Regeni, non Regini: qualcuno insegni almeno il nome agli autori del documentario complottista su Youtube

C’è un attore, un groviglio di tesi complottistiche, propaganda, e pure Maurizio Gasparri intervistato

Tutto falsificato, a partire dal nome, “Regini”.

Il 22 aprile creano su YouTube il canale The story of Regeni, il 24 aprile pubblicano due trailer in arabo, uno sottotitolato in inglese e l’altro in italiano e nel mentre viene aperta anche una pagina su Facebook  con altre pillole di video e tantissime inserzioni pubblicitarie. Il video intero viene fatto uscire ieri, 28 aprile, a un giorno dall’udienza preliminare a Roma per i quattro agenti della National Security del Cairo ritenuti dalla magistratura responsabili della morte di Regeni. Oggi infatti inizia il processo a carico del generale Tariq Sabir, di Athar Kamel Mohamed Ibrahim, di Uhsam Helmi e di Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tre nuovi testimoni accusano i quattro di essere i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio del ricercatore italiano di 28 anni, sparito il 25 gennaio 2016 al Cairo e ritrovato settimane dopo, devastato dalle torture subite, riconosciuto dalla madre solo per la punta del naso, unica parte del corpo riconoscibile.

Un documentario che somiglia a uno sceneggiato di bassa lega, che non apporta alcun elemento nuovo ma confonde le acque. E lo fa con un attore protagonista del tutto somigliante a Giulio Regeni che recita fantasiosamente nei suoi panni, e si mostra intento a lanciare occhiate furbesche e maliziose ora a questo ora a quello in favore di telecamera.

Tutt’intorno, un coro di intervistati accuratamente selezionati.

“Il primo documentario che ricostruisce i movimenti strani di Giulio Regeni al Cairo“, annuncia il video, prima di mettere in scena tesi e dubbi che colpevolizzano la vittima e sgravano le autorità egiziane dalle loro responsabilità.

Ogni tentativo da parte della Procura egiziana e del Governo di Al Sisi di inquinare le indagini e rallentarle viene omesso, in favore dell’ipotesi che siano i Fratelli Musulmani i colpevoli della morte di Regeni.

Un’ipotesi ribadita senza contraddittorio non solo da Mohamed Abdallah, il sindacalista degli ambulanti che in favore di telecamera dichiara che Regeni gli offrì dei soldi, ma anche da Maurizio Gasparri, ex ministro delle Comunicazioni e ora senatore di Forza Italia.

E non è l’unico italiano intervistato, c’è anche Fulvio Grimaldi, giornalista dichiaratamente cospirazionista, convinto che l’università di Cambridge frequentata da Regeni sia una base di formazione di agenti dei servizi segreti.

Molto attivo in rete, Fulvio Grimaldi scrive anche che “Zaki è un Regeni 2.0”. La prova? Semplice, Patrick Zaki, argomenta il giornalista:

“È membro dell’EIPR. “Iniziativa Egiziana per i Diritti della Persona” che si occupa in prevalenza di questioni di genere e di impedimenti alle pratiche religiose per motivi di laicità dello Stato. Dalle sue pagine internet si evince una stretta relazione con “Freedom House”, uno dei Think Tank neocon impegnati, come la Cia e NED, nella sovversione in paesi disobbedienti”.

Il terzo interlocutore italiano è poi Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, le cui congetture si intersecano con quelle di Grimaldi.  

Perché la polizia egiziana ha dotato l’ambulante di una microcamera per filmare l’incontro? Perché e spinto da chi e da che cosa l’ambulante chiede insistentemente soldi a Regeni nel famoso video da lui stesso girato? Perché nei giorni successivi alla sparizione del ragazzo, nessuna autorità egiziana ha menzionato il video, salvo tirarlo fuori dal cilindro un anno dopo? Perché la fondazione britannica citata più volte da Regeni nel colloquio non si è mai realmente attivata per sapere la verità?

Non c’è spazio nel documentario per questi interrogativi. C’è solo tanta, evitabilissima, grettezza.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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