Resilienza urbana: l’importanza per le città di “risorgere”

Si tratta infatti di quella capacità che deve avere una città per reagire e “ri-funzionare” dopo avere subito uno shock dalla natura o dall’uomo

Da un lato gli eventi naturali e climatici, sempre più intensi e imprevedibili, dall’altra gli attacchi terroristici o di crisi di sistemi complessi (black out): le città devono saper reagire a questi danni o attacchi ripristinando rapidamente le proprie funzionalità sistemiche.

Ci parla di questo, e ci spiega anche come, Teodoro Georgiadis, laureato in Fisica, in Astronomia, in Pianificazione Territoriale ed in Ingegneria Civile, e primo Ricercatore all’Istituto di BioEconomia del CNR di Bologna. Si occupa di bilanci energetici superficiali nell’ambiente urbano e della mitigazione degli effetti delle interazioni tra atmosfera e costruito.

Cosa si intende, dott. Georgiadis, per resilienza urbana?

«Mi piace sempre utilizzare, per definire la resilienza, un antico proverbio arabo-siciliano “Caliti junco chi passa la china, piegati junco che passa la piena”, ovvero la capacità di un sistema di ripristinare la propria funzionalità dopo avere subito un impatto esterno. Resilienza urbana è la capacità di una città di ripristinare le proprie funzionalità sistemiche dopo aver subito uno shock che può essere di origine naturale o antropica. Per antropico intendo quelle categorie di danno che hanno origine nella volontà umana, quale ad esempio il terrorismo, o nella crisi di sistemi complessi, quale ad esempio il famoso black-out di New York.

Per quanto riguarda invece il danno di origine naturale, entriamo nella grande tematica odierna legata al cambiamento climatico e alle politiche per fronteggiarlo. La città in pochi decenni si trasformerà, a causa dell’urbanizzazione, nell’unico luogo del vivere dell’uomo e dovrà garantire la salvaguardia della salute, della sicurezza e della dignità della propria popolazione.»

Perché è tanto importante oggi?

«È sempre più spesso all’attenzione scientifica e mediatica il problema del cambiamento climatico: questo è particolarmente importante nelle città in quanto altera due dei processi fondamentali, e di impatto ineludibile, del sistema di equilibrio alla superficie: il bilancio energetico superficiale e il regime precipitativo.

Oggi si parla moltissimo delle onde di calore, a cui bisogna associare anche la problematica dell’isola di calore e degli eventi estremi. La frequenza delle onde di calore, ovvero dei grandi sistemi anticiclonici che si stabilizzano su un territorio per lungo tempo elevando le temperature, è in marcato aumento: questo causa malessere termico alle popolazioni portandole fuori dalla zona di comfort fisiologico. L’isola di calore generata dal costruito della città aggrava il problema contribuendo ad un ulteriore aumento delle temperature.

Per quanto riguarda il regime precipitativo negli eventi estremi, vediamo che oggi – a parità di acqua precipitata – diminuiscono i giorni piovosi e quindi aumenta l’intensità del singolo episodio. Per l’Italia, paese di bellezze architettoniche costruite su una base statistica delle precipitazioni diversa, il rischio è quello che le strutture idrauliche esistenti non siano capaci di reggere i colpi di queste precipitazioni intense mandando sott’acqua le città, con grande pericolo per la sicurezza e incolumità delle persone.»

Quali sono i mezzi, gli strumenti, le tecnologie o opere che devono essere programmate e messe in atto nelle città per accrescere la loro resilienza?

«Fortunatamente una risposta c’è e si basa sull’adattamento ai nuovi regimi: si chiama NBS, nature based solutions, sistemi basati sulla natura e quindi autoregolanti. La soluzione principale è rappresentata dal verde urbano capace di mitigare il regime di temperatura attraverso l’ombra generata dalla vegetazione e la riduzione del calore, che genera discomfort, tramite il processo evapotraspirativo delle piante che sottrae energia al sistema superficiale.

Una altra risposta NBS risiede nell’uso di tecniche di scorrimento delle acque superficiali che opera in modo duale sia sul regime di temperatura, producendo evaporazione, sia sulle precipitazioni intense, incanalando in modo sicuro le acque dovute alle piogge.

Entrambe queste soluzioni vengono definite blue-green solutions.

Esiste poi una terza strada rappresentata dalle grey-solutions che è basta su opere infrastrutturali capaci di captare l’eccesso precipitativo e trattenerlo per usi di mitigazione quali fornire acqua alla vegetazione urbana, o essere utilizzata per rifornire pavimenti evapotraspiranti capaci di livellare il regime di temperatura in specifiche zone della città  usate come spazio aperto di ritrovo pubblico (piazze, fermate del bus ed altro).

C’è però, in Italia, un “però”: questo bellissimo paese, nelle parti urbane storiche, offre poche possibilità di applicazione di queste tecniche.

Occorre, quindi, richiedere uno sforzo straordinario alle Pubbliche Amministrazioni per inserire, in tutti i nuovi processi rigenerativi, queste soluzioni: valutare ex-ante ed ex-post gli effetti dei nuovi progetti. In loro aiuto è oggi possibile utilizzare nuovi modelli fisico-matematici capaci di fornire degli elementi di supporto alle scelte dei pianificatori. Poi, se questo risulta difficile, quale ultima ratio, c’è sempre il Consiglio Nazionale delle Ricerche a poter dare una mano.»

Foto di Free Creative Stuff da Pixabay

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

Elisa Poggiali

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