacia.

Una richiesta apparentemente normale ma che nasconde in realtà una parola in codice per denunciare il fatto di essere vittime di violenze e maltrattamenti dentro le pareti di casa.
Visti i tempi, le code, l’isolamento, l’impossibilità di fare affidamento a una rete sociale, l’aiuto deve essere immediato, ma la richiesta d’aiuto ancora di più.

“Mascherina 19”, e subito scatta il protocollo: il farmacista avvisa la polizia, che a sua volta informa la speciale sezione “violenza di genere” delle procure, che a loro volta attivano il sistema di protezione. Un’idea semplice ed efficace, nata dalla collaborazione del governo delle isole Canarie con l’associazione delle farmacie e in breve adottata anche nelle altre comunità autonome spagnole, da Madrid a Valencia.

Perché non farlo anche in Italia? Istituire un protocollo autonomo che scatti al suono di una parola apparentemente innocente.

Una parola che qualunque donna possa pronunciare senza timore né vergogna né rischio. Una parola che possa salvarla. 

Aumentano i TSO 

A lanciare l’allarme è Emiliano Bezzon, comandante della polizia municipale di Torino.
Solitamente, nel capoluogo piemontese si effettuano dai 180 ai 200 trattamenti all’anno (meno di uno al giorno). Ultimamente, invece, le chiamate di intervento “sono in preoccupante aumento”, denuncia Bezzon. «Solo ieri (ndr. 19 marzo) sono stati eseguiti nove Tso a Torino. Gli esperti parlano di aggressività e di fragilità estrema in rapido aumento a causa dell’isolamento e del domicilio forzato, in solitudine o in famiglia, al punto che le chiamate d’emergenza e i Tso (il ricovero forzato di pazienti con problemi psichiatrici potenzialmente pericolosi) sono un rischio non meno grave del Covid-19, ed è bene prevenire. Chi non ha più valvole di sfogo, può manifestare rabbia, violenza. Chi già normalmente manifesta rabbia e violenza, ha più probabilità di farlo a scapito di se stesso e di chi gli sta in casa durante la quarantena forzata.  

«Bisogna pensare a tutte quelle persone che stanno vivendo momenti di solitudine e costrizioni impattanti per la gestione dei nuclei familiari» ha detto di recente il Sindaco di Torino Chiara Appendino, che avrebbe preferito meno divieti e più controlli. La convivenza di nuclei familiari di quattro o cinque persone in magari 30 metri quadri può essere tutto fuorché idilliaca. Altro che Mulino Bianco, la “reunion” sta mettendo a dura prova la tenuta di molte unioni. 

Primi dati dalla Cina: boom di violenze e divorzi

Per adesso i primi dati arriva dalla Cina, dove la convivenza forzata per settimane, negli spazi abitativi ristretti tipici dell’urbanistica cinese, ha portato ad un’impennata delle denunce per violenza domestica e delle richieste di divorzio. Una legge introdotta nel marzo 2016 dal Congresso del popolo cinese riferisce che il governo “proibisce ogni forma di violenza domestica” e specifica che il riferimento normativo si riferisce anche alla violenza psicologica, non soltanto fisica. 

Stando a un articolo apparso l’11 febbraio scorso sul magazine online di Shanghai, “Sixth Tone”, nel solo mese di febbraio la stazione di polizia nella contea di Jianli, del distretto di Jingmen, ha ricevuto 162 segnalazioni di violenze domestiche, il triplo dei 47 casi denunciati nello stesso mese del 2019. E già a gennaio il numero dei casi denunciati era più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «L’epidemia ha avuto un impatto enorme sulla violenza domestica», ha spiegato un funzionario, «secondo le nostre statistiche, il 90% delle cause di violenza in casa sono legate all’epidemia di COVID-19».

Abbiamo imparato dalla Cina a tutelarci dal Covid-19, ma non sappiamo ancora come tutelarci dalla violenza.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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