Riforestare il mondo

Riforestare il mondo

Riforestazione: è questa la parola d’ordine che si mette in campo di fronte ai problemi legati al cambiamento climatico e alla deforestazione per motivi economici che affligge buona parte del Pianeta.

Si tratta anche di una pratica che sta prendendo piede nelle attività di utilizzo della biomassa, come l’uso della legna da ardere, l’estrazione della polpa di cellulosa per la carta e altre attività che prevedono lo sfruttamento del legno.
In Svezia, per esempio, dove vi sono imponenti foreste utilizzate a livello industriale, la legge impone la piantumazione di tre alberi ogni volta che se ne abbatte uno; in Italia, grazie a misure di protezione che vanno avanti da decenni, nell’ultimo secolo la superficie boschiva è raddoppiata (dati Ispra) e il 33% del nostro territorio è coperto da boschi. Si tratta di un quadro positivo che coinvolge anche altri paesi industrializzati e che tuttavia non è ancora sufficiente a invertire la tendenza inversa a livello mondiale: la diminuzione dei territori boschivi interessa quattro miliardi di ettari di foreste: nel solo 2016 sono stati abbattuti 29,7 milioni di ettari di foreste (quanto tutto il territorio italiano) con gravi effetti sulla biodiversità, sui cambiamenti climatici (le foreste sono uno dei grandi “sequestratori” di CO2 dall’atmosfera), e sull’inquinamento anche a livello locale (le piante sono in grado, in parte, di assorbirlo e renderlo innocuo). A livello mondiale la deforestazione avanza e uno studio del 2017 sulla rivista Science Advances ha verificato che, solo tra il 2000 e il 2013, la superficie delle foreste primarie è diminuita del 7,2% in tutto il Pianeta.
In Italia si abbattono meno piante ma sussiste il problema degli incendi, e anche alla luce di ciò che è successo nel Nord Europa durante l’estate 2018, dove vi sono stati incendi di vaste proporzioni a ridosso del circolo polare Artico a causa delle alte, e inusuali, temperature, dobbiamo correre ai ripari. Nel solo 2017 sono andati distrutti 150 mila ettari di boschi, in massima parte nel Sud Italia e nelle isole, zone che saranno sempre più a rischio, visti gli effetti già evidenti dei cambiamenti climatici a livello mondiale.

Riforestare il mondo

Fermare gli abbattimenti
Di fronte a questa situazione gli imperativi sono due.
Il primo: fermare la deforestazione alla radice scardinandone le cause; e il secondo: provvedere alla riforestazione per ripristinare le foreste.
Tropical Forest Alliance 2020, un’istituzione creata da Olanda, Norvegia e Regno Unito, punta su piani integrati per arginare la deforestazione indotta dalla produzione di materie prime d’origine vegetale quali l’olio di palma, la carne, la soia e la polpa di cellulosa. Un argomento che però è da utilizzare con attenzione. Se infatti è necessario limitare il consumo di olio di palma, specialmente nel settore della mobilità – visto che la soluzione esiste ed è l’auto elettrica -, una posizione troppo spinta potrebbe portare a limitare la bioeconomia fondata sulle materie prime vegetali che oggi stanno arrivando a una buona maturità tecnologica e di mercato.
Secondo la Fao per mettere a punto tutto ciò serve una pianificazione integrata del territorio nella quale si faccia sistema tra i vari attori. E in questo quadro è necessario mettere a punto politiche e tecniche di riforestazione. A parte il nord Europa, dove si utilizza l’imposizione legislativa per un utilizzo sostenibile degli alberi e i paesi dell’Europa meridionale, come l’Italia, dove l’aumento delle foreste è dovuto alla protezione del territorio attraverso le aree protette e all’abbandono dei terreni da coltivazione, sono diverse nel mondo le esperienze di riforestazione. Vediamone alcune.

Rinverdire Amazzonia e Africa
La principale riguarda il progetto brasiliano della Ong statunitense Conservation International che prevede nel giro di sei anni la piantumazione di 73 milioni di alberi in Amazzonia. L’operazione si svolgerà nella zona dove si è presente il 50% della deforestazione mondiale e dove la foresta pluviale è stata abbattuta per far posto a coltivazioni e pascoli. Una degli elementi più interessanti del progetto è il fatto che sarà utilizzata una nuova tecnica di piantumazione chiamata “muvuca” – dal portoghese “molte persone” – che prevede la semina di oltre cento semi nativi di varie specie per ogni metro quadrato. Si tratta di una tecnica che riproduce il meccanismo della selezione naturale, perché sarà la natura e non l’uomo a selezionare quale specie sia la più adatta a quella singola porzione del terreno. Con i sistemi tradizionali si riescono a piantare circa 200 piante per ettaro, mentre con la “muvuca” si arriva nella fase iniziale a 2.500 piante e dopo dieci anni a 5.000, mentre le specie vegetali seminate con questo metodo possono resistere fino a sei mesi di siccità. Una migliore copertura del terreno oltretutto a costi inferiori.
Non scherza nemmeno il governo del Kenia che vuole riforestare il paese, specialmente nelle zone montane, con venti milioni di nuovi alberi. L’iniziativa è stata presa dopo che si è calcolato che l’8% delle foreste keniote era andata perduta nel giro di un paio di decenni a causa dell’utilizzo energetico del legname. Cosa abbastanza comprensibile se si pensa che nel paese il 50% della popolazione è priva di elettricità. Gli alberi, tutti di specie autoctone, saranno piantati coinvolgendo le comunità locali, privilegiano i siti più degradati.

India da record
L’India invece punta al Guinness dei primati in tema riforestazione. Il 2 luglio 2017, in un solo giorno, il paese asiatico ha piantato 66.750.000 alberi, grazie alla straordinaria mobilitazione di 1,5 milioni di cittadini, nello stato di Madhya Pradesh. E’ stato così battuto il proprio precedente record, stabilito nel 2016, che era di “soli” 50 milioni di alberi, sempre in un giorno e con l’ausilio di “soli” 800 mila cittadini, nello stato dell’Uttar Pradesh. Totale: 116,75 milioni. Con questa cifra totale l’India rispetta uno degli impegni presi nel 2015 durante l’Accordo di Parigi: piantare 95 milioni di alberi al 2030. Obiettivo raggiunto con largo anticipo, che indica al paese asiatico quale sia la strada da seguire sul fronte del clima, visto che l’India produce oltre l’80% dell’elettricità utilizzando carbone. E se pensate che una mobilitazione di questa vastità sia stata semplice visto il numero di persone che popolano l’India – 1.324 milioni di persone – immaginate di mobilitare nel concreto 70 mila persone per la riforestazione in Italia nello stesso giorno.

Vichinghi abbattitori
Ma l’esperienza più particolare in materia di riforestazione arriva dall’Islanda, luogo che è stato quasi interamente disboscato dai vichinghi per questioni energetiche e dove non sono più ricresciute le piante a causa delle pecore, introdotte sempre dai vichinghi. All’arrivo di quel popolo, infatti, il 40% del territorio islandese era coperto da boschi mentre oggi lo è solo al 2%, nonostante sia quasi un secolo che si stia riforestando. Ora il governo islandese intende dare una svolta e ha deciso di intensificare l’opera rimboschimento con l’obiettivo del 12% di territorio boschivo entro il 2100, e lo fa piantando tre milioni di alberi ogni anno. Il processo sta andando a rilento perché le piante autoctone non sono più adatte al territorio a causa dei cambiamenti climatici; verranno quindi piantate specie non native, come gli abeti rossi, i pini e i larici, selezionati in regioni dai climi simili come l’Alaska. Il progetto, infine, è lo strumento che consentirà di abbattere le emissioni di CO2 dell’Islanda assorbendo il 15% residuo delle emissioni dovuto alla produzione di energia da fossili. Percentuale bassa visto che la nazione dei ghiacci produce da oggi l’85% dell’energia che usa da rinnovabili.

Imm: fotomontaggi di Armando Tondo, settembre 2018

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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